Nota redazionale: Il titolo del libro in versione italiana è “Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio La sconfitta morale di Israele”, edito da Laterza. Nella pubblicità sul Corriere della Sera si legge: “Com’è stato possibile che il sionismo si sia trasformato in una ideologia genocidaria? Perché Gaza è una catastrofe morale senza ritorno. Questa la dolorosa accusa mossa nella sua analisi spietata e coraggiosa da Omer Bartov. lo storico israeliano più autorevole della Shoah”. Indi si legge : “Genocidio, antisemitismo, memoria dell’Olocausto. Israele e Palestina in un libro che unisce al rigore storico l’impegno per un futuro di giustizia e di pace. Anna Foa”. Apprendiamo dall’Editore che per sostenere che il sionismo è genocidario occorre coraggio.
da: Quillette, 20 luglio 2026
Recensione di “Israel: What Went Wrong?” di Omer Bartov; 243 pagine; Farrar, Straus and Giroux (aprile 2026)
Omer Bartov, eminente storico della Brown University, è nato nel 1954 in una famiglia sionista di sinistra nel kibbutz ‘Ein Hahoresh, a sud di Haifa. (Per coincidenza, anch’io sono nato a ‘Ein Hahoresh, sei anni prima; e per coincidenza, entrambi abbiamo prestato servizio nelle Forze di Difesa Israeliane nel Corpo di Fanteria (Nahal) ed entrambi siamo stati feriti a un certo punto. Ed entrambi abbiamo conseguito il dottorato di ricerca in storia europea a Oxford o Cambridge).
Il padre di Omer, Hanoch Bartov, nacque in Palestina nel 1926 da immigrati ebrei polacchi e si unì all’Haganah, la milizia della comunità ebraica, all’età di 13 anni. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Hanoch prestò servizio nell’esercito britannico in Europa. Nel 1948 combatté con l’Haganah/IDF e fu ferito a Gerusalemme. Dopo la guerra si dedicò a tempo pieno alla scrittura e al giornalismo, pubblicando nove romanzi e diverse altre opere, tra cui una biografia in due volumi del capo di stato maggiore dell’IDF durante la guerra dello Yom Kippur/guerra d’ottobre del 1973, David (“Dado”) Elazar. Hanoch vinse il Premio Israele per la letteratura nel 2010 e morì nel 2016 (una volta disse a un intervistatore che si era rifiutato di morire prima di ricevere il Premio Israele, il più alto riconoscimento israeliano).
Omer Bartov ha dedicato il suo libro “Israele: cosa è andato storto?” alla memoria di suo padre, che chiamava “l’ultimo sionista”. Omer scrive che suo padre “insisteva con crescente veemenza sul fatto che Benjamin Netanyahu fosse il grande distruttore del sionismo”. Ma Hanoch, ne sono certo, non avrebbe approvato questa visione ipercritica della storia di Israele, così come non aveva approvato l’emigrazione del figlio negli Stati Uniti nel 1988-1989. (Omer dedica una breve frase alla questione: Hanoch “non si è mai del tutto rassegnato alla mia partenza da Israele”). Tradizionalmente, i sionisti si riferivano all’emigrazione dalla Palestina/Israele come yerida (una discesa), in contrapposizione all’immigrazione in Terra Santa, aliya (un’ascesa). La yerida portava con sé una sfumatura di tradimento, sebbene oggi emigrare da Israele – e decine di migliaia di persone hanno lasciato il paese negli ultimi tre anni a causa della guerra – generalmente non comporti alcun bagaglio emotivo o di giudizio. Ma ho spesso trovato israeliani che da tempo si sono trasferiti in America e che criticano Israele con grande veemenza, forse per “giustificare” a posteriori la loro yyida (immigrazione in Israele).
Omer Bartov è uno storico dell’Olocausto e delle sofferenze dell’Europa centro-orientale prima, durante e immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale. I suoi libri pionieristici sulla partecipazione dell’esercito tedesco allo sterminio degli ebrei (e di milioni di slavi) dell’Europa orientale – “L’esercito di Hitler: soldati, nazisti e la guerra nel Terzo Reich” (1992) e “Il fronte orientale, 1941-45: truppe tedesche e la barbarie della guerra” (2001) – hanno radicalmente cambiato la visione consolidata sul ruolo della Wehrmacht nell’Olocausto. Tuttavia, non ha mai pubblicato studi sulla storia sionista-israeliana.
Esistono due modi fondamentali di concepire l’impresa sionista e la sua condizione attuale: come un crimine o un errore fin dalle origini — un’iniziativa colonialista volta a espropriare una popolazione indigena, inevitabilmente col ferro e col fuoco — oppure, in alternativa, come un’impresa assurda (l’insediamento di un’entità politica europea nel cuore dei turbolenti mondi arabo e musulmano) destinata inevitabilmente al fallimento dopo una serie di guerre e tra fiumi di sangue, al pari degli Stati crociati medievali, sopravvissuti appena due secoli. Vi è poi un’altra prospettiva: quella del sionismo come causa nobile e tentativo di offrire al popolo più oppresso del mondo un rifugio sicuro e fecondo, capace di trasformarsi in una “luce per le genti”, ma che a un certo punto ha imboccato una strada “sbagliata”, compromettendo l’impresa e condannandola a una fine prematura.
Il titolo del libro di Bartov, così come gran parte del suo contenuto, propende per questa seconda ipotesi: l’idea che un progetto intrinsecamente virtuoso e razionale abbia, a un certo punto, perso la rotta, prendendo una piega profondamente — e forse irreversibilmente — sbagliata.
