da Moked. Pagine Ebraiche 22/7/26
INSIEME CONTRO L’ANTISEMITISMO
Molte persone, dal 19 al 21 dicembre 2025, si sono riunite, nella suggestiva sede del Centro di Studi biblici di Poggio Ubertini, nell’incantevole cornice paesaggistica del castello e del villaggio Guicciardini, su invito dei gentilissimi padroni di casa Giovanni Melchionda e Valeria Troisi, per discutere insieme su come fronteggiare la sempre più incombente e reale minaccia dell’antisemitismo. Ed è stato davvero un momento di refrigerio, di conforto, di ricarica per tutti i partecipanti, che, scambiandosi le rispettive esperienze, emozioni, iniziative, frustrazioni, hanno cercato, tutti insieme, di accendere delle luci nel buio, di cercare delle possibili vie di uscita dall’oscura prigione in cui tutti, ognuno a modo proprio, si sentivano, in vario modo, rinchiusi.
Va salutata quindi con grande piacere la pubblicazione degli Atti del Convegno: Insieme contro l’antisemitismo. Atti del Forum per Israele, 19-21/12/2025, a cura di V. Troisi, Belforte, Livorno 2026, pp. 196, euro 20. Un libro, va detto, da apprezzare non solo per l’alta qualità dei contenuti, ma anche per i tempi davvero record (contenendo il libro ben venti diversi contributi) della sua realizzazione.
Il convegno si è focalizzato sulla impressionante recrudescenza del morbo antisemita seguita ai terribili eventi del 7 ottobre: una data che ha certamente aperto una pagina nuova nella storia dell’umanità, vedendo tornare alla luce – come attraverso un simultaneo scoperchiamento di milioni di tombe – i più orribili spettri di un orrendo passato, risorti più crudeli e satanici che mai. Nessuno, credo, prima di quella data, era tanto ingenuo da illudersi che la testa del serpente fosse stata schiacciata per sempre, e che esso non avrebbe continuato a strisciare, sibilare, mordere, avvelenare. Ma che potesse tornare a farlo con tanta violenza, in quasi tutto il mondo, col coinvolgimento attivo, la complicità, il compiacimento, l’indifferenza di così tanti, e la paura e l’indignazione di così pochi, francamente, no. Nessuno, credo, se lo sarebbe aspettato.
Difficile dire cosa avessero in comune i partecipanti all’incontro.
Molti erano già amici di vecchia data, ma molti, pur essendosi incontrati lì per la prima volta, dopo pochi minuti sembravano già vecchi compagni di scuola, sempre rimasti in contatto nel corso dei decenni. Erano persone di varia età, impegnati nei più diversi mestieri. Avevano le più diverse idee politiche, anche se, in genere, a nessuno sembrava importare quali fossero quelle degli altri. Avevano anche idee differenti sul piano religioso: c’erano ebrei, cattolici, evangelici, non credenti e liberi pensatori.
Li univa, certo, il comune amore per Israele. Ma entrambe queste parole, “amore” e “Israele”, com’è noto, possono significare tante cose diverse. Si può amare in tanti modi diversi, l’amore può essere lieve o pesante, possessivo o generoso, ingenuo o consapevole. E cosa si intende, poi, per Israele? Una terra, una nazione, un popolo, uno stato, una religione, una tradizione, un’identità?
Le varie cose, come si sa, non solo non coincidono, ma possono anche essere in reciproco conflitto le une con le altre. Vediamo tante persone appartenenti al popolo d’Israele completamente distaccate dalla religione dei loro padri, tanti fedeli della religione israelita negare la stessa esistenza di un popolo israelita che non sia quello distinto dalla scrupolosa osservanza della Torah, addirittura tanti cittadini dello Stato d’Israele non riconoscerne l’esistenza, pur vivendo in esso e usufruendo dei servizi che esso rende.
E vediamo anche – forse, la cosa più sorprendente di tutte – tante persone che con Israele (e anche con lo stesso ebraismo) – sul piano nazionale, religioso, familiare, politico – non hanno proprio niente a che fare, e che però si sentono a esso legati da un legame profondo, viscerale, tanto dare a tale legame la forza e la consistenza di un imprescindibile elemento identitario, probabilmente più significativo e duraturo di quanto non possa essere – almeno nella maggioranza dei casi -, per un innamorato, l’amore per l’amata. Anche perché l’amore per Israele, a differenza di quello “che al cor gentil ratto s’apprende”, e che “a nullo amato amar perdona”, non conosce esclusivismo, possesso, gelosia. A differenza dell’“amore cortese”, che non permette di amare più di una persona per volta, chi ama quella terra ama, con essa, in essa e grazie ad essa, tutte le nazioni del mondo.
