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BAMBINI DI GAZA

BAMBINI DI GAZA

 

La proposta, che è stata avanzata, e sta raccogliendo notevole successo, di assegnare il prossimo Nobel della Pace ai bambini di Gaza, suscita alcune domande.

In primo luogo, Nobel per la pace è stato istituito per rendere omaggio a chiunque, in qualsiasi modo, abbia dato un qualche contributo alla promozione dei valori della pace tra i popoli, nonché del rispetto dei diritti civili, ed è in base a questi criteri che è stato sempre attribuito, secondo scelte che, ovviamente, posso essere più o meno condivise. Non si capisce in che modo gli sfortunati bambini di Gaza, che conducono una vita certamente difficile, ma che, per la loro giovane età, non hanno ancora potuto dare alcun contributo alla pace nel mondo, possano meritare una tale onorificenza. Forse vengono indicati come esempio da seguire? Ma perché, cosa c’è di meritevole ed encomiabile nella sofferenza? Credo che nessuno desideri che altri minorenni si trovino in condizioni come le loro, dando così un altro contributo alla pace.

Forse il premio vuole significare semplicemente un attestato di vicinanza umana, di solidarietà. Ciò è del tutto lontano dallo spirito del Nobel, ma va bene, perché no. Tutti i bambini del mondo meritano la nostra protezione, il nostro sostegno, la nostra empatia, soprattutto se e quando soffrono. Tutti. Anche quelli che subiscono le conseguenze di guerre e violenze in altri luoghi e Paesi, tipo Sudan, Ucraina, Sahel, Yemen, Iran, Afghanistan… (non nomino Israele, per carità). Perché questi altri non devono avere nessun premio? Mi immagino che estendere il premio a tutti i bambini del mondo in condizioni di difficoltà sarebbe un po’ troppo generico, e avrebbe un minore impatto emotivo. Ma sono sicuro che questa iniziativa sarà ripetuta ogni anno, sempre a favore di un gruppo diverso di bambini. Nel 2027 quelli del Sudan, nel 28 dell’Ucraina, e poi di altri posti. Tanto, tranquilli, le guerre non mancheranno mai.

O forse l’iniziativa è volta ad accusare chi, col suo comportamento, ha determinato queste condizioni dure e difficili. Più che un premio a favore di qualcuno, quindi, sarebbe un monito contro qualcuno. Non sarebbe, in questo, la prima volta: quando è stato concesso il Nobel per la pace a Sacharov, a Aung San Suu Kyi, a Liu Kiaobo, a Narges Mohammadi, per esempio, si è inteso soprattutto denunciare i regimi che hanno privato quei personaggi della libertà. Anche questo, quindi, potrebbe essere un Nobel, più che “premiante”, “accusatorio”, e questo sarebbe il suo significato. Ma accusatorio nei confronti di chi? A mio avviso, la risposta dovrebbe essere semplicissima, perché non c’è alcun dubbio che l’unico responsabile (l’unico) delle sofferenze dei bambini di Gaza è il regime terrorista che li opprime, che li ha sempre usati come scudi umani, che ha compiuto un orrendo massacro di massa per costringere il Paese aggredito a reagire, e che poi ha continuato a colpire nascondendosi dietro asili, scuole e ospedali, per far sì che i primi a cadere sotto i colpi nemici fossero proprio loro, i bambini. Che dubbio c’è, quindi? Ma, chissà perché, ho qualche vago timore che sull’attribuzione della responsabilità ci possa essere qualche divergenza di opinioni. Ma forse mi sbaglio.

Io desidero per i bambini di Gaza tutto il bene possibile. Desidero che siano liberati dal regime assassino che li opprime, che possano studiare, giocare, crescere e vivere in pace, in sicurezza, benessere e serenità. Desidero che ricevano tanti regali, e che tra questi, possibilmente, non ci siano mitra. Mitra veri. Ma il Nobel no, non glielo darei.

Il Nobel, com’è noto, si può conferire solo a persone viventi, non in memoriam. Se fosse possibile il contrario, chiarisco, a scanso di equivoci, che non lo attribuirei neanche a due bambini che hanno inciso una piaga sul mio cuore, e che si sono trovato anche loro, loro malgrado, e entrare nella categoria dei “bambini di Gaza”, perché in quel lembo di terra hanno concluso la loro brevissima vita. Sono stati rapiti, quando avevano nove mesi e quattro anni, insieme alla loro mamma, per essere poi strangolati a mani nude dai loro carcerieri. Non ci è dato sapere se la loro mamma abbia assistito alla loro uccisione, o se siano stati loro ad assistere alle sevizie e agli abusi da lei subiti. No, nessun Nobel, nessuna targa, nessuna medaglietta. Solo quella cicatrice sul cuore, che non dovrà mai rimarginarsi.

 

Francesco Lucrezi