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TUTTO IL RESTO È NOIA

TUTTO IL RESTO È NOIA

 

Nella scorsa puntata del mio commento al grande libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna ho iniziato ad affrontare le pagine che lo studioso dedica alla leggendaria figura di Ernesto “Che” Guevara. Nel paragrafo del volume in cui si tratta del controverso e celeberrimo personaggio (intitolato “Una guerriglia antisemita: la scommessa persa del Che Guevara”), lo studioso riferisce degli aspetti molto poco conosciuti della rivoluzione cubana, che valgono a meglio comprenderne il valore storico, e che sintetizzerò nelle prossime puntate. In questa nota ritengo invece spiegare il motivo per cui, da sempre, anche da ragazzo, ho nutrito per la figura del Che una irriducibile avversione, pari almeno all’adorazione di cui è stata oggetto, per molti decenni (e, sia pure in misura ridotta, ancora al giorno d’oggi), da parte di sterminate masse di giovani e meno giovani “sognatori”.

Premetto che non sono un esperto di Gevara, e che non ho letto che qualcosa dei suoi numerosi scritti (tra cui Diario di un motociclista, La guerra di guerriglia, Ricordi di una guerra rivoluzionaria cubana, Diario in Bolivia, Il socialismo e l’uomo a Cuba, oltre alle centinaia di lettere, testi di discorsi, articoli e altro). Ma qualcosa ho letto, e mi è rimasta impressa, in particolare, una sua pagina in cui racconta che, quando gli fu chiesto di giustiziare alcuni prigionieri politici, lo fece con assoluta naturalezza, senza il benché minimo turbamento emotivo.

Immagino che qualche rivoluzionario mi vorrebbe già rimproverare: “e lo critichi per questo, mammoletta? Ti pare che la rivoluzione debba cedere ai sentimentalismi delle donnicciole? Ma torna a fare la tua misera vita da vecchio pantofolaio!”.

È vero, sono un fifone, un anziano pensionato borghesotto, non avrei il fegato neanche di sparare con una pistola giocattolo, figuriamoci di andare a fare la guerriglia vera o ammazzare un uomo a sangue freddo. Ma, tranquilli, non critico il Che per questo. Ho raccontato questa pagina solo per un mio piccolo ricordo personale.

Lo condanno semplicemente per essere stato tra i principali responsabili della instaurazione e del consolidamento di uno dei regimi più oppressivi e illiberali di sempre, che ha fatto di Cuba un vero e proprio carcere a cielo aperto. Paradossalmente, col suo mito, Guevara ha contribuito alla perpetuazione di quella durissima dittatura più da morto che da vivo.

“Ma allora preferivi la dittatura di Fulgencio Batista!”, obietterebbe il mio interlocutore rivoluzionario. A questa domanda risponderei con un’altra domanda: in pratica tutti i Paesi dell’America latina sono stati retti, nel 900, per periodi più o meno lunghi, da dittature militari o fascistoidi: Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Cuba, Colombia, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Nicaragua, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana, Uruguay, Venezuela… Dimmi, compagno: oltre al nome di Batista (e, al massimo, quello di Pinochet), ricordi per caso il nome di qualcun altro di questi dittatori)? No? Strano, non ti viene da chiedere come mai? Te lo spiego io. Per il semplice motivo che, in tutti questi Paesi, le dittature sono cadute per lasciare il posto a delle democrazie (sia pure spesso imperfette e traballanti). E questo perché le dittature fanno fatica a resistere in mezzo a regimi almeno in parte democratici. L’URSS, la Federazione russa e la Cina hanno resistito e resistono tanto a lungo perché si tratta, in pratica, di interi continenti. Dopo i vari dittatori e generali dell’America latina sono accadute tante altre cose, per cui quei nomi non li ricorda più nessuno. Il 1° gennaio del 1959, quando Batista scappò, invece, è come se la storia si fosse fermata, perciò tutti ricordano quel nome. È bene che la storia si fermi? Secondo me no.

La dittatura comunista cubana resiste (da 67 anni!) sulla pelle di quello sfortunato popolo per due motivi: il primo è che si è instaurata su un’isola, che i suoi cinici governanti hanno “isolato”, nel modo più rigido possibile (turismo a parte), dal resto del mondo (perché ben sapevano e sanno che, altrimenti, per loro sarebbe la fine). Il secondo è che il regime poliziesco si è ammantato di un alone ideologico romantico e avventuroso, di stampo terzomondista, antioccidentale e antidemocratico, che ha letteralmente ipnotizzato le immense masse di persone che, pur godendo di tutti i privilegi della democrazia e dell’Occidente (anzi, forse, proprio per questo), hanno nutrito e nutrono per l’Occidente e per la democrazia una profonda, viscerale antipatia.

Il Che e i suoi compagni sono stati etichettati come “di sinistra”, e ciò non tanto per una loro scelta (della sinistra e della destra a loro non interessava niente), ma per lo stupido infantilismo della stessa sinistra, che, alla ricerca di punti di riferimento ideologici, ha spesso scelto i peggiori. Il mito di Guevara ha avvelenato la sinistra, non la destra. Anche quando ha scelto, o ha finto di scegliere, la strada della democrazia e del liberalismo, larga parte dei compagni ha continuato a sognare di potere fare diversamente, “come a Cuba”.

Le innumerevoli magliette con lo sguardo duro dell’intrepido guerrigliero trasmettevano questo semplice messaggio: viviamo nella democrazia e nell’Occidente, ma è inutile impegnarsi per rendere migliore questo mondo imperfetto, attraverso lo studio, il lavoro, le battaglie per i diritti civili, l’ampliamento delle libertà individuali, il miglioramento della qualità della vita e delle condizioni di lavoro, la paziente costruzione di una società basata sul rispetto, il pluralismo, la sicurezza di tutti e la libertà di ognuno. Tutte queste cose sono noiose, non danno nessun brivido, nessuna emozione. Esiste un’altra strada, molto più rapida ed efficace, rossa come il sangue e come le magliette con la faccia del Che. Magari non è il momento di percorrerla, ma, per lo meno, possiamo sognarla. Perché, come dice la canzone, “tutto il resto è noia”.

 

Francesco Lucrezi