Questa pluralità di rapporti con Israele, e con lo stesso significato da dare a tale parola, rende alquanto arduo dire che un gruppo di persone possa sentirsi unito da un presunto sentimento di “amore”.
La stessa narrazione della Genesi relativa alla nascita di questo nome rinvia non solo a una maturazione identitaria, ma a un conflitto, una separazione, una ferita, una dolorosa divaricazione. Giacobbe diventa Israele (“colui che lotta col Signore”) mentre, fuggendo dall’ira del fratello Esaù, è costretto a ingaggiare un duello con un nemico sconosciuto, che poi si scopre essere un emissario del Creatore. Questa lotta lascerà per sempre nel suo corpo una menomazione, e la sua numerosa progenie avrà il marchio di una violenza fratricida. Amare Israele, perciò, vuol dire sentirsi legati non solo a un oggetto di difficile definizione, ma anche a qualcosa di spinoso, lacerante, doloroso. Se tale sentimento dà un’identità, essa non appare fonte di salda e tranquillizzante stabilità, quanto piuttosto di turbamento, smarrimento, divisione.
Né credo che si possa indicare il comune legame tra i convenuti a Montespertoli in un più ampio e generale amore per l’ebraismo. L’identità ebraica, com’è noto, porta scolpita nel suo stesso nome (ivrìt) l’idea dello spostamento, dell’attraversamento, dell’erranza. Abramo, il primo ebreo, è “colui che attraversa”, che abbandona la sua terra per andare verso sé stesso (lech lechah). Può, l’amore per questa realtà ‘mobile’, ‘instabile’, costituire la certezza di una identità? E poi, la vastità e profondità del patrimonio ebraico fa tremare, ma la sua continua crescita e ramificazione ha in sé qualcosa di opaco e misterioso: “l’ebraismo – scrisse Franz Rosenzweig, ne La stella della redenzione –, unico al mondo, cresce per diminuzione, per sottrazione”.
L’amore per Israele, inoltre, non rappresenta la specificazione di un più vasto amore per l’ebraismo. Anzi, spesso le due cose, purtroppo, possono entrare in diretto conflitto. Se furono molti gli ebrei che, fin dalle origini, contrastarono l’ideale sionista, i giorni che viviamo sono tristemente segnati dalla sovraesposizione mediatica di ebrei (e anche israeliani) “buoni”, “progressisti” e “pacifisti” che, corteggiatissimi dai mass media, fanno della sistematica criminalizzazione dello Stato ebraico una vera e propria missione di vita. L’antisionismo non è solo una serpe velenosa, ma anche una sirena tentatrice.
È normale che – essendo gli ebrei uomini come tutti gli altri – anche alcuni di loro ne siano irretiti. Certo un ebreo antisemita (perché antisemitismo e antisionismo non sono che due facce della stessa medaglia) sembra un ossimoro, ma non è certo una novità nella storia. Nell’Inquisizione, come accusatori dei marrani, venivano appositamente scelti ebrei convertiti, più abili nel mettere in difficoltà gli imputati, e durante il fascismo non pochi ebrei cercarono di sfuggire alle persecuzioni dando prova di zelante fedeltà al regime, perfino organizzando spedizioni punitive contro i giornali sionisti.
Ovviamente, non mi permetto, dal comodo di un divano, di giudicarli. E non uso la parola tradimento, che, secondo me, non vale per l’identità o la religione, che devono corrispondere a libere scelte (non importa sulla base di quali motivazioni), ma solo per i rapporti di coppia, per il servizio militare e alcune funzioni pubbliche. Non ho mai sottoscritto liste di proscrizioni di cd. “ebrei contro Israele”. Ognuno risponde solo alla propria coscienza.
Se, quindi, appare improprio accomunare i convegnisti in base a un amore condiviso per Israele o per l’ebraismo, il loro sodalizio può forse essere collegato al titolo del convegno: “uniti contro l’antisemitismo”? È stato quindi l’“anti-antisemitismo” il fattore unificante di questo eterogeneo gruppo di convegnisti?
