VENTI ANNI DOPO
Il 15 settembre del 2006, nella sua amata Firenze, dove era nata settantasette anni prima, scompariva Oriana Fallaci. E, approssimandosi il ventesimo anniversario della morte, appare certamente opportuna la scelta di dedicare alla grande giornalista e scrittrice un libro di alto profilo – scritto insieme da persone che le sono state molto vicino, o che ne conoscono molto bene la vita e il pensiero -, volto a interpretare il significato complessivo della sua intensa testimonianza: Ferruccio De Bortoli, Simonetta Sciandivasci, Alessandro Trocino, Alessandro Cannavò, Cristina Bulgheri, Oriana Fallaci. Punto e basta, Paesi Edizioni, Collana Atlantide, Roma, 2026, pp. 109, euro 14.
“Oriana Fallaci – si legge in una premessa dell’Editore, intitolata Tra le mura di casa, nel “sancta sanctorum” – è ancora oggi il volto più riconosciuto e coriaceo del giornalismo italiano. Un tipo di giornalismo, tuttavia, che si è andato perdendo nel nuovo secolo. Un tipo di giornalismo che ‘non è solo fatti, bensì l’interpretazione dei fatti attraverso le idee’, come lei stessa dichiarò nel 1976 all’Amherst College del Massachusetts, durante un intervento sul ruolo dei media europei e italiani. Un tipo di giornalismo che, a differenza del modello mediatico americano – che segue lo slogan ‘fatti, non opinioni’ – interpreta il lavoro di reporter come una missione. Una di quelle che vanno gestite lancia in resta, anche se questo può essere rischioso per la carriera e per la propria stessa vita”.
Il volume si apre con il saggio, scritto da Alessandro Trocino con Ferruccio De Bortoli e Alessandro Cannavò, intitolato Quattro pagine che incendiarono il Paese. Seguono i testi Uno scatolone pieno di lettere, di Cristina Bulgheri, e Amare la vita fino alla rabbia, di Simonetta Sciandivasci.
Le quattro pagine a cui si riferisce il primo contributo, naturalmente, sono quelle del famoso articolo intitolato La rabbia e l’orgoglio, apparso sul Corriere della Sera del 29/9/2001, diciotto giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle, che sorprese la Fallaci proprio a Manhattan, dove viveva, già malata, in grande solitudine (“esiliata come Garibaldi”, disse), con le persiane delle finestre chiuse (come se volesse completamente ripararsi dal mondo esterno), lontana da ogni forma di mondanità. Era impegnata, in quel periodo, nella stesura del suo ultimo romanzo, Un cappello pieno di ciliegie, che sarebbe stato pubblicato postumo e incompleto.
“Quegli schianti – scrivono gli autori – non segnano solo il collasso delle torri e di una idea di New York. Sembrano un segnale, un presagio più vasto. Per Oriana sono qualcosa di più. Risuonano nella testa e nella coscienza come la conferma di un punto di non ritorno per l’Occidente, come la ratifica di una crisi della civiltà, enfatizzata dall’odore acre della solitudine e della malattia. È un corto circuito, la scintilla di un incendio”.
Com’è noto, il lungo articolo della Fallaci (integralmente riproposto come appendice al volume) suscitò un’enorme eco, sia in Italia che all’estero. Già a metà mattinata tutte le copie del giornale erano esaurite, tanto che fu necessario stamparne di nuove.
Gli autori raccontano i retroscena di quel testo (da cui, com’è noto, fu poi sviluppato un libro, con lo stesso titolo, pubblicato nel 2004 dalla Rizzoli), giustamente entrato nella storia non solo del giornalismo mondiale, ma anche del pensiero politico. Il Direttore del Corriere, De Bortoli, aveva concordato con la Fallaci di pubblicare sul giornale un’intervista, e si recò a casa della scrittrice, a Manhattan, per realizzarla. Ma Oriana gli fece già trovare un lungo testo scritto, che avrebbe dovuto contenere le risposte alle presumibili domande del Direttore. Dopo averlo letto, De Bortoli decise però che era meglio pubblicarlo in forma di saggio, senza nessun taglio, nonostante la lunghezza, certamente inusuale per un testo giornalistico. Fallaci chiese che il testo fosse pubblicato tutto in corsivo, e la richiesta – anch’essa alquanto inconsueta – fu accolta. Il primo titolo proposto, Il massacro e l’orgoglio, fu poi sostituito dall’autrice con quello che conosciamo.