Tuttavia, qua e là Bartov propende anche per la prima delle due alternative: l’idea che il sionismo sia stato fin dall’inizio un crimine o un errore, una svolta storicamente “sbagliata” *ab initio*. Già nell’introduzione scrive: “Alcuni sosterrebbero che ciò a cui abbiamo assistito con sgomento e orrore [ovvero la guerra a Gaza del 2023-2025] sia stata la conseguenza inevitabile del colonialismo di insediamento sionista avviato alla fine del XIX secolo. In parte, è vero… [Col senno di poi] lo svolgersi degli eventi può apparire inevitabile”. Più avanti sostiene che le politiche espansionistiche di Netanyahu, “nonostante alcune differenze cruciali… [abbiano] molto in comune con le politiche sioniste risalenti al periodo precedente la fondazione dello Stato [ovvero prima del 1948]”.
Molti lettori, dopo aver letto questo breve saggio, si convinceranno che sia proprio questo il pensiero di Bartov, anche se egli non lo afferma mai esplicitamente. Noteranno certamente il ricorso frequente al termine fortemente connotato di “colonialismo di insediamento” (*settler colonialism*), una definizione del sionismo rilanciata dalle folle di studenti americani ed europei — per lo più ignari della realtà dei fatti — che dopo il 7 ottobre hanno invaso strade e campus a sostegno dell’attacco di Hamas contro il sud di Israele.
Ma torniamo al titolo del libro (e a gran parte del suo contenuto), che lascia intendere come Bartov prediliga la seconda alternativa: l’idea che, a un certo punto del percorso, il sionismo – in origine una causa sana e nobile – abbia imboccato una direzione decisamente sbagliata.
Vorrei dire subito che, riguardo all’attuale deriva negativa di Israele, purtroppo concordo con Bartov. Israele ha indubbiamente preso una piega sbagliata – anche se forse non ancora in modo irreversibile; la società israeliana è diventata progressivamente più religiosa (anzi, messianica), di destra, violenta, insensibile e squilibrata.
Le “svolte sbagliate” a livello nazionale sono tradizionalmente il frutto di processi storici di lungo corso – politici, demografici, economici e ideologici – spesso aggravati da uno specifico fattore personale, come l’ascesa al potere di un leader folle o squilibrato (si pensi a Hitler o Stalin). È proprio quanto accaduto a Israele: tendenze politiche e demografiche fortemente negative sono state aggravate, negli ultimi due decenni, da un governo guidato e caratterizzato da un primo ministro corrotto e incompetente (sebbene dotato di grande eloquenza), mosso da interessi personali piuttosto che nazionali (Netanyahu è attualmente sotto processo per diversi capi d’accusa legati alla corruzione e, infrangendo ogni regola, cerca di evitare di trascorrere i suoi ultimi giorni in prigione, un’eventualità assai concreta in caso di condanna).
A differenza di Bartov, la maggior parte degli israeliani che riflettono sulla situazione individua nel 1967 — l’anno della Guerra dei Sei Giorni e dell’inizio dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est, territori a maggioranza araba — il momento in cui il Paese ha iniziato a deviare radicalmente dalla giusta rotta. Quell’occupazione, ormai caratterizzata da tratti di vero e proprio apartheid, ha alimentato un movimento messianico-espansionista in costante crescita e sempre più violento, corrodendo progressivamente Israele stesso. Inoltre, ciò ha minato la legittimità dello Stato ebraico agli occhi della comunità internazionale; una conseguenza che si è manifestata in modo drammatico nei mesi successivi al 7 ottobre 2023, quando Israele — vittima dell’orribile assalto islamista di quel giorno (che causò l’uccisione di 1.200 israeliani, in gran parte civili, e lo stupro di molti di loro, oltre al rapimento di 251 persone) — è stato quasi immediatamente additato da molti in Occidente come l’aggressore.
Bartov, naturalmente, cita il 1967 e l’occupazione tra i fattori che hanno contribuito al progressivo declino del sionismo. Tuttavia, dedica ben cinquanta pagine a quella che egli definisce la causa principale: la mancanza di una costituzione in Israele. Per decenni dopo il 1948, i leader e i legislatori israeliani hanno tentato invano di elaborare una costituzione. Il fallimento è dovuto principalmente all’incapacità dei partiti laici e religiosi del Paese di superare le divergenze sui rapporti tra Stato e religione. Secondo Bartov, questa prolungata assenza di una costituzione ha fatto sì che non venissero stabilite (né lo siano tuttora) garanzie certe e vincolanti sui diritti fondamentali per tutti i cittadini — ebrei e arabi, uomini e donne, religiosi e laici — in grado di tutelare, ad esempio, la minoranza araba (che costituisce il 21% della popolazione israeliana) da discriminazioni e da una condizione di subalternità.
La tesi di Bartov è assurda per due ragioni. In primo luogo, la Dichiarazione (o “Pergamena”) d’Indipendenza di Israele del 14 maggio 1948 “garantiva la piena uguaglianza dei diritti sociali e politici a tutti i suoi cittadini, senza distinzione di religione, razza o sesso”. Di fatto, la Dichiarazione — sebbene con una sincerità discutibile — si appellava persino agli abitanti arabi del Paese (nel bel mezzo di una guerra da loro stessi scatenata!) affinché “preservassero la pace e partecipassero all’edificazione dello Stato sulla base di una cittadinanza piena ed egualitaria e di un’adeguata rappresentanza in tutte le… istituzioni”. Inoltre, nel corso dei decenni, il parlamento israeliano, la Knesset, ha varato una serie di “Leggi Fondamentali” che, in teoria, rafforzavano le garanzie offerte dalla Dichiarazione d’Indipendenza.