Certamente tutti i presenti ai lavori avevano in comune non solo la ripugnanza verso questo odioso e ripugnante fenomeno, tanto profondamente incistato nel cuore della stessa civiltà occidentale, ma anche la consapevolezza della sua terribile recrudescenza e pericolosità, e dell’urgenza di un impegno per contrastarlo, in tutti i modi possibili.
Ci sono però da fare due considerazioni.
La prima è che una definizione “in negativo” non è certo sufficiente per dare una connotazione identitaria. Tante persone possono dirsi, almeno a parole, contrarie al razzismo, all’omofobia, all’inquinamento e a tante altre cose, ma ciò non vale certo ad accomunarle. Vediamo, per esempio, la triste sorte della parola “antifascismo”, che, negli anni successivi alla Seconda Guerra mondiale, valeva come sinonimo di democrazia e libertà, e ha fatto poi la misera fine che conosciamo, con tanti sedicenti antifascisti seminatori di odio e di violenza, picchiatori di poliziotti, sprangatori, amici di terroristi, quando non terroristi essi stessi. Lo previde il grande Ennio Flaiano, quando disse che in Italia ci sono due tipi di fascisti, i fascisti e gli antifascisti. Ciò è altrettanto vero, ai nostri giorni, per gli anti-antisemiti, dal momento che quasi nessuno osa dirsi apertamente antisemita. L’asserzione più comune, al riguardo, è la solita frase, tanto ripetuta da diventare ormai insopportabile a sentirsi, “io non sono antisemita, però…”.
C’è sempre un “però”, e in quel “però” non si cela certo la legittima critica a qualche azione di questo o quel governo dello Stato di Israele (cosa tanto ovvia da tradire, con la sua stessa ovvietà, la sua falsità), ma la totale demonizzazione della patria degli ebrei, alla quale si guarda sempre con un morboso sguardo di sospetto, malevolenza, ripugnanza, odio. A volte senza neanche nominarla, ma semplicemente amando, o facendo finta di amare, i suoi acerrimi nemici, violentatori di cadaveri di donne ebree, strangolatori e bruciatori di bambini ebrei vivi. Volutamente non uso l’aggettivo “israeliani”, ma quello “ebrei”, perché quelle donne, quei bambini, quei giovani pacifisti che cantavano e danzavano per la pace, quegli anziani scampati alla Shoah sono stati martoriati e massacrati in quanto tali: in quanto ebrei. Chi non lo vuole capire o è cieco o è in mala fede.
Lasciamo stare questo generico “anti-antisemitismo” vuoto, inutile, ipocrita, che, o non vuol dire niente, o sottintende retropensieri malvagi.
Mai, come in questi tempi bui, combattere l’antisemitismo significa, preliminarmente, saperlo riconoscere. La cosa, a mio avviso è di una semplicità estrema.
Ho scritto, in diverse occasioni, che l’antisemitismo si camuffa dietro sempre diverse maschere, dei tipi più diversi: religioso, economico, politico, razziale… Le conosciamo bene: hanno ucciso Gesù, bevono il sangue dei bambini cristiani, sono comunisti, sono usurai, sono ricchi, sono una razza infetta… Oggi queste maschere sono state, per lo più, riposte in soffitta, per potere essere riprese, un domani, all’occorrenza. Sono state abbandonate a favore di un’altra, molto più alla moda, che permette di odiare gli ebrei facendo finta di amare i poveri, i derelitti, le minoranze, i diritti umani ecc.
È inutile dire qual è. Diciamo solo che il travestimento, la maschera, sono addirittura ridicoli, per la facilità di scoprirli. Come se Hitler fosse tronato tra noi, con la sua identica faccia e corporatura, con la divisa bruna e la svastica sulla manica, dicendo le stesse cose che diceva negli anni Trenta e Quaranta, ma, magari, essendosi tagliato uno solo dei suoi due buffi baffetti. E nessuno lo riconosce. Molti, come allora, più di allora, lo seguono, dicendosi antinazisti. Anzi, proprio in nome della lotta al nazismo.
Ebbene, ritengo che tutti i partecipanti all’incontro di Montespertoli lo abbiano riconosciuto.
Erano forse particolarmente intelligenti e perspicaci?