Prima che fosse pubblicato, l’autrice continuò freneticamente a tempestare il giornale per apportare delle aggiunte e delle correzioni. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre il giornale, ovviamente, era pronto per andare in stampa. Ma non si poteva procedere, perché c’erano ancora nove colonne vuote, quelle di Oriana, che non aveva ancora dato l’imprimatur definitivo.
Finalmente il placet arrivò, e il 29 ottobre scoppiò una deflagrazione giornalistica che ricordò, per la sua forza dirompente, quella, terribile, dell’11 settembre. Si trattò, com’è noto, di uno scritto fortemente divisivo, che incontrò il plauso sfrenato di una larghissima parte dell’opinione pubblica, ancora scioccata dalla recentissima catastrofe, ma anche molte critiche, tutte riconducibili, in vario modo, all’accusa di fondo di rappresentare un testo razzista, dal momento che rivolgeva i suoi violenti strali non solo contro i terroristi e i loro mandanti e fiancheggiatori, ma, genericamente, contro l’Islam nel suo insieme, globalmente accusato di essere una religione violenta e intollerante, incompatibile con i millenari valori della civiltà occidentale (uno dei più significativi testi polemici contro la Fallaci, di Tiziano Terzani, intitolato Il Sultano e San Francesco. Non possiamo rinunciare alla Speranza, pubblicato sul Corriere dell’otto ottobre 2001, è anch’esso riprodotto alla fine del volume, dopo La rabbia e l’orgoglio).
L’allora Direttore De Bortoli esprime, venti anni dopo, delle perplessità sul proprio comportamento di quei giorni: “la mia colpa, forse, è stata quella di non averla difesa personalmente, subito dopo la pubblicazione dell’articolo. Un conto sono le opinioni critiche, un altro le accuse personali, anche ingiuste, che ha subito e che l’hanno messa in una condizione di relativa debolezza”.
Da quel momento, la Fallaci si trovò, suo malgrado, a diventare un’icona delle destre, e di tutti coloro che ritenevano (e tuttora ritengono) impossibile o perniciosa ogni forma di dialogo col mondo islamico, e, ovviamente, difendevano (e difendono) l’idea di un Occidente assediato da temibili nemici, dai quali si deve difendere, e di fronte ai quali deve chiudere tutte le sue porte. Al contrario, ovviamente, diventò il nemico giurato delle sinistre e dei fautori dell’apertura e del dialogo nei confronti del mondo islamico.
Ricordo che, personalmente, quando lessi l’articolo della Fallaci (che ebbi la sorte di incontrare di persona, nel 1992, nell’Hotel Plaza di New York, dove, all’epoca, viveva), provai sentimenti contrastanti, prevalentemente negativi, per una lettura della realtà che mi sembrava non certo troppo allarmata, ma semplicistica. Vent’anni dopo, la sua idea di fondo, quella della pericolosità dell’Islam, e della necessità di una difesa contro di esso, sembrerebbe, purtroppo, avere trovate molte, moltissime conferme. E, tuttavia, continuo a trovare l’analisi della grande scrittrice incompleta. Non perché non veda i pericoli legati al fondamentalismo islamico, e al suo innegabile prevalere sull’Islam civile e moderato (che pure esiste), ma perché non ho mai avuto nessuna fiducia nell’idea di Occidente. Auschwitz non è accaduto in Oriente, quasi tutti i peggiori antisemiti, in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, sono bianchi, “ariani”, cristiani e, talvolta, perfino ebrei.
Oriana, scomparsa nel 2006, non ha fatto in tempo a leggere il fondamentale libro di David Nirenberg, Anti-Judaism. The Western Tradition, pubblicato nel 2013, nel quale indica nell’antisemitismo uno dei principali fattori identitari dell’Occidente. Non dell’Islam.
Francesco Lucrezi, storico