In secondo luogo, nessuna costituzione è in grado di garantire i diritti fondamentali se un governo autoritario (o anche democraticamente eletto) decide di agire arbitrariamente, discriminando e opprimendo. Un esempio calzante è rappresentato dalle successive costituzioni sovietiche le quali, pur utilizzando un linguaggio illuminato, non riuscirono a proteggere i cittadini dall’oppressione, dalle incarcerazioni di massa e dagli stermini perpetrati dal governo. I leader e i governi possono disattendere a piacimento le promesse costituzionali; pertanto, la semplice esistenza di una costituzione non avrebbe necessariamente tutelato gli arabi israeliani o le popolazioni dei territori occupati, né garantito la parità di genere o assicurato una politica di non belligeranza nei confronti dei vicini.
Bartov sostiene quindi che, in assenza di una costituzione, Israele abbia consolidato piuttosto rapidamente la “supremazia” ebraica a scapito dei diritti degli arabi e la “natura ebraica” dello Stato a scapito di una democrazia a tutti gli effetti. (Per inciso, come sottolinea Bartov, le parole “democrazia” e “democratico” non comparivano nella Dichiarazione d’Indipendenza né nella successiva legislazione israeliana prima del 1992).
Bartov spinge le sue argomentazioni e descrizioni a estremi non giustificati dalla storia.
Ad esempio, critica Israele per aver limitato severamente i diritti dei suoi cittadini arabi e aver imposto loro un “governo militare” nei diciotto anni successivi alla guerra del 1948, pur sapendo che esisteva un timore reale e fondato che potessero sovvertire e sabotare lo Stato emergente che avevano appena cercato di distruggere. (Permettetemi di aggiungere che Israele ha sfruttato ingiustamente e imprudentemente questo governo militare per confiscare le terre dei suoi cittadini arabi e influenzare le loro “preferenze” di voto nelle successive elezioni generali). Ma in qualche modo Bartov omette il fatto che, sotto questo governo militare, mentre Israele e i suoi vicini arabi non erano in pace, la minoranza araba del paese godeva di diritti fondamentali come il voto, e nel 1966, al termine di quei diciotto anni, Israele ha rimosso il governo militare e i suoi cittadini arabi hanno goduto da quel momento in poi di piena uguaglianza davanti alla legge.
Ma questa è storia (alla quale tornerò presto). Il libro di Bartov si concentra in realtà sul presente, o almeno su un suo segmento: la guerra tra le Forze di Difesa Israeliane e Hamas nella Striscia di Gaza tra il 2023 e il 2025 e la conseguente accusa di “genocidio” rivolta a Israele. (Permettetemi di aggiungere rapidamente che Bartov non prende minimamente in considerazione il fatto concreto e innegabile che la guerra, che purtroppo è tutt’altro che finita, è una guerra iniziata dagli islamisti e finalizzata alla distruzione di Israele. Questo era l’intento di Yahya Sinwar, il leader di Hamas che ha orchestrato gli attentati del 7 ottobre, ed è ciò che i suoi compagni islamisti, Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, le milizie sciite irachene e, soprattutto, la Repubblica islamica dell’Iran, che si è unita all’attacco, hanno fatto e continuano a fare. La cecità di Bartov riguardo alla natura e alla portata della guerra è uno dei principali difetti del libro. Certo, questa ristrettezza di vedute serve allo scopo di Bartov, che è quello di mettere alla gogna Israele, ma si traduce in una storiografia di scarsa qualità).
La prospettiva circoscritta di Bartov, incentrata sulla Palestina, non è soltanto di natura geografica; riguarda anche i protagonisti della vicenda. La sua polemica è rivolta contro i sionisti e Israele; egli omette di riconoscere o descrivere il ruolo attivo dell’altra parte in tutto ciò che è accaduto nella regione a partire dal 1882, anno in cui i sionisti iniziarono a insediarsi in Palestina. Per Bartov, in modo assurdo, gli arabi non hanno alcuna parte nella deriva negativa assunta dal sionismo. Di fatto, nel libro *Israel: What Went Wrong?*, gli arabi sono praticamente assenti. Non vi è traccia del terrorismo arabo-palestinese che ha tormentato l’impresa sionista quasi fin dalle sue origini; non si fa menzione dei pogrom palestinesi (1920, 1921, 1929, 1936–1939), né delle guerre scatenate dai palestinesi o da altri attori arabi (1948, 1967, 1973), né del costante rifiuto palestinese di accettare i successivi compromessi proposti da attori internazionali e/o dai sionisti/Israele (le proposte per la soluzione a due Stati della Commissione Peel del 1937 e dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1947; gli accordi di pace proposti dal premier israeliano Ehud Barak e dal presidente USA Bill Clinton nel 2000, e dal primo ministro Ehud Olmert nel 2007–2008), né del rifiuto palestinese di riconoscere la sovranità ebraica su qualsiasi porzione di territorio palestinese, una posizione sostenuta da figure che vanno dal collaborazionista nazista Haj Amin al-Husseini fino ad Hamas e alla Jihad islamica. In nessun punto Bartov spiega come questo rifiuto intransigente – sfociato ripetutamente in spargimenti di sangue su vasta scala – abbia progressivamente spinto sionisti e israeliani alla disperazione, abbia eroso la disponibilità israeliana al compromesso e abbia, in ultima analisi, generato l’attuale estremismo ebraico.
Pertanto, la soluzione dei due Stati, l’unica in grado di offrire un minimo di giustizia ai due popoli, è fuori discussione: perché le successive leadership palestinesi l’hanno respinta; perché la maggior parte degli israeliani oggi la rifiuta; e perché la vasta rete di insediamenti israeliani in Cisgiordania rende l’idea impraticabile. (Bartov sosterrebbe senza dubbio che per un periodo relativamente breve, negli anni ’90, la principale fazione politica palestinese, Fatah, guidata da Yasser Arafat, accettò la soluzione dei due Stati. Ma, in realtà, quando si arrivò al punto cruciale, nel luglio e nel dicembre del 2000, Arafat pronunciò un sonoro “no”, e il suo successore, Mahmoud Abbas, attuale leader dell’Autorità Nazionale Palestinese e di Fatah, ribadì quel “no” otto anni dopo. Sfortunatamente, questi leader riflettevano ciò che la maggior parte dei palestinesi, forse il 99% di loro, pensava e continua a pensare: che il sionismo e Israele siano illegittimi. Chaim Weizmann, capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale nei decenni precedenti alla creazione dello Stato, descrisse il conflitto sionista-arabo come uno scontro tra due “diritti” e molti israeliani lo vedono ancora in questo modo; ma i palestinesi non l’hanno mai fatto).
