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Israele e il Libano hanno una lunga storia di cessate il fuoco falliti: questa volta sarà diverso?

Da : The Conversation, 10 luglio 2026

Se attuato, l’accordo quadro definito tra Libano e Israele nel giugno 2026 potrebbe rivelarsi l’intesa di maggior peso tra i due Paesi negli ultimi ottant’anni circa.

Tuttavia, si tratta di un’ipotesi tutt’altro che scontata. L’accordo prevede relazioni pacifiche tra i due Stati e delinea una tabella di marcia per disarmare il gruppo militante sciita Hezbollah, garantire il completo ritiro di Israele dal Libano e ripristinare la sovranità libanese sull’intero territorio nazionale.

Allo stato attuale, tuttavia, tali disposizioni sono ben lontane dalla realtà. Da un lato, Hezbollah ha respinto categoricamente l’accordo; dall’altro, le continue operazioni militari di Israele rischiano di minare la legittimità interna del governo libanese e, in ultima analisi, la sua capacità di attuare l’intesa.

In qualità di esperti di conflitti armati, cessate il fuoco e processi di pace in Medio Oriente, abbiamo analizzato i precedenti accordi di tregua tra Israele e Hezbollah — risalenti al 1993, 1996, 2006, 2024 e all’aprile 2026. Il nostro studio di prossima pubblicazione sull’argomento evidenzia una costante: ogni accordo ha creato solo una pausa temporanea prima della ripresa delle ostilità o ha ridotto la violenza in misura trascurabile. In tutti i casi, è emersa un’intesa tacita tra Hezbollah e Israele sul fatto che il conflitto sarebbe inevitabilmente ripreso.

Una storia di tregue fallite
Sebbene il Libano e Israele non abbiano mai normalizzato le relazioni, esiste un precedente di accordo che è riuscito a contenere il conflitto. L’Accordo generale di armistizio libanese-israeliano del 1949, mediato dalle Nazioni Unite, pose fine alle ostilità seguite alla guerra arabo-israeliana del 1948. Grazie a un costante sostegno internazionale e al monitoraggio dell’ONU, l’accordo stabilì il confine *de facto* — tuttora sostanzialmente in vigore — e scongiurò il ritorno a una guerra su larga scala per circa due decenni.

Quella relativa stabilità iniziò a incrinarsi negli anni Settanta, quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) espanse la propria presenza armata in Libano, provocando ripetuti scontri con Israele che culminarono nelle invasioni israeliane del Paese nel 1978 e nel 1982.

Dall’invasione su vasta scala del Libano da parte di Israele nel 1982, gli accordi e i cessate il fuoco volti a porre fine alle ostilità sono ripetutamente falliti. Le parti in causa hanno sfruttato le pause nei combattimenti per guadagnare tempo, ricostituire le proprie capacità e consolidare i vantaggi politici o territoriali in vista della successiva fase del conflitto.

L’accordo del 1983 tra Israele e Libano offre sia un esempio di questa dinamica sia una lezione duratura. Prevedeva la pace e la normalizzazione in cambio del ritiro israeliano dal Libano, ma naufragò nel giro di un anno quando le forze antigovernative lanciarono un’offensiva congiunta contro le postazioni dell’esercito libanese a Beirut Ovest, sgretolando l’autorità del governo e frammentando l’esercito lungo linee confessionali e ideologiche. L’accordo del 1983 fallì, dunque, perché lo Stato libanese aveva perso la capacità di attuarlo.

Israele rimase invischiato in un’occupazione prolungata. In quel contesto, Hezbollah emerse da una rete di militanti islamisti sciiti, facendo il suo drammatico ingresso nel conflitto con un attacco a una base militare israeliana nel 1982. Successivamente, nel 1983, il gruppo compì gli attentati contro l’ambasciata statunitense a Beirut e contro le caserme dei Marines americani e delle forze di pace francesi.

Nei decenni successivi, Hezbollah ha accresciuto il proprio potere facendo leva sul costante sostegno iraniano e sulla potente narrativa della resistenza contro Israele. Da allora, il conflitto in Libano ha ruotato principalmente attorno allo scontro tra Hezbollah e Israele.

La violenza ha conosciuto fasi alterne di recrudescenza e tregua; Libano e Israele hanno raggiunto accordi di cessate il fuoco nel 1993, nel 1996 e all’indomani della guerra del 2006. Un aspetto cruciale, tuttavia, è che la questione del disarmo di Hezbollah è stata esclusa dall’agenda – come avvenne per le tregue del 1993 e del 1996 – oppure inserita in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 2006 che non ha però definito meccanismi di attuazione credibili.

Di conseguenza, i periodi di relativa calma seguiti a questi accordi hanno offerto a Hezbollah l’opportunità di ricostruire le proprie capacità militari, consolidare l’influenza politica e mantenere l’iniziativa sulla decisione di quando riprendere le ostilità contro Israele.

È possibile disarmare Hezbollah?
L’attuale contesto è per molti versi unico, poiché gli equilibri di potere in Libano sono mutati in modo tale da rendere il disarmo di Hezbollah – e un accordo storico tra Libano e Israele – politicamente più plausibili rispetto a qualsiasi altro momento degli ultimi decenni.

