LA QUESTIONE EBRAICA 79 IL TEMPO GIUSTO
Abbiamo trattato, nella nostra lunga recensione al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, della grande figura di Theodor Herzl, “il nuovo Mosè” che, con la sua forza visionaria, riuscì ad aprire la strada che avrebbe portato gli ebrei, dopo quasi diciannove secoli di esilio, a riconquistare la propria sovranità nazionale.
Calò, abbiamo scritto, ricorda che lo stesso Herzl ammise apertamente di non avere inventato nulla, perché l’idea del sionismo è antica quanto lo stesso ebraismo. Ad essa si possono collegare, in vario modo, non solo le figure moderne di Pinsker e Hess, quelle medievali di Maimonide e Nachmanide, quelle bibliche di Mosè e Abramo, ma anche quelle di tutti gli ebrei che, nei quasi due millenni di diaspora, non hanno mai dimenticato Gerusalemme. Gli stessi diversi nomi dati al popolo mosaico (israelita, giudaico, ebraico