In qualche frase o paragrafo qua e là, quasi a voler spuntare delle caselle, Bartov concede ai suoi lettori uno scorcio di azione palestinese, come quando menziona (in modo molto conciso) l’attacco di Hamas del 7 ottobre; a un certo punto lo definisce addirittura “un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità”. Ma si preoccupa sempre – e non con altrettanta brevità – di inserire qualificatori sovversivi, che sminuiscono la criminalità palestinese. Ad esempio, definisce “falsa” l’accusa israeliana secondo cui Hamas avrebbe “decapitato dei bambini” il 7 ottobre. (A dire il vero, non so se l’abbiano fatto o meno, ma nemmeno Bartov lo sa. Dato il caos del 7 ottobre e dei giorni successivi, le autorità israeliane si sono concentrate sulle sepolture, rinunciando alle autopsie e alle analisi forensi dettagliate.) Altrove, Bartov sembra persino mettere in discussione gli “stupri e altri crimini sessuali” commessi da Hamas e dai gazawi che sono entrati nel sud di Israele al loro seguito, e contesta l’affermazione secondo cui i due figli di Bibas rapiti e la loro madre sarebbero stati uccisi dai loro rapitori e non in un bombardamento israeliano.
Lo stesso atteggiamento autoriale emerge chiaramente nel suo modo di trattare le proteste studentesche anti-israeliane nei campus americani. Scrive: “Bisogna sottolineare che la stragrande maggioranza… non ha avallato i crimini di Hamas, ma ha condannato la continua e massiccia distruzione di Gaza da parte delle Forze di Difesa Israeliane”. (Naturalmente, ha ragione tecnicamente: non hanno avallato i “crimini” di Hamas perché non hanno mai considerato le loro azioni come tali).
In un altro passaggio, minimizzando l’antisemitismo e la violenza contro gli studenti ebrei manifestati nei campus, Bartov liquida semplicemente i colpevoli come “esagitati”. (Ha davvero un modo di esprimersi molto abile). Ma “esagitati” è davvero sufficiente a descrivere ciò che si è visto nelle manifestazioni, nei sit-in e nelle occupazioni dei campus del 2023-2024? Il termine “esultanza” comprende forse le velate richieste di distruzione di Israele (“La Palestina dal fiume al mare”), i cartelli che accostano svastiche e stelle di David e le intimidazioni nei confronti di studenti e docenti ebrei?
Naturalmente, Bartov difende i musulmani d’America e d’Europa. Egli nega categoricamente che “l’attuale ondata di antisemitismo provenga principalmente dagli immigrati, in particolare da quelli provenienti da paesi arabi e musulmani”. Sostiene, piuttosto, che l’antisemitismo sia tradizionalmente di matrice di destra. Ma è questa l’intera verità? Che dire dell’antisemitismo marxista e sovietico del XIX e XX secolo?
Ad ogni modo, Bartov nega implicitamente l’esistenza di un antisemitismo musulmano. Eppure, basterebbe dare una rapida occhiata al Corano per aprire gli occhi. Il Corano, infatti, è la fonte dell’antisemitismo musulmano sin dagli albori di questa religione nell’Hijaz, nel VII secolo. In quel testo sacro, gli ebrei vengono definiti “scimmie e maiali” (Corano 5:60) e “assassini di profeti” (Corano 3:21 o 3:112). E, a differenza della Chiesa cattolica, che nel corso del Novecento ha rivisto il proprio atteggiamento nei confronti degli ebrei, nell’Islam non è avvenuta alcuna riforma di questo tipo. Tutt’altro: nel mondo arabo-musulmano si è assistito a un’intensificazione delle espressioni di antisemitismo.
Bartov finge di ignorare completamente la dilagante diffusione dell’antisemitismo in quel mondo. E non mi riferisco soltanto allo statuto fondativo di Hamas del 1988 – tuttora la costituzione dell’organizzazione – in cui “gli ebrei” vengono accusati di aver istigato la Rivoluzione francese e quella russa, nonché la Prima e la Seconda guerra mondiale (oltre ad aver fondato le Nazioni Unite!). Si tratta di un documento autenticamente genocida: un passaggio arriva persino a invocare “alberi e pietre”, dietro i quali gli ebrei si nascondono, affinché chiamino i musulmani all’inseguimento (nella figura di “Abdullah”, il servo di Allah) per venire a ucciderli.
Per avere un assaggio aneddotico dell’antisemitismo che permea la mentalità araba musulmana, nulla è più emblematico di un passo dell’autobiografia di Ayaan Hirsi Ali, “Infidel”, in cui descrive una scena della sua infanzia trascorsa nell’Hijaz. Osserva delle donne saudite stendere il bucato e imprecare contro “gli ebrei” sottovoce. Ma queste donne non avevano mai visto un ebreo, poiché nessun ebreo aveva vissuto in quel crogiolo dell’Islam da quando Maometto e i suoi guerrieri avevano massacrato le tribù ebraiche vicine, riducendo in schiavitù, concubine e “mogli” donne e bambini. (Certo, anche i manifestanti musulmani nei campus universitari e gli studenti cristiani che hanno coinvolto e raggirato condividevano un odio molto reale per Israele, basato su ciò che avevano visto in televisione, immagini della reale sofferenza palestinese a Gaza e in Cisgiordania negli ultimi cinquant’anni).