Le campagne militari di Israele hanno notevolmente indebolito Hezbollah, mentre l’opinione pubblica libanese si è sempre più schierata contro il gruppo, accusandolo di trascinare ripetutamente il Paese in guerre inutili.

Anche all’interno della comunità sciita libanese, il sostegno a Hezbollah è più debole rispetto al passato e cresce il malcontento verso l’Iran, suo principale sostenitore.

Dalla loro ascesa al potere nel 2025, il Presidente libanese Joseph Aoun e il Primo Ministro Nawaf Salam hanno cercato di sfruttare questo cambiamento di tendenza per perseguire il disarmo di Hezbollah, in linea con la risoluzione ONU del 2006 che richiede il disarmo di tutti i gruppi armati non statali in Libano e l’estensione dell’autorità dello Stato libanese verso sud.

Per anni, tali disposizioni sono rimaste in gran parte lettera morta; oggi rappresentano una possibilità concreta.

Con l’avvicinarsi delle elezioni e il mancato raggiungimento di gran parte degli obiettivi dichiarati della guerra di Israele contro l’Iran, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è sottoposto a una crescente pressione affinché dimostri risultati tangibili contro Hezbollah.

Pertanto, il prolungamento del conflitto in Libano potrebbe offrire vantaggi politici interni, ritardando il procedimento penale e permettendogli di fare campagna elettorale come leader in tempo di guerra con forti credenziali di sicurezza.

Hezbollah, nel frattempo, sta tentando di trarre vantaggio politico dalle continue operazioni militari di Israele e dall’insistenza di Netanyahu nel mantenere una presenza a lungo termine sul suolo libanese.

Per un’organizzazione costruita sulla resistenza all’occupazione israeliana, rivendicare quel mantello può offrire il percorso più efficace verso una rinnovata rilevanza e legittimità.
La necessità della diplomazia
In un paradosso che rasenta la tragedia, Israele rischia di ripetere gli errori strategici che hanno contribuito alla nascita stessa di Hezbollah, finendo per ridare vigore a un avversario che aveva ormai ridotto allo stremo.

L’andamento generale di quattro decenni di conflitti e negoziati per il cessate il fuoco indica che Hezbollah e Israele restano orientati verso un confronto continuo. Di conseguenza, a nostro avviso, rimane elevata la probabilità che la tregua lasci il posto a una guerra su vasta scala; a meno che non si rafforzi e si professionalizzi l’attività diplomatica diretta e costante.

Una diplomazia competente si è spesso rivelata indispensabile per raggiungere svolte decisive nella risoluzione dei conflitti. Durante la guerra arabo-israeliana del 1973, i comandanti egiziani e israeliani si incontrarono di persona lungo la strada Suez-Il Cairo, sotto l’egida dell’ONU. Entrambe le parti avevano interesse a porre fine ai combattimenti e concordavano sostanzialmente sui principi che portarono poi al disimpegno e, infine, al trattato di pace tra Egitto e Israele del 1979.

Più di recente, la diplomazia statunitense ha dimostrato che anche le dispute di lunga data tra Israele e Libano possono essere oggetto di negoziato. Dopo aver mediato l’accordo sui confini marittimi del 2022, l’inviato USA Amos Hochstein ha avviato un nuovo ciclo di colloqui volto a risolvere le controversie su alcuni tratti del confine terrestre e a ridurre le tensioni lungo la “Blue Line” (Linea Blu), la linea di demarcazione stabilita dall’ONU in attesa della definizione del confine definitivo. Tali iniziative sono state interrotte dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e dai successivi conflitti regionali, ma dimostrano che un impegno costante degli Stati Uniti può portare a progressi concreti.

Un cammino arduo
È evidente che, per il successo di qualsiasi accordo, sia necessaria un’azione diplomatica costante. Nell’attuale contesto, ciò richiederebbe che gli Stati Uniti esercitassero pressioni su Israele affinché riduca le operazioni militari in territorio libanese. Inoltre, la fase successiva dei negoziati dovrà affrontare dispute territoriali e politiche di lunga data che hanno ostacolato la pace nella regione.

Parallelamente, il Libano necessiterà di un sostegno diplomatico costante per mantenere vivo l’impegno verso il disarmo di Hezbollah, oltre che di assistenza in materia di sicurezza e aiuti finanziari che consentano alle forze armate libanesi di estendere l’autorità del governo sull’intero territorio nazionale.

Momenti come questo sono rari nei conflitti armati. Non nascono da una pianificazione deliberata, bensì dalla convergenza imprevista di esiti militari, mutamenti politici e iniziative diplomatiche. Sono, inoltre, momenti fugaci.

La storia del conflitto tra Israele e Libano è costellata di occasioni mancate e di spiragli che si sono chiusi prima di potersi consolidare. Questa potrebbe essere una di quelle occasioni: possiede i contorni di una svolta decisiva, ma anche la fragilità di un miraggio.