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SCAFFALE 59 LA COLPA DI CAINO

SCAFFALE 59 LA COLPA DI CAINO

(da Moked. Pagine Ebraiche 14/10/2026)

La recente pubblicazione dell’opera, in due tomi, di Alberto Moshe Somekh Il rinascimento del sole. Alle radici dell’ebraismo moderno: Spunti dal Kli Yeqar (1602) di R. Shlomoh Efrayim ben Aharon de Lencyca, successore del Maharal di Praga (a cura di Paolo Orsucci Granata, Livorno, Belforte, 2026: I: Genesi, Esodo, pp. 487, euro 40; II: Levitico, Numeri, Deuteronomio,  pp. 388, euro 35) offre al pubblico un’opera monumentale, di altissimo valore scientifico, e tuttavia capace di interessare (per la scorrevolezza e limpidezza della scrittura) anche un ampio pubblico, non necessariamente esperto di ebraismo.

Il testo trae spunto dalle ricerche (derashòt) sulla Torah compilati, all’inizio del XVII secolo, da Rav Shlomo Efrayim e raccolte nella silloge intitolata Kli Yeqar. Si tratta, in pratica, di un commento a un commento, ma, in realtà, a essere oggetto di interpretazione e meditazione sono un’infinità di testi, provenienti dalle più varie epoche e dai più diversi autori, da Rabbi Loew ad Aristotele, da Rashi a Maimonide, dal Talmud, ai midrashìm ai commenti medievali e tardorinascimentali. L’approccio usato dall’autore (uno dei più illustri e noti rabbini italiani) appare di grande originalità, dal momento che il tipo di ricerca e interpretazione dei versetti biblici è segnato da particolare apertura, elasticità, fantasia. E dalle parole bibliche (nel peshàt, senso letterale, e nel daràsh, significato frutto della ricerca) scaturisce un inesauribile fiume di sollecitazioni culturali, che riguardano i più vari aspetti dell’esistenza.

I temi trattati nell’ampia raccolta sono davvero tanti: il senso e il valore del tempo, il significato della libertà e della responsabilità, il rapporto tra le generazioni, la famiglia, la primogenitura, la storia, l’affettività, il sacrificio, la giustizia e tanti altri. Le scarne parole della Torah, accostate ai midrashìm e ai vari commenti rabbinici, appaiono al lettore come delle punte di iceberg, delle arcane estrapolazioni da un testo infinitamente più ampio, che sta ad ognuno, secondo la propria sensibilità e il proprio senso della vita, costruire.

Tra i tanti argomenti, vorrei solo formulare qualche breve osservazione su tema di fondamentale importanza, trattato proprio all’inizio dell’opera, a proposito della vicenda di Caino e Abele, ossi l’invidia. Come è noto, nel testo della Genesi non è spiegato perché il Signore rifiuti il sacrificio di Caino, accettando invece quello del fratello, e scatenando così il risentimento del primogenito. In realtà, dalla letteratura midrashica, Somekh estrae diverse possibili spiegazioni del motivo del rifiuto del Signore. Non è detto, però, che Caino avesse il diritto di conoscerle, e di capirle. Quando si fa un dono, non lo si fa per essere ringraziati, e il figlio di Adamo potrebbe essere stato sottoposto a una forma di prova simile a quella, ben pi grave, che sarebbe stata poi destinata a Giobbe. Ed è possibile che questo enigmatico rifiuto serva non a generare, ma a rivelare quello che era un preesistente sentimento di Caino (non esplicitamente indicato nel Bershìt, ma richiamato dalla letteratura midrashica), ossia la sua invidia nei confronti del fratello. Il fratricidio sarebbe stato quindi il secondo peccato del primo uomo nato da un grembo materno, perché il primo sarebbe stato l’invidia.

Alle interessanti annotazioni dei Midrashìm, che “riempiono” le “pagine bianche” della Torahr, e che sono commentate da Shlomo Efrayim e poi da Somekh, e che sarebbe lungo riassumere, vorrei aggiungerne un’altra.

Se è vero che l’invidia è stato il primo peccato dell’uomo fuori da Gan Eden, ciò può dipendere dal fatto che tale sentimento è il più pericoloso di tutti per due motivi.

Il primo è che si tratta del sentimento più diffuso di tutti, perché è, di tutti, il più umano. Chi può dire di non avere mai invidiato nessuno? Nessuno può farlo. Ogni uomo può sentirsi inferiore di un altro, e invidiarlo per questo. Un ricco anziano invidia un povero solo perché è giovane, così come un giovane bello può invidiare un vecchio ripugnante perché ricco e potente, e via dicendo. Nessuno ha tutto, e, soprattutto, nessuno ha niente per sempre. Ognuno si sente privo di qualcosa, ed è umano invidiare che la possiede, o si crede che la possegga.

Ma, oltre a essere il più diffuso, è anche il più misconosciuto, perché coperto e occultato da un senso di profonda vergogna. Confessare di essere invidiosi vuol dire ammettere la propria pochezza, inferiorità, meschinità. Perciò, se un uomo può confessare di avere tradito, rubato, ucciso, magari facendosene anche vanto, nessuno ammette mai di essere invidioso, perché se ne vergogna profondamente.

Questo concetto lo si trova chiaramente espresso all’inizio della Divina Commedia. L’uscita dalla selva oscura è impedita da tre bestie, una lonza, un leone e una lupa. Ma è solo l’ultima che costituisce uno sbarramento invalicabile, che il poeta non riuscirebbe a superare senza l’aiuto di Virgilio. Questi gli spiega che la fiera resterà sulla terra finché non sarà respinta dal Veltro nell’Inferno, “là donde invidia prima dipartilla”. All’origine del male, quindi, c’è proprio “il primo peccato”, l’invidia. E non è un caso se essa è evocata, in modo esplicito, nel primo Canto della Commedia, e, in modo implicito, all’inizio del primo libro della Torah.

Entrambe le opere sono due cammini di salvezza e devono, necessariamente, partire dalla presa d’atto del Male, senza il quale non esisterebbe neanche la salvezza.

 

Francesco Lucrezi, storico