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LA QUESTIONE EBRAICA 91 SULLA PUNTA DELLA SPADA

LA QUESTIONE EBRAICA 91 SULLA PUNTA DELLA SPADA

Nel prosieguo del suo grande libro su La questione ebraica nell’età postmoderna, Emanuele Calò affronta un personaggio di notevole interesse, quale il critico letterario, linguista e scrittore George Steiner, la cui ricca e poliedrica personalità culturale viene sottoposta ad una interessante analisi.

Calò cita un articolo di Wlodek Goldkorn, nel quale si ricorda che il noto l’intellettuale “si proclamava ebreo diasporista, perché negava la centralità dello Stato ebraico e dell’esperienza sionista nel vissuto del proprio popolo. Era molto critico nei confronti della politica e dello stesso uso di violenza da parte dello Stato d’Israele. Ripeteva che la sua patria fosse ovunque ci sia una macchina da scrivere. Ebraismo come testo, invenzione e interpretazione. Per lui la vera patria, se ne aveva una, era l’Europa, con la sua architettura e i suoi modi di vita”.

Calò commenta con amara arguzia queste parole: “Quanto all’“ovunque ci sia una macchina da scrivere”, sarebbe da soggiungere che non ovunque la fanno usare (nelle sue diverse declinazioni). Nello Stato ebraico non avrebbe avuto problemi a farlo, ma nelle vicinanze? Quanto alla patria, può essere un testo? Per Steiner sì, lo può essere”, come si ricaverebbe dalle seguenti parole del personaggio riportate dal nostro autore:

In Gerusalemme, oggi giorno, il visitatore viene condotto nel “Santuario dei Rotoli”, o, come anche lo si conosce, nella “Casa dei Libri Sacri”. Nel pregevole edificio sono tenuti alcuni dei Rotoli del Mar Morto e dei papiri biblici dal valore inestimabile. È un luogo di commovente, ancorché un poco sepolcrale, radiosità. La guida illustra il congegno idraulico riposto col quale l’intero edificio può, nel caso di cannoneggiamento o bombardamento, essere fatto affondare in modo sicuro nel terreno sottostante. Tali precauzioni sono indispensabili. Perché gli Stati-nazione vivono sulla punta della spada. Ma tali precauzioni costituiscono anche una barbarie metafisica ed etica. Le parole non possono essere infrante dall’artiglieria, né possono trovare riparo nei rifugi anti-bomba. Rinchiuso materialmente in una patria materiale, il testo può, nei fatti, smarrire la sua forza vitale, ed i suoi veri valori possono essere traditi. Ma quando il testo è la patria, perfino quando è ancorato nel solo ricordo e nella ricerca di un pugno di vagabondi, nomadi del mondo, può essere estinto. Il tempo è il passaporto della verità e il suo suolo natio. Quale migliora dimora per un ebreo?”.

Queste parole sono così commentate da Calò: “poiché il discrimen tra storia e preistoria è costituito dall’invenzione della scrittura, il supporto scritto è fondamentale. È vero che un supporto può essere surrogato da un altro, ma, visto che perfino l’Unesco suole negare la storia ebraica, e con essa il diritto storico sulla terra, bene fa Israele a tenersi cari gli atti fondativi. Considerare che la predetta conservazione sia, come dice Steiner, una barbarie metafisica ed etica, è l’equipollente steineriano di una licenza poetica, che va sempre distinta dai suoi ragionamenti”.

Sulla figura  di Steiner – un personaggio, mi permetto di dire, che, nonostante le sue indubbie capacità intellettuali, sembra non avere mai minimamente compreso l’essenza del sionismo, e che ha fatto parte dell’élite degli ebrei odiatori dello Stato ebraico, traendo da questa posizione grandi benefici sul piano della fama e della reputazione – avremo modo di tornare nella prossima puntata, ma già queste prime frasi scelte e commentate da Calò appaiono emblematiche del suo modo di ragionare, che appare fondato – come, in fondo, ogni posizione antisionista-antisemita – su un presupposto basico essenziale, che è la sistematica, totale obliterazione della storia ebraica, e del rapporto tra Israele e le nazioni.

Steiner ritiene che la vera patria degli ebrei, “popolo del Libro”, sia nelle parole, nelle lettere, e non nella terra. E che non sia possibile difendere le parole e le lettere con le armi. Gli Stati-nazione, che “vivono sulla punta della spada”, tradiscono le proprie fondamenta storiche e culturali, e così avrebbe fatto il moderno Stato di Israele.

Sul fatto che la “vera patria” di una nazione e di un popolo, così come di un individuo, possa essere identificata nella memoria, nella cultura, nelle parole, posso senz’altro dirmi d’accordo. Ai fini della definizione della mia identità personale, il mio essere cittadino italiano conta, tutto sommato, piuttosto poco. Non avrei difficoltà a immaginarmi cittadino di un qualsiasi altro Paese, almeno europeo. Ma, senza le letture spiegatemi, da bambino, dai miei familiari e maestri (a partire da Topolino, Pinocchio, De Amicis) sarei certamente una persona completamente diversa. C’è il piccolo particolare, però, che non ho mai appartenuto a un popolo perseguitato, e che l’albero genealogico della mia famiglia non trasmette memoria di nessuna uccisone, di nessun episodio di violenza (che, magari, ci sarà anche stato). Nessuno mi ha mai indotto a pensare all’Italia come a un “rifugio”, una “scialuppa di salvataggio”, fuori della quale sarei perduto. I libri che ho letto in Italia li avrei potuti leggere in qualsiasi altro posto. Magari avrei letto più Shakespeare e meno Dante, ma non riesco proprio a pensare che avrei avuto un diverso senso di appartenenza, per esempio, nei confronti della Francia o della Germania. E mai, mai mi sono sentito al sicuro un quanto protetto dall’esercito italiano “sulla punta della spada”.

Si può forse dire dello stesso di un cittadino israeliano?

Quanto al Santuario del Libro, Steiner dice che le singolari misure di protezione dell’edificio sono indispensabili, ma sono anche il segno della ricordata “barbarie metafisica ed etica”. Ma c’è qualcosa del genere per proteggere il Colosseo o il Partenone? No? E come mai?

Sono domande che, ovviamente, è meglio non porsi.

 

Francesco Lucrezi, storico