Ma per carità. Non più intelligenti, né più buoni, né più morali. Credo, anzi, che ad avere riconosciuto il travestimento siano in tanti, forse quasi tutti. Solo che fare finta di cascarci torna comodo, per tanti motivi.
Ebbene, i “montespertoliani” hanno detto no a questa comodità. Non perché fossero degli eroi, ma semplicemente perché hanno sentito – magari istintivamente, più col cuore che con le mente – che la parola “sionismo” assurge oggi a cartina di tornasole dell’etica, smascherando le mille false morali che infestano un mondo abituato alla sistematica menzogna. Perciò quella piccola, fragile parola va protetta, come un’esile fiammella, dai violenti venti di tempesta. “Like a candle in the wind”.
Certo, ci potrà essere anche un mondo senza Israele, e senza sionismo. Un mondo nel quale abbiano vinto i nuovi Amalek, con una maschera da carnevale sul volto. Ma la possibilità di un simile epilogo porterebbe ad augurare un nuovo diluvio universale. E senza arca.
A Montespertoli, un gruppo di persone hanno voluto dare, semplicemente, il loro modesto contributo affinché ciò non accada. Credo che sia stato questo ad unirle.
Non è possibile, naturalmente, dare conto dei contenuti dei vari interventi. Ricordiamo soltanto alcune idee essenziali emergenti dalle pagine del libro.
Giovanni Melchionda, nella premessa, ha ricordato le ragioni sottostanti all’organizzazione dell’incontro; Scialom Bahbout, partendo dalla propria storia familiare, ha illustrato la capacità di resilienza del popolo ebraico, di fronte all’ostilità del mondo; Angelica Livne Calò, con la sua consueta forza d’animo, ha indicato come si possa, nonostante tutto, riprendere a sperare; Eleonora Cavallini ha fatto una spietata carrellata sulla cecità di gran parte del mondo accademico, vergognosamente incline e schierarsi dalla parte della violenza e della menzogna, contro la verità e la giustizia; Yehuda Chamorro ha descritto la solitudine di Israele contro i suoi tanti nemici, rendendo omaggio alla resistenza di quel piccolo popolo assediato; Jonathan Curci ha investigato sulla natura del peculiare odio antiebraico celato dietro l’islamo-palestinismo; Sergio Della Pergola ha svolto una lucida storica del drammatico momento attuale, invitando a prenderne atto e ad affrontarla con consapevolezza e determinazione, fuori dalle ambiguità; Guido Guastalla (che ringraziamo anche come Editore del prezioso volume) ha ragionato del rapporto tra identità ebraica e antisemitismo, nonché tra particolarismo e universalismo; Dalia Gubbay ha trattato del popolo israeliano sotto il profilo umano, sottolineandone la congenita avversione all’odio; Luc Henrist ha tracciato un vivido resoconto dei più crudi episodi storici di antisemitismo, ricordando anche i primi segnali di resipiscenza da parte del mondo cristiano; Yoseph Yuval Levi ha ricordato l’attualità della lezione dei Maccabei, tramandata dalla festa di Hanukkah, come invito a non cedere alla sopraffazione; Francesco Lucrezi ha denunciato la pericolosa deriva impressa al Giorno della Memoria, da molti trasformato in una celebrazione volta a distorcere e capovolgere le lezioni della storia; Francesco Maggio ha messo in guardia contro l’accettazione di pratiche confessionali che appaiano palesemente in contrasto con la Costituzione Italiana; Giovanni Melchionda ha difesa lo Stato d’Israele contro la narrazione dominante, ricordandone il livello di civiltà giuridica, in particolare, sul piano dell’accoglienza dello straniero; Daniele Nigris ha trattato del valore della memoria e delle tendenze alla sua rimozione; Ramin Parsa ha svolto delle considerazioni di tipo spirituale sui controversi rapporti tra ebraismo, cristianesimo e Islam; Paul Schafer ha ricordato le antiche radici bibliche del sionismo; Joseph Schulam ha formulato una impietosa denuncia delle derive antiebraiche della Chiesa, interpretate come negazione delle sue radici e “amnesia dell’anima”; Valeria Troisi ha ricordato le “teologie della sostituzione” cristiana e islamica come manifestazione di una incapacità di accettare e coesistere con la diversità.
Una silloge davvero densa di significato, che certamente darà alimento a tante ulteriori riflessioni.
Francesco Lucrezi