Negli ultimi mesi, Bartov ha dedicato gran parte della sua attività di intellettuale pubblico – così come gran parte del libro *Israel: What Went Wrong?* – ad accusare Israele di “genocidio” a Gaza, descrivendo le operazioni belliche israeliane, i leader del Paese e gli israeliani in generale come “genocidiari”. Tali termini ricorrono in quasi ogni pagina del volume, a costante riaffermazione del messaggio di Bartov.
Di fatto, è da decenni che i portavoce palestinesi accusano Israele di “genocidio”, solitamente in risposta alle rappresaglie israeliane seguite ad attacchi terroristici palestinesi. In passato, nessuno in Occidente dava loro credito. Oggi, tuttavia, all’indomani della controffensiva dell’IDF a Gaza nel periodo 2023-2025 – costata la vita a circa 70.000 abitanti della Striscia – in molti prendono sul serio tali accuse; e ciò accade in misura non trascurabile proprio perché figure come Bartov sembrano conferire loro un’autorevolezza particolare.
Bartov si è formato come storico della Germania nazista ed è proprio attraverso questa lente – in modo grottesco – che egli osserva il sionismo e Israele. Oggi è alla guida di quel (ristretto) gruppo di storici dell’Olocausto che descrivono Israele e gli ebrei israeliani come autori di genocidio.
In *What Went Wrong?*, Bartov sottolinea che Israele soffre di una “sindrome” legata all’Olocausto. Ed è vero: gli israeliani crescono, fin da piccoli, all’ombra dell’Olocausto. Tuttavia, ciò non è semplicemente il frutto di una manipolazione sionista, come vorrebbe far credere Bartov. Dal 1945, gli ebrei di Palestina e Israele hanno nutrito il timore concreto che le popolazioni musulmane circostanti, se ne avessero avuto l’occasione, avrebbero inflitto loro lo stesso trattamento riservato agli ebrei d’Europa. Le minacce reali e le azioni belliche da parte araba (e iraniana) hanno costantemente alimentato questa paura, così come hanno fatto gli eventi del 7 ottobre.
Bartov liquida questo timore – definendolo la “sindrome del ‘di nuovo'” – come un “terrore interiorizzato, irrazionale e fuorviante… sempre in agguato dietro l’angolo”. A mio avviso, tale liquidazione è di per sé insensata, irrazionale e contraria alla realtà storica. Bartov può anche ritenere priva di significato la ripetuta dichiarazione di voler distruggere lo Stato ebraico (“non fanno sul serio”) o negare che una simile distruzione comporterebbe inevitabilmente un massacro di massa. E, naturalmente, è più facile sostenere tesi del genere stando seduti in un caffè di Cambridge, circondati da accademici – non ebrei ed ebrei – avulsi dalle realtà mediorientali (realtà che, di recente, hanno incluso il massacro, perpetrato dal regime iraniano per mantenere il potere, di 30.000-40.000 persone, tra cittadini e correligionari musulmani).
In un certo senso, Bartov trova più facile immaginare i suoi stessi correligionari ebrei rendersi protagonisti di un genocidio. Del resto, già decenni fa, sulla scorta dei suoi studi sulla Germania nazista, aveva lasciato intendere che una simile eventualità fosse tutt’altro che remota. Nell’introduzione del libro, egli racconta di aver inviato, verso la fine degli anni Ottanta – nel pieno della Prima Intifada – una lettera all’allora ministro della Difesa israeliano Yitzhak Rabin, affermando che, «sulla base delle mie ricerche sull’indottrinamento delle forze armate della Germania nazista», l’IDF sembrava «incamminarsi lungo un pendio altrettanto scivoloso [ovvero, verso il genocidio]». Tale timore, o previsione, scaturiva dalle dichiarazioni pubbliche rilasciate all’epoca da Rabin, il quale esortava i soldati dell’IDF a spezzare «braccia e gambe» ai palestinesi che lanciavano pietre.
Naturalmente, spezzare qualche osso non era certo ciò che era accaduto durante l’Olocausto; Rabin reagì con rabbia, come riferisce Bartov: «Come si permette di paragonare l’IDF alla Wehrmacht?». E Rabin, ovviamente, aveva ragione. Durante la Prima Intifada, il comportamento dell’IDF non ebbe nulla a che vedere con quello dell’esercito tedesco nella Seconda Guerra Mondiale (a prescindere da ciò che la propaganda palestinese propinava allora ai giornalisti occidentali).
Tuttavia, questo è solo uno dei numerosi paragoni tra Israele e la Germania nazista che costellano il libro di Bartov – tutti apparentemente volti a sostenere l’accusa secondo cui Israele stesse perpetrando un genocidio nel periodo 2023-2025, proprio come avevano fatto i tedeschi negli anni Quaranta.
L’autore esordisce rilevando “sorprendenti analogie” tra la campagna di Israele a Gaza e quella condotta dalla Germania contro le tribù Herero nell’Africa sud-occidentale nel 1904, considerato forse il primo genocidio del Novecento.
Successivamente, egli paragona il tentativo nazista di creare “uno ‘spazio vitale’ tedesco da cui gli ebrei sarebbero stati rimossi” alla Nakba – il termine arabo per indicare la catastrofe che colpì i palestinesi nel 1948, quando circa 700.000 persone divennero profughi. Tale paragone è assurdo sotto diversi aspetti. È vero, i nazisti volevano sbarazzarsi dei propri ebrei, ma ciò non aveva nulla a che fare con lo “spazio vitale”. Il tentativo tedesco di ottenere il *Lebensraum* era ovviamente diretto contro russi e ucraini. Gli ebrei, invece, vennero rimossi – e uccisi – proprio perché ebrei (e, forse in misura marginale, per consentire la confisca dei loro beni). Tra il 1939 e il 1941, la Germania possedeva già un vasto Stato e, invadendo la Russia, cercava semplicemente di acquisire ulteriore territorio a spese dei vicini.
