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Dove sta andando Israele?

(l’articolo rappresenta la versione ampliata di un testo apparso, in forma più breve, sul sito AISSI [the Association of Italian Scholars and Scientists in Israel], Sezione Media Accademia Italia/Israele: www.aissiassociation.org)

Nel 2019, dopo una fuga di notizie su un possibile accordo tra destra e partiti religiosi che avrebbe legalizzato la segregazione di genere negli spazi pubblici, Yair Lapid accusò Netanyahu di voler «importare Teheran» in Israele. Aryeh Deri, allora leader dello Shas, rispose: «Questo è uno Stato ebraico, non l’Iran». Ma di fatto quella contrapposizione continua a riemergere, per lo meno ogni volta che il rapporto fra religione e spazio pubblico torna al centro del dibattito israeliano.
Oggi il tema è diventato concreto. Come ben sappiamo, nel luglio 2026 la Knesset ha approvato una legge che estende la possibilità di istituire percorsi universitari separati per uomini e donne anche alle lauree magistrali e ai dottorati. La legge amplia una possibilità che esisteva già per alcuni percorsi destinati alla popolazione ultraortodossa e stabilisce che la separazione religiosa non costituisce, in questi casi, discriminazione. La norma è stata approvata nonostante l’opposizione dei principali atenei israeliani e dell’Accademia delle Scienze e delle Lettere. Cinque membri del Consiglio per l’istruzione superiore si sono dimessi pochi giorni dopo, denunciando un intervento politico sull’autonomia del sistema universitario.
La questione è importante, anche perché l’università è uno degli ultimi luoghi in cui gruppi diversi della società israeliana si incontrano quotidianamente: laici e religiosi, ebrei e arabi, uomini e donne. La scelta di separare questi percorsi tocca perciò un principio più generale, quello della natura dello spazio pubblico israeliano.
La separazione di genere, del resto, non è un fenomeno nuovo. Gli autobus mehadrin, nati per rispondere alle esigenze della popolazione ultraortodossa, sono stati al centro di una lunga battaglia giudiziaria dopo le denunce di donne costrette a sedersi in fondo o aggredite perché si rifiutavano di farlo. Ancora nel 2024 si è verificato un episodio che ha riportato la questione sulle cronache: alcune ragazze erano state invitate da passeggeri ultraortodossi a spostarsi nella parte posteriore di un autobus diretto da Gerusalemme ad Arad, nonostante una precedente sentenza della Corte Suprema avesse stabilito che le donne non possono essere obbligate a occupare determinati posti.
Più recentemente, a Bnei Brak, la separazione ha raggiunto le strade. Sono infatti comparsi percorsi distinti per uomini e donne, con barriere e indicazioni che regolano il passaggio dei pedoni. Una vera e propria modifica dello spazio urbano ancorché, al momento, limitata ad una città abitata da soli haredim. Ma cosa accadrà quando, per un qualsiasi motivo, si troveranno ad attraversare quelle strade dei turisti o degli israeliani non religiosi?
La questione diventa tuttavia ancora più preoccupante quando va ad intaccare la presenza delle donne nella vita pubblica. La controversia sul kol isha — il divieto, per alcuni uomini osservanti, di ascoltare una donna cantare — ha prodotto negli anni cancellazioni di eventi (come il concerto di beneficenza per Ezra Lemarpe del 2019), proteste e tensioni anche all’interno dell’esercito. E proprio nell’esercito si è visto quanto sia difficile tenere separati gli accomodamenti richiesti dalla pratica religiosa e le regole di un’istituzione che, per definizione, deve essere comune a tutta la società. Il problema è riemerso anche recentemente. Nel novembre 2025, durante una cerimonia della 401ª Brigata corazzata, alcuni soldati religiosi hanno lasciato la sala quando la banda militare ha iniziato a esibirsi con cantanti donne. Ed hanno nuovamente abbandonato l’evento persino durante l’esecuzione dell’inno nazionale, perché a cantarlo erano presenti delle soldatesse. Pochi mesi dopo, nel gennaio 2026, decine di soldati, comandanti e ufficiali religiosi della Brigata Golani si sono allontanati, durante un evento celebrativo a Gerusalemme, quando è iniziata un’esibizione con voci femminili.
A nulla sono valse le raccomandazioni negli anni. Tsahal aveva infatti già affrontato la questione nel 2011-2012, dopo che decine di cadetti religiosi si erano ritirati da una cerimonia nella quale cantava una soldatessa. Allora il capo di stato maggiore Benny Gantz aveva stabilito che nelle cerimonie ufficiali la presenza dei soldati non poteva essere subordinata all’assenza di canto femminile: le soldatesse — aveva affermato — avevano il diritto di cantare e la loro partecipazione faceva parte della vita dell’esercito. Ma di nuovo nel 2014 la voce femminile era stata considerata uno scandalo, tanto che un concerto organizzato per i soldati impegnati nelle operazioni militari della Brigata Givati aveva visto la sostituzione della cantante Sarit Hadad con Moshe Peretz «per non offendere la sensibilità dei religiosi», come riportato da The Times of Israel.
Per non parlare dell’annosa questione degli spazi davanti al Kotel. Nel febbraio di quest’anno la Knesset ha dato una prima approvazione a una proposta che attribuirebbe al rabbinato ortodosso un controllo più ampio sul Muro Occidentale, arrivando a prevedere sanzioni per pratiche di preghiera considerate contrarie alle sue regole. La proposta ha suscitato la protesta delle correnti riformata e conservative dell’ebraismo e di Women of the Wall, che da anni chiedono di poter pregare secondo le proprie tradizioni.
Sono vicende diverse, che per certo non possono essere messe sullo stesso piano. Ma tutte riguardano il rapporto fra una concezione particolare dell’ebraismo e uno spazio che dovrebbe appartenere alla collettività. In questo senso il tema della segregazione universitaria è più importante di quanto possa sembrare. Non riguarda soltanto gli studenti ultraortodossi e le loro esigenze. Riguarda il modo in cui lo Stato decide di adattare le proprie istituzioni a una società nella quale il peso politico dei partiti religiosi è cresciuto.
Il riferimento all’Iran, dunque, non è soltanto una metafora politica usata nello scontro fra maggioranza e opposizione. L’Iran rappresenta per molti israeliani il timore di una trasformazione dello Stato attraverso l’espansione della normativa religiosa nella vita civile. Ma il paragone ha anche un limite evidente: Israele resta una democrazia pluralista, con istituzioni capaci di opporsi a questa tendenza e una società profondamente divisa sul suo futuro.
L’«iranizzazione» evocata da Lapid non è dunque un destino inevitabile, né una descrizione adeguata di Israele. È però diventata una parola chiave del dibattito su una trasformazione reale. Anche perché la novità degli ultimi anni è rappresentata dalla crescente capacità dei partiti religiosi di tradurre le proprie esigenze in norme che riguardano l’intera sfera pubblica. E la discussione non riguarda più soltanto l’accesso all’università degli haredim, ma in quale tipo di università Israele vorrà riconoscersi.
Il governo Netanyahu, arrivato alla fine del suo mandato, non ha più cercato di dissimulare questa agenda. Ora chiede agli israeliani di giudicarla.

Danela Santus