QUESTIONE EBRAICA 93 LA LEGGENDA
Nel prosieguo del suo grande libro su La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò tratta di un personaggio che, apparentemente, non dovrebbe avere a che fare con la questione ebraica, e che alla stessa non è generalmente collegato. Ma il collegamento, invece, c’è, ed è molto importante, e dobbiamo ringraziare Calò per averlo messo in evidenza. Sarà una sorta di maledizione, ma in qualsiasi accadimento storico di un qualche rilievo l’ebraismo, in un modo o nell’altro, c’entra sempre.
Devo confessare che, nel trattare il personaggio in questione, potrei non essere obiettivo, dal momento che ho sempre nutrito, per lui, una profonda avversione e antipatia, prima che politica e ideologica, umana. Eppure, si tratta di un protagonista che è stato il più popolare mito per intere generazioni di giovani europei e americani, dagli anni ’60 in poi. Certamente, credo che sia il personaggio la cui immagine (quasi sempre ricavata da un unico, preciso ritratto fotografico, scattato da Alberto Korda, in occasione della commemorazione funebre di un suo compagno d’arme caduto, intitolata “”Gerrillero Heroico” e definita “la foto più celebre di sempre”), con un’espressione corrusca e adombrata, segno di dolore, ma anche di indomito spirito di rivincita e vendetta, è stata riprodotta più di qualsiasi altra al mondo, su milioni di magliette, di bandiere, di murales, di poster.
Nessuna raffigurazione di personaggi celebri – né sportivi, né politici, né musicali – può competere con lui, sul piano della diffusione e moltiplicazione dell’immagine. Abbiamo, certo, altri esempi di volti che sono diventati delle icone, dei simboli, e che, perciò, sono stati reiteratamente riprodotti, in molteplici contesti: Karl Marx, Mao Tse Dong, Marylin Monroe, Maradona… Ma il volto di cui parliamo li batte tutti. (L’unico con cui potrebbe competere, probabilmente, è quello di Padre Pio, che però non appare mai su poster, magliette, murales o bandiere, ma solo su innumerevoli cartoline devozionali o in luoghi sacri o consacrati, quali chiese, istituti religiosi, cimiteri…).
È l’immagine di un uomo giovane, bello, forte, coraggioso, catturato in battaglia e ucciso dai suoi nemici. Il messaggio emanante da quei milioni di magliette, bandiere, murales, poster (la moda è finita, quasi all’improvviso, agli inizi degli anni Novanta, e a quei tempi i tatuaggi non si usavano ancora) è semplice, chiaro e diretto, e proprio questo ha contribuito allo straordinario successo di quell’immagine (che appartiene, molto più che alla storia della politica, a quella del costume, della sociologia e dei linguaggi di massa): “anche io, come lui, non mi sottometto. Anche io, come lui, sono, o sarei, pronto a combattere per la libertà, fino al sacrificio della mia stessa vita. O, almeno, mi piacerebbe essere così”.
Penso che sia ormai chiaro a chi appartenevano quella barba un po’ rada e disordinata, quei capelli lunghi, quello sguardo duro e tagliente, che ha fatto sognare milioni di giovani, che hanno scelto milioni di volte, ogni mattina, di indossare una maglietta, quasi sempre rossa, recante, sovraimpressa in nero, quella celeberrima effigie. A lui, al “Che”, alias Ernesto Guevara de la Serna.
Se Fidel Castro ha avuto la fortuna di potere dominare da dittatore sul suo sfortunato Paese per un lunghissimo periodo (ben 46 anni, un vero record), l’epopea dell’eroe guerrigliero, com’è noto, è stata molto breve, in quanto stroncata durante un’operazione militare in Bolivia, nel 1967, quando lui aveva solo 39 anni. E, certamente, questa fine precoce e violenta ha molto contribuito alla nascita del suo mito. Non ci sono mai state magliette, bandiere e poster col volto di Fidel. Ma penso che il “leader maximo” non ne abbia sofferto. A lui il potere, al suo collega (che sarebbe probabilmente diventato un rivale), la leggenda. Bene, benissimo così.
Ma perché, mi si potrebbe chiedere, un personaggio che ha fatto sognare milioni di giovani, a te sta antipatico? Non ti stava simpatico neanche quando eri giovane anche tu? E poi, non ritieni che meriti un po’ di rispetto, se non altro, per il fatto che nel 1967 ha rischiato la vita, e l’ha persa, per i suoi ideali?
Alla seconda di queste domande rispondo senza esitazioni: no, non mi è mai stato simpatico, anzi, l’ho considerato esattamente agli antipodi dei miei valori di umanità, giustizia, democrazia. Sono, e voglio essere, il suo opposto. Quanto alla terza domanda, relativa alla sua morte, non mi fa mai piacere quando qualcuno viene ucciso, ma se qualcuno si aggira furtivo nella giungla di un Paese nemico, armato di mitra, beh, qualche rischio sa di correrlo.
Alla prima domanda, sul perché lo abbia sempre considerato un personaggio pessimo, risponderò, molto brevemente, la prossima puntata. Per ora anticipo solo che, evidentemente, avevo visto giusto, se Calò dedica al paragrafo a lui dedicato questo eloquente titolo: “Una guerriglia antisemita: la scommessa persa di Che Guevara”.
Francesco Lucrezi, storico