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LA QUESTIONE EBRAICA 83 LA FIABA

LA QUESTIONE EBRAICA 83 LA FIABA

 

Abbiamo preso a trattare, nelle scorse puntate del nostro commento al libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna, della figura di Theodor Herzl, e abbiamo sollevato la domanda di come mai sia stato proprio lui a dare tanto impulso all’ideale del moderno sionismo, trasformando l’aspirazione astratta in realtà concreta.

Avendo scartato l’idea che il giornalista ungherese sia stato dotato di una capacità intellettuale fuori dal comune, abbiamo ipotizzato che le ragioni del successo del suo progetto siano da ricondurre a quattro motivi di fondo.

Dopo avere esposto i primi due (ossia la perentorietà dell’invito, rivolto da Herzl agli ebrei di Europa, a passare dal lamento e dalle parole ai fatti e all’azione, e la forza dell’asserzione secondo cui l’ebraismo era espressione di un popolo, e non solo di una religione o una tradizione), passiamo al terzo, che chiamerei “la suggestione dell’haggadah”.

Col termine haggadah, com’è noto, si intende la parte narrativa e non normativa della Torah, ossia quella che non contiene comandamenti divini (la cd. halachah) ma solo narrazioni (la creazione del mondo, Adamo ed Eva, Noè ecc.), che non implicano nessun tipo di obbedienza, chiedendo solo di essere lette, studiate e interpretate.

Ma la parola va oltre il perimetro della Torah, andando a indicare qualsiasi racconto da cui sia permesso ricavare qualche significato utile ai fini della comprensione della realtà. A volte la parola vene tradotta col termine “leggenda”, ma si tratta di una traduzione imprecisa, in quanto non è detto che i contenuti dell’haggadah siano frutto di fantasia, potendo ben trattarsi di vicende realmente accadute, o che potrebbero realmente accadere.

Herzl, a proposito della rinascita dell’antica patria ebraica, pronunciò, com’è noto, la celebre frase: “se veramente lo crederete, non resterà una haggadah”. Il senso delle parole è che quel sogno avrebbe potuto e dovuto diventare qualcosa di reale, di concreto. Il racconto avrebbe potuto e dovuto trasformarsi in realtà tangibile, vissuta. Quella che lui stava rappresentando non era una fiaba, una leggenda.

Eppure, nonostante quest’asserzione, a leggere il breve pamphlet intitolato Der Judenstaat, si ha proprio l’impressione di essere al cospetto di una fiaba.

Il libretto dimostra presenta infatti proprio dei tratti ingenui, fiabeschi, dal momento che l’autore si sofferma, in modo preciso e sintetico, su questioni minute e specifiche (quali gli edifici da costruire, le abitazioni per i lavoratori, i piani regolatori, le ore lavorative, l’assistenza, il mercato, il diritto, le lingue, l’esercito, le feste nazionali e altre cose del genere). Vuole definire tutto con precisione. E, siccome ancora non c’è quasi nulla, si comporta come se vedesse davanti a sé un grande foglio bianco da riempire. Per farlo attinge a molteplici tradizioni, tra cui quella ebraica non sembra avere un ruolo di primo piano. Ci tiene, anzi, a precisare che lo stato non sarà una teocrazia, perché “la fede ci tiene uniti, la scienza ci rende liberi. Non faremo dunque emergere le velleità teocratiche dei nostri religiosi. Sapremo tenerli entro i confini dei loro templi”.

Singolare, e di grande ingenuità, è un riferimento al diritto romano privato (che, evidentemente, non c’entra niente con la statualità), in cui l’autore crede tuttavia di trovare utili spunti per la sua proposta: “per spiegare il rapporto talvolta opprimente in cui stanno i governanti rispetto a chi li governa, è indispensabile indicare un fondamento giuridico dello stato. Credo che lo si possa trovare nella negotiorum gestio, considerando l’insieme dei cittadini come dominus negotiorum e il governo gestor. Il meraviglioso senso del diritto degli antichi romani ha creato con la negotiorum gestio un vero capolavoro”.  Un’idea decisamente buffa e bizzarra.

Ci vorrà poi una bandiera: “Ho pensato a una bandiera bianca con sette stelle dorate. Il campo bianco simboleggia la vita nuova e pura, le stelle sono le sette ore d’oro della giornata lavorativa”.

 

 

Come territorio del futuro stato, com’è noto, Herzl prospetta due soluzioni: Palestina o Argentina (scioglierà definitivamente la riserva pochi mesi dopo, a favore dell’unica opzione logica e naturale). Ma la questione del “dove” gli appare niente più che uno dei tanti nodi da sciogliere, e non di primaria importanza. Come se un individuo (per non dire un popolo) programmasse con precisione tutti i particolari di una propria vita futura (il nuovo lavoro, le nuove abitudini, le nuove compagnie…), ma senza sapere dove andrà.

Insomma, quella di Herzl appare proprio una favola, piuttosto che un concreto progetto. E lui sembra un fanciullo concentrato, solo con la sua intelligenza e fantasia, in un gioco di costruzioni. Da concludere in fretta, perché il tempo stringe.

E credo che proprio questa semplicità, questo candore del libro abbiano contribuito al suo straordinario successo. Un noioso trattato di scienze politiche o di diritto internazionale da quante persone sarebbe stato letto?

C’era bisogno di una fiaba, di una haggadah, affinché il sogno potesse diventare realtà.

 

Francesco Lucrezi, storico