Perplesso senza guida. 5 Ebraismo e democrazia
C’è veramente, in Israele, un rischio per la tenuta della democrazia? Esiste (accanto alle consuete minacce esterne, che, purtroppo, conosciamo bene) un pericolo proveniente dall’interno, un processo di degenerazione, o di involuzione, che potrebbe portare il Paese a snaturarsi, ad allontanarsi dai valori fondanti del sionismo, così come li conosciamo?
Rispondere non è facile, essenzialmente per due motivi.
In primo luogo, su cosa sia il sionismo, e come vada oggi inteso e interpretato, non c’è comunanza di visioni tra gli stessi cittadini israeliani, così come tra gli ebrei della diaspora che, potenzialmente, potrebbero diventarlo (e continuano ad augurarsi, a ogni Seder di Pesach, “l’anno prossimo, a Gerusalemme”), e anche tra coloro che, non israeliani né ebrei, si sentono comunque intimamente legati a quella piccola (dal titolo del romanzo di Herzl) “Altneuland”, “vecchia nuova terra”. Ricordiamo che Ben Gurion, subito dopo la Dichiarazione d’Indipendenza, disse che il sionismo era finito, dal momento che gli ebrei avevano ormai la loro patria, e non dovevano fare altro che andarci a vivere. E ricordiamo anche che, alla nascita dello stato, la parte di gran lunga maggioritaria della popolazione era costituita da ebrei laici, mentre, nei decenni successivi, sono andate fortemente crescendo le componenti degli arabi e degli ebrei religiosi, che hanno cambiato notevolmente il volto del Paese. Si tratta, certo, di un fatto naturale, tutti i Paesi del mondo vedono mutare, col tempo, la tipologia dei propri cittadini e abitanti. Questo cambiamento solleva però, nel caso specifico di Israele, delle domande particolari, dal momento che ci si può chiedere se in che misura i cittadini di oggi abbiano idee diverse non solo sulle scelte politiche e sociali che il Paese deve adottare, ma, addirittura, sulla sua stessa identità. Non su ciò che esso debba “fare”, ma su cosa esso debba “essere”.
Il secondo motivo della difficoltà della domanda è che lo stesso fatto di chiedersi se un qualcosa resti fedele al progetto originario che ne ha determinato la nascita può apparire una forzatura, o un’imposizione, dal momento che le generazioni successive possono anche reclamare il diritto di costruirsi da sole i propri valori, senza dovere obbligatoriamente condividere quelli dei loro predecessori. I francesi di oggi non hanno fatto la Rivoluzione, così come gli Italiani e gli Americani di oggi non hanno partecipato alla Resistenza e non hanno combattuto la Guerra d’Indipendenza. Molti abitanti di questi Paesi, poi, provengono da terre che non hanno niente a che fare con questi eventi; e non tutti gli antenati che, al momento di quei fatti, abitavano già in quei luoghi, stavano (nel momento mitico della costruzione dei ‘valori’) dalla parte ‘giusta’ della barricata. Perché gli israeliani di oggi dovrebbero sentirsi costretti a condividere i valori della Dichiarazione d’Indipendenza? Non potrebbero preferire darsi valori doversi, nuove leggi e diverse priorità?
Possono farlo, certo. In buona parte, evidentemente, in molti, lo stanno già facendo. Liberi di farlo.
Per quanto mi riguarda, senza pretendere di insegnare a nessuno come dovrebbe comportarsi, ritengo che la domanda corretta da porsi non sia tanto se in Israele sia a rischio la democrazia, ma piuttosto quale sia la concezione di democrazia che molti, in Israele, oggi propongono.
A questa domanda se ne collega un’altra. Alcuni, tra gli attuali vincitori delle elezioni, insistono sulla difesa dell’ebraicità del Paese, lasciando intendere (e a volte dicendo apertamente) che, tra difesa dell’ebraismo e della democrazia, debba darsi prevalenza alla prima cosa. Si può accettare questa scala di priorità?
Al riguardo, con molta umiltà, mi limito a fare tre piccole considerazioni.
- L’idea che ebraismo e democrazia siano, almeno in parte, incompatibili, è, da sempre, uno dei “leit motiv” della propaganda antisemita e antisionista. Uno stato ebraico, si dice, non potrebbe essere democratico, per cui sarebbe geneticamente illegittimo, o razzista. Una visione frutto solo di odio e ignoranza, che non vale neanche la pena confutare. La difesa dell’ebraismo e della democrazia, in Israele, deve sempre procedere congiuntamente, pensare di poter scegliere a cosa rinunciare è assurdo, solo un antisemita/antisionista può pensare in questo modo.
- Se è difficile dire cosa sia la democrazia, è facile dire cosa essa non è. Non è mai il potere assoluto di una maggioranza, sia anche del 99%, sulla minoranza. La costruzione di tutti i moderni Stati di diritto è il frutto di una lunga serie di lotte e di conquiste volte, in vario modo, a ribadire un concetto semplice: la maggioranza governa, non comanda. E, affinché ciò non possa mai (mai) accadere, c’è assolutamente bisogno di un controllo esterno, che sappia dire cosa si può e cosa non si può fare. Un controllo, ovviamente, sottratto all’arbitrio della stessa maggioranza. Dove tale controllo non c’è, semplicemente, non c’è la democrazia. L’idea peregrina che una maggioranza parlamentare possa oltrepassare, con la forza dei numeri, un divieto della Corte Suprema, è incommentabile.
- Quanto all’idea che la democrazia possa anche venire meno, perché l’importante è salvaguardare l’ebraicità del Paese, non dovrebbe neanche essere necessario ricordare che l’ebraismo, sul piano giuridico, è un sistema di doveri, e non di diritti. E, tra questi doveri, c’è, al primo posto, quello di ricordare il limite di ogni potere: del padrone, del padre, del sacerdote, del re, del giudice, della Knesset. Lo straniero, la vedova, l’orfano, il levita, il prigioniero di guerra non hanno alcun potere, potrebbero facilmente essere trascurati, dimenticati, schiacciati. È questo forse l’insegnamento dell’ebraismo? E secoli di giurisprudenza rabbinica ricordano che le decisioni di ogni giuria, di ogni assemblea devono sempre riportare anche l’opinione di minoranza, perché anch’essa può essere portatrice di una possibile verità.
Non c’è nessuna scelta, perciò, tra ebraismo e democrazia. La scelta è se difendere, insieme, entrambi, o abbandonare entrambi.
Francesco Lucrezi, storico