LA QUESTIONE EBRAICA 84 NERO, BIANCO E AZZURRO
Concludiamo, con questa puntata, la parte del nostro commento al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna dedicata alla figura di Theodor Herzl.
Abbiamo sollevato la domanda se si debba a lui, e proprio a lui, quella grande accelerazione del corso della storia rappresentata dal moderno sionismo (fenomeno, com’è noto, che si collegava all’antichissimo, mai dimenticato radicamento del popolo ebraico nella Terra Promessa).
Avendo escluso l’idea che il pur geniale giornalista fosse dotato di qualità eccezionali, abbiamo detto che il successo della sua idea può essere attribuito a quattro distinti fattori.
Il primo lo abbiamo collegato alla forza di persuasione con cui egli riuscì a convincere gli ebrei europei della necessità di passare dalle parole ai fatti, dal lamento all’azione, dalla sopportazione alla reazione.
Il secondo alla sua capacità di far affermare l’idea – tutt’altro che scontata – che l’ebraismo fosse non solo una religione e una tradizione, ma anche un popolo: meritevole, come tutti i popoli, di un suo stato-nazione.
Il terzo alla forza di suggestione del suo messaggio, facile da ascoltare, da capire e da raccontare, come una fiaba, una haggadah.
Il quarto e ultimo motivo potremmo indicarlo, come già ebbi a dire anni fa, e non per scherzo, nella sua barba.
Teniamo conto che, proprio quando fu pubblicato Der Judenstaat, era in atto, in America e in Europa, un forte incremento del potere comunicativo della fotografia. Le immagini stavano diventando, sempre più, un potentissimo strumento di propaganda, e, tra esse, un grande ruolo assumevano le foto dei grandi leader. Se non era sempre facile trasmetterne i programmi, le idee, era facile diffondere le immagini dei loro volti, che ne sintetizzavano la personalità.
Non sempre erano disponibili le fotografie, e allora era necessario ricorrere a dei ritratti, dei disegni, spesso ricavati da altre immagini.
Per funzionare come veicolo propagandistico, è necessario che un ritratto sia immediatamente riconducibile al personaggio che rappresenta, anche perché non sono sempre disponibili dei bravi ritrattisti, e anche perché non sempre c’è il tempo di realizzare opere accurate. E il compito è tanto più facile, quanto più il volto da ritrarre è facilmente raffigurabile.
Da questo punto di vita, il volto di Herzl, con il suo inconfondibile lungo barbone nero, era assolutamente adatto allo scopo. Anche un bambino, disegnando pochi tratti, un naso dritto e una lunga barba nera, è capace di ritrarre il volto di Herzl.
Quel ritratto, quell’immagine arrivò in modo velocissimo nelle più remote località dell’Europa e dell’America, facendo giungere dovunque il semplice messaggio a essi collegato. Ancora oggi, ci sono in giro innumerevoli ritratti di Herzl, anche rudimentali, ma tutti, comunque, estremamente simili gli uni agli altri.
Non a caso i volti di altri personaggi diventati icone, come Garibaldi o Marx, sono barbuti. Si prestano facilmente a essere riprodotti, trasmessi, compresi nel loro significato. Così come i maestosi baffoni di Stalin, gli odiosi baffetti di Hitler, la ridicola mascella del rifondatore dell’impero romano.
Ma la grande barba nera di Herzl era un’altra cosa. Era il timbro inconfondibile di un profeta disarmato, che non aveva mai toccato un’arma in vita sua, non aveva mai dato un ordine di tipo militare, non aveva mai pronunciato una sola parola di odio verso nessuno. Era anch’essa parte integrante della “fiaba”.
Un nero pieno di luce, un nero bianco e azzurro.
Francesco Lucrezi, storico