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Da Moked. Pagine Ebraiche 24/6/26

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Molti, com’è noto – a cominciare dagli antisemiti -, pretendono di essere ampiamente informati in tema di ebraismo e di ebrei, almeno a sufficienza per esprimere nei loro confronti giudizi tanto sbrigativi quanto lapidari. Molti credono di conoscere le persecuzioni che gli ebrei hanno subito, i presunti motivi delle stesse, le loro caratteristiche sul piano dell’intelligenza, della ricchezza, dell’avidità ecc. Molti credono di sapere come il severo Dio del cd. Antico Testamento si sia evoluto nell’amorevole Dio del Vangelo, così come molti pensano che alcuni ebrei di oggi stiano replicando su altri pratiche violente di cui i loro predecessori furono, a suo tempo, vittime. E, anche al di là dei pregiudizi negativi, quasi tutti conoscono, e spesso ammirano, i grandi pensatori e artisti ebrei che tanto hanno contribuito alla costruzione del mondo contemporaneo. Ma, nonostante queste apparenti conoscenze, per tutti, anche per le persone di alta cultura, appare difficile rispondere alla domanda di fondo di cosa sia l’ebraismo. Una religione? Un popolo? Una cultura? Una tradizione? O, ancora, un’identità, o un’appartenenza? Un mixtum compositum che unisce, in percentuali variabili a seconda delle circostanze, le varie cose?

Indubbiamente, la risposta a una siffatta domanda è difficile, e lo è forse ancora di più per chi l’ebraismo lo abbia, in qualche modo, studiato, o personalmente frequentato. D’altronde, anche le parole che abbiamo citato come possibili definizioni sono altamente controverse: che vuol dire “religione”? E qual è il significato di parole quali “popolo”, “cultura”, “tradizione”? Per non parlare, poi, di termini quanto mai generici, come “appartenenza” o “identità”. Appartenenza a cosa? Quanto all’abusata parola “identità”, poi, con la quale si vuole esprimere il concetto che qualcosa esiste per quello che è, a parte l’evidente tautologia, non esiste alcuna identità fissa e statica. Noi siamo qualcosa di diverso da ciò che eravamo cinque minuti fa, e da ciò che saremo tra cinque minuti. Come il famoso quadro di Magritte, “Ceci n’est pas une pipe”, ognuno di noi potrebbe esibire una targa recante la scritta “Questo non sono io”.

Trattandosi di parole, è evidente che il significato delle stesse ha un’origine storica, e cambia continuamente attraverso il tempo e lo spazio. La filologia e la semiotica ci insegnano non solo che significanti e significati cambiano nel tempo e nello spazio, ma anche che ad alcuni lemmi persistenti corrispondono dei significati completamente diversi (per esempio, il pater familias romano, che poteva essere a capo di una familia anche di centinaia di persone, non aveva niente in comune col “padre di famiglia” di oggi), così come uno stesso significato può essere reso da parole del tutto diverse (l’ebraico bait significa la stessa cosa dell’italiano “casa” e dell’inglese “home”). La linguistica è, per antonomasia, la scienza dei cambiamenti, dei camuffamenti, degli inganni.

Un contributo di alta rilevanza alla comprensione di come sia evoluta, nel tempo, la nozione e la percezione dell’ebraismo è offerto dal libro di Abraham Melamed, Professore emerito di storia ebraica presso l’Università di Haifa, Dat: da legge a fede. Le vicende di un termine costitutivo (edizione italiana a cura di Cosimo Nicolini Coen, Torino, Giappichelli, 2024, pp. 257, euro 37).

L’opera va alla radice del problema del consolidamento storico – sul piano culturale, nazionale, spirituale – di quello che chiamiamo “ebraismo”, e lo fa partendo da una piccola, arcana parola, di una sola sillaba, e due sole lettere, che sembra avere giocato un ruolo essenziale nella costruzione della realtà ebraica: dat. דת.

La sillaba, di origine persiana, avrebbe significato in origine “legge” (o anche “editto”, “decreto”), per poi passare a indicare quello che oggi si intende generalmente come “religione” (dat yehudit = religione ebraica, ben dat = persona religiosa, osservante). “Nell’evoluzione della parola dat – scrive l’autore – è possibile riscontrare una doppia ironia. Anzitutto, proprio una parola che nella sua origine è farsi, persiana, ossia che non presenta un’origine ebraico-semitica, è in seguito divenuta egemone nella cultura ebraica, finendo con l’essere preferita ad altri termini, strettamente ebraici e che erano dominanti nella Torah. In secondo luogo, un termine che designa in origine la legge regia di una nazione pagana è stato preferito a parole designanti, nel loro uso originario, l’autentica – nella concezione della tradizione – legge, quella divina”.

La “legge” del dat appare, a volte, come qualcosa di inquietante e misterioso, se non di minaccioso: nel Deuteronomio è narrato che, prima di morire, Mosè avrebbe ricordato ai figli d’Israele che il Signore venne dal Sinai reggendo, con la sua mano destra, esh dat, il “fuoco della legge”. Parole oggetto di diverse interpretazioni, alle quali Melamed dedica pagine di alta suggestione.

La sillaba avrebbe avuto, per alcuni versi, un percorso analogo al termine nimus, anch’esso significante “legge”, e anch’esso di origine straniera (in quanto derivante dal greco vòmos), che si trova nella Mishnah (Gittin 6.5) e nel Talmud Babilonese (Gittin 65b: 10)meno usato di altre parole deputate a rendere lo stesso concetto, quali huk, mitzvà, halachah (“via”, ossia la retta strada da seguire, obbedendo alla legge) e anche din mishpàt  (più spesso usati nel senso di “giudizio”, “sentenza”). L’espressione mishpàt ivrì, in particolare, è generalmente adoperata col significato di “diritto ebraico”, ma Alfredo Mordechai Rabello spiega come tale locuzione non sia applicabile all’ebraismo antico, che non conosceva la distinzione tra comandamento religioso e precetto civile, per cui con mishpàt ivrì si può intendere solo quella parte di halachah comunemente considerata, secondo la mentalità moderna, corrispondente a ciò che, nel mondo occidentale, si ritiene essere diritto.

Ma la funzione storica della parola dat appare del tutto peculiare, in quanto proprio al mutamento del suo significato sarebbe collegato il passaggio dalla mera obbedienza a quella che oggi si intende come “fede” o “religione”, ossia una ritualità atta costruire, attraverso la perpetuazione di una prassi comune e condivisa, una comunità di popolo.

“Non si tratta – spiega il celebre semiologo Ugo Volli, in una sua acuta recensione del volume – solo di un fatto linguistico, tale cambiamento è spia di una modificazione profonda della collocazione sociale dell’ebraismo: da appartenenza a un popolo regolato da certe norme a una fede religiosa, definita da alcune credenze. Melamed mostra con grande accuratezza come questo slittamento di senso abbia coinvolto in maniera diversa i differenti movimenti ebraici: approvato con entusiasmo dai riformati e da chi voleva che gli ebrei non appartenessero a una nazione a parte, ma fossero cittadini ‘di religione mosaica’, condiviso in sostanza dai fondatori del sionismo, in particolare da Herzl, ma condizionante anche per i charedim e i maestri dell’ortodossia moderna, che, in contrasto coi riformati, dovettero rivendicare la caratteristica ‘religiosa’ della loro identità”.

Il libro non contiene certo – e non potrebbe essere altrimenti – una risposta alla domanda di cosa “sia” l’ebraismo, ma offre comunque delle importanti chiavi di lettura, fondate essenzialmente, a mio avviso, su un presupposto imprescindibile: la consapevolezza che ogni indagine di tipo “identitario” non può non partire da una presa di coscienza che le parole, a cui è affidato l’arduo compito di svelare l’identità, non sono mai “neutre”, in quanto anch’esse prodotti della storia, e soggette a continui mutamento di significato. Il senso di termini quali “legge”, “religione”, “diritto” cambia continuamente, e non solo nell’arco di millenni, ma anche nel brevissimo lasso di tempo, per esempio, che serve a leggere un articoletto come questo.

Francesco Lucrezi, storico