Tuttavia, portando avanti questo falso paragone, Bartov sostiene che lo sradicamento dei palestinesi sia stato «il culmine di una visione coloniale della Palestina come spazio vuoto in cui gli “ebrei senza terra” potessero ritrovare le proprie radici, portando alla sostituzione della popolazione indigena palestinese con ebrei provenienti dall’Europa». Ciò non corrisponde al vero. Lo spostamento degli arabi della Palestina non faceva parte dell’ideologia o della politica sionista (sebbene vi fossero leader sionisti favorevoli al «trasferimento») e gli arabi non divennero profughi prima di aver attaccato lo *Yishuv* nel 1947-1948. Inoltre, come Bartov sa bene (si vedano gli apprezzamenti espressi nel suo libro *What Went Wrong?* riguardo ai miei studi in materia), lo spostamento verificatosi durante quel conflitto fu determinato in gran parte da decisioni tattiche e locali legate alle operazioni belliche, e non da scelte politiche o obiettivi strategici di fondo; è proprio per questo che, al termine della guerra, oltre 150.000 arabi — pari a un quinto dell’intera popolazione israeliana — rimasero sul posto (nonostante avessero tentato di impedire la nascita dello Stato ebraico).
In un altro passaggio, Bartov sottolinea che, al culmine dei combattimenti a Gaza, Netanyahu, seguendo l’esempio del presidente Trump, iniziò a promuovere l’idea di un “trasferimento volontario” degli abitanti di Gaza verso i paesi arabi limitrofi. (Ed è probabile che sia stato proprio Netanyahu a instillare quest’idea, come altre in seguito, nella mente di Trump).
Ma Netanyahu abbandonò rapidamente l’idea quando Egitto, Giordania e la maggior parte degli altri paesi chiarirono inequivocabilmente il loro rifiuto di accogliere rifugiati palestinesi, mentre molti abitanti di Gaza si opponevano all’espulsione (in parte, senza dubbio, sotto la minaccia di Hamas). Pertanto, l’idea e la politica del “trasferimento volontario” (o espulsione) non presero mai piede. Bartov, tuttavia, si affretta a precisare che l’espulsione era ciò che i nazisti avevano in mente per gli ebrei nel 1939-1940, prima di rendersi conto che era impraticabile – e fu allora che adottarono la ben più radicale “soluzione finale” al problema ebraico.
In un altro punto del libro, per avvalorare il paragone tra Israele e la Germania nazista (e rafforzare l’accusa di “genocidio”), Bartov accosta la normalità della vita in Israele e la mancanza di empatia per la sorte dei palestinesi di Gaza nel periodo 2023-2025 alla rappresentazione della vita domestica del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, nel recente film *La zona di interesse* (che consiglio); in quell’opera regnava un totale disinteresse per quanto accadeva nel campo adiacente, nonostante le grida sporadiche e gli odori onnipresenti.
Ciò che è accaduto durante la controffensiva dell’IDF nelle strade di Gaza — si è trattato di una guerra — è stato talmente diverso da un “genocidio” che persino un lettore occasionale di testi sull’argomento (riguardanti, ad esempio, l’Olocausto o il massacro delle comunità cristiane dell’Asia Minore per mano dei musulmani turchi tra il 1894 e il 1924) non potrebbe fare a meno di notare le nette differenze.
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, il governo Netanyahu, in modo del tutto ragionevole, decise di distruggere Hamas (e liberare gli ostaggi). Il gabinetto non decise di “uccidere gli abitanti di Gaza”, e nessun ordine del genere fu mai emesso, né dal gabinetto, né dallo Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, né dai comandanti di divisione e di brigata, né tantomeno giunse a valle della catena di comando. (Se un ordine del genere fosse stato emesso, i coscritti e i riservisti israeliani dissidenti lo avrebbero presto rivelato ai media).
Ma distruggere Hamas si rivelò estremamente difficile (e Hamas, sebbene molto indebolito, è ancora in piedi). C’era il timore di colpire gli ostaggi e c’era il vasto sistema di tunnel costruito da Hamas in profondità sotto gli edifici della Striscia di Gaza, dove si nascondevano i combattenti islamisti. Ma molti erano infiltrati tra i due milioni di civili – di fatto, le famiglie dei combattenti – in palazzi residenziali e strutture pubbliche, tra cui scuole, ospedali, moschee e università. Le truppe israeliane erano regolarmente caute per evitare di recare danni ai civili e finora non sono emerse testimonianze di unità alle quali fosse stato ordinato di commettere massacri oppure dell’esistenza di massacri.
È accaduto esattamente il contrario, in netto contrasto con quanto avvenuto nei genocidi reali. Durante l’operazione dell’IDF, le forze di terra israeliane in avanzata e l’Aeronautica militare avvertivano regolarmente i civili di sgomberare i quartieri e persino i singoli edifici che stavano per essere colpiti; di fatto, masse di civili vennero allontanate – solitamente verso sud – dalle aree prese di mira. Tuttavia, nel corso dei bombardamenti e dei tiri di artiglieria, vennero colpiti edifici e migliaia di civili persero la vita insieme ai combattenti di Hamas e della Jihad islamica che si celavano tra loro. Senza dubbio, molti dei soldati in avanzata e dei piloti dell’Aeronautica erano spinti non solo dagli ordini ricevuti ma, dopo il 7 ottobre, anche dal desiderio di vendetta; inoltre, si prestò minore attenzione a evitare vittime collaterali rispetto ai precedenti scontri con gli islamisti. Gli edifici venivano bombardati o colpiti dall’artiglieria per prevenire imboscate da parte dei combattenti islamisti ed evitare ordigni esplosivi improvvisati (IED).
È indubbio che, in alcuni casi, le truppe israeliane abbiano commesso crimini di guerra e probabilmente ucciso civili deliberatamente; esistono inoltre prove schiaccianti di abusi sistematici – tra cui percosse e torture – ai danni dei detenuti catturati durante i combattimenti. Tuttavia, l’annientamento della popolazione non è mai stato l’obiettivo, ed è proprio questo il significato reale del termine “genocidio”. È vero che, nei giorni successivi al 7 ottobre, vi furono personalità pubbliche e commentatori israeliani che usarono un linguaggio di stampo genocidario (ampiamente citato da Bartov). Vi fu inoltre una politica volta a distruggere gran parte delle infrastrutture pubbliche e residenziali di Gaza, probabilmente con l’intento ultimo di indurre gli abitanti ad abbandonare la Striscia. Ciononostante, il genocidio non rientrava nella politica né nelle intenzioni del governo al momento di lanciare la controffensiva.
È inoltre opportuno notare che Bartov, come la maggior parte dei critici di Israele, non suggerisce in alcun modo cosa Israele avrebbe dovuto fare dopo l’uccisione di 1.200 suoi cittadini e il sequestro di 251, il più grande massacro di ebrei dall’Olocausto, come ripetutamente affermato dai portavoce israeliani. Ma quale alternativa aveva effettivamente Israele e come avrebbero reagito altri Stati a un simile massacro di massa dei propri cittadini? Presentare una protesta alle Nazioni Unite? Nessun governo israeliano avrebbe reagito diversamente. E, nel dare il via all’attacco del 7 ottobre, Sinwar lo sapeva: in un memorandum recentemente reso pubblico durante la pianificazione del massacro, ipotizzava che Israele avrebbe potuto persino reagire sganciando una bomba atomica su Gaza. Aveva chiaramente previsto che Israele avrebbe inflitto un pesante tributo di vittime tra i civili di Gaza e contava su questo, aspettandosi che ciò avrebbe minato la reputazione di Israele nel mondo. (E, per di più, credeva, come tutti i buoni musulmani, che i futuri “martiri” avrebbero trovato accoglienza e riposo in paradiso).
Se non erro, Bartov omette di menzionare che, durante la guerra, Hamas impedì alla popolazione civile di Gaza di cercare rifugio nel sistema di tunnel. Un portavoce di Hamas dichiarò in seguito che spettava all’ONU o a Israele fornire rifugi ai civili di Gaza.
Come Bartov sa bene, i genocidi reali si svolgono in modo diverso. Durante l’Olocausto, i tedeschi e i loro collaboratori in tutta Europa facevano irruzione in case e quartieri, rastrellavano gli ebrei, ne fucilavano alcuni sul posto e stipavano gli altri in carri bestiame, per poi imprigionarli in ghetti dove morivano di malattie e fame, oppure trasportarli direttamente in boschi e campi di sterminio dove venivano fucilati o gasati – uomini, donne e bambini. Allo stesso modo, i turchi musulmani che uccisero fino a un milione di armeni tra il 1915 e il 1916 in Asia Minore e nei deserti siriano e iracheno non avvertirono le loro vittime designate di fuggire. Li rastrellarono, fucilarono i maschi abili e costrinsero donne, bambini e anziani a marce della morte verso montagne e deserti, dove la maggior parte di loro morì. La minoranza che riuscì in qualche modo a raggiungere le rive dell’Eufrate fu uccisa in una seconda ondata di massacri. E tra il 1914 e il 1924, i turchi musulmani massacrarono centinaia di migliaia di assiri e altrettanti greci dell’Asia Minore – gli storici greci parlano di un milione – con le stesse modalità, come documentato da me e Dror Ze’evi nel nostro libro *The Thirty-Year Genocide* (Harvard University Press, 2019). È questo, e non ciò che è accaduto a Gaza, l’aspetto di un genocidio.
Il bombardamento della Germania da parte degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, che causò la morte di circa 400.000 civili – tra i quali non vi erano soldati tedeschi mescolati alla popolazione – è stato forse un “genocidio”? Non credo, e presumo che nemmeno Bartov lo pensi. Questo è il parallelo più calzante che mi venga in mente.
Ciò detto, Bartov ha naturalmente ragione su un aspetto correlato: l’Olocausto e la Nakba erano collegati in diversi modi cruciali. L’Olocausto spinse centinaia di migliaia di ebrei europei (sopravvissuti) verso la Palestina, l’unico luogo disposto a offrire loro rifugio (nonostante i prolungati e violenti tentativi palestinesi di costringere la Gran Bretagna a vietare il loro ingresso nel Paese); inoltre, gli orrori dell’Olocausto indussero le democrazie occidentali (tormentate dal senso di colpa) a sostenere la creazione di uno Stato ebraico (sebbene accanto a uno Stato arabo palestinese). Nel 1948, molti sopravvissuti all’Olocausto presero parte alla lotta della Haganah/IDF contro i palestinesi aggressori e gli eserciti degli Stati arabi invasori; e, senza dubbio, la memoria del recente Olocausto motivò le truppe israeliane a sconfiggere gli assalitori e spinse la leadership sionista a impegnarsi per fondare rapidamente lo Stato che avrebbe garantito agli ebrei quella protezione di cui erano stati tragicamente privi in Europa.
Naturalmente, gli arabi sostennero in gran parte una vittoria tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale; il leader antisemita dei palestinesi, Haj Amin al-Husseini, trascorse gli anni del conflitto a Berlino incitando via radio il Medio Oriente allo sterminio degli ebrei, per poi guidare il suo popolo verso gli eventi del 1948. Dunque, in vari sensi, l’Olocausto e la Nakba furono collegati. Tuttavia, l’interpretazione semplicistica di Bartov — secondo cui «una tragedia ne genera e ne perpetua un’altra» — appare alquanto fuori bersaglio.
Va detto, però, che l’Olocausto costituisce solo una parte del contesto in cui si collocano il 1948 e i decenni successivi. Più rilevanti sono il rifiuto palestinese di ogni proposta di compromesso avanzata prima del 1948 e l’offensiva lanciata contro lo Yishuv tra il novembre 1947 e il maggio 1948, l’attacco che diede inizio alla Nakba. Non furono gli ebrei sopravvissuti all’Olocausto, né i loro familiari in Palestina, a scatenare le ostilità che portarono al collasso della società araba e alla condizione di profughi. Ciononostante, dopo la sconfitta, i palestinesi hanno continuato ad attribuire a tutti — e in particolare agli ebrei, come fanno tuttora — la colpa delle proprie sventure.
In seguito, Bartov afferma che «il rifiuto categorico di Israele di condividere la terra» è stato «al centro della violenza». Si tratta, nella migliore delle ipotesi, di una mezza verità. È vero: i partiti di destra israeliani, dominanti al governo dal 1977, si sono rifiutati di condividere la terra con i palestinesi. Tuttavia, Rabin (Laburista) assunse l’incarico nel 1992, Barak (Laburista) nel 1999 ed Ehud Olmert (Kadima, fuoriuscito dal Likud) nel 2006; tutti loro, sostenuti da una serie di presidenti statunitensi, promossero un’agenda di pace. Barak e Olmert, in particolare, rilanciarono la soluzione a due Stati e presentarono piani di pace dettagliati. I palestinesi, però, li rifiutarono sistematicamente. Attribuire agli israeliani la responsabilità esclusiva del perdurare del conflitto costituisce, da parte di Bartov, una palese distorsione della storia.
Verso la fine del libro, Bartov descrive una visita in Israele successiva al 7 ottobre e un incontro con degli studenti israeliani. Dice di esserne rimasto sconvolto. “Non solo avevano interiorizzato una particolare visione ormai diffusa in Israele, ovvero che la distruzione di Gaza fosse una risposta legittima, ma avevano anche sviluppato un modo di pensare che avevo osservato molti anni prima, studiando la condotta, la visione del mondo e l’autopercezione dei soldati dell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale [di nuovo, il paragone con i nazisti!]… Hamas come animali umani e la popolazione [di Gaza] in generale come meno che umana… Migliaia di bambini uccisi? È colpa del nemico… Se Hamas compie un massacro in un kibbutz, sono nazisti. Se sganciamo bombe da duemila libbre sui rifugi per rifugiati e uccidiamo centinaia di civili, è colpa di Hamas per essersi nascosto sotto o vicino a questi rifugi… Il modo in cui gli occhi delle persone si velavano ogni volta che menzionavo la sofferenza dei civili palestinesi era profondamente inquietante.” (Mi chiedo se gli occhi di Bartov si siano “sbiaditi” quando gli è stata raccontata la sofferenza delle vittime di Hamas, molte delle quali torturate e violentate. Ma, naturalmente, ha ragione riguardo alla progressiva disumanizzazione dei palestinesi da parte di Israele, ma ignora l’altra faccia della medaglia, la parallela disumanizzazione degli israeliani da parte dei palestinesi).
Le descrizioni di Bartov relative a vari episodi del conflitto sono costellate di distorsioni e viziate da parzialità; non è un libro a cui gli studiosi attingeranno per ricostruire i fatti. Per esempio, Bartov afferma ripetutamente che le forze sioniste “espulsero” la popolazione palestinese dal territorio divenuto poi Stato di Israele, laddove, in realtà, la maggior parte di essa si limitò a fuggire dai campi di battaglia – effettivi o potenziali – (e alcuni ricevettero l’ordine o il consiglio di andarsene, come accadde ad Haifa il 22 aprile 1948, dai loro stessi leader). Al massimo si può dire che il governo israeliano negò ai profughi il permesso di tornare alle proprie case e terre dopo la guerra: cosa ben diversa.
I decenni di dominio britannico furono caratterizzati, secondo Bartov, dai “noti processi di appropriazione coloniale di insediamento, a danno della popolazione indigena palestinese, di terre e risorse”. I paradigmi di “colonialismo di insediamento” americani, sudafricani e australiani, cui egli allude, erano contraddistinti da brutali conquiste armate e dalla confisca delle terre indigene. Nella Palestina ottomana e sotto mandato britannico, gli ebrei acquisirono terre da venditori arabi ben disposti a cederle: prima del 1948 non vi fu alcuna conquista. Inoltre, il paese non possedeva, né possiede, “risorse” di rilievo.
Tuttavia, la triste verità è che le dinamiche demografiche e politiche interne a Israele, unite alla costante violenza islamista e alle minacce di genocidio, hanno fatto deragliare il progetto sionista, trasformandolo da impresa morale e positiva in qualcosa che oscilla sull’orlo dell’abisso. Non mi spingerei fino ad affermare, come fa Bartov nella sua perorazione, che oggi Israele sia “assetato di sangue… [e] paranoico” e che stia ormai “imboccando la strada della teocrazia e dell’apocalisse”. Suggerirei di attendere prima di formulare un giudizio definitivo. Vediamo quale governo scaturirà dalle elezioni generali israeliane, previste per il 27 ottobre, e se queste riusciranno a invertire l’attuale spirale negativa.
Una cosa, però, è già evidente: il libro di Bartov – e la campagna giornalistica da lui condotta in precedenza, volta a dipingere gli israeliani come “genocidiari” – hanno oggettivamente favorito i terroristi islamisti nel loro tentativo di distruggere lo Stato ebraico. È una realtà con cui egli dovrà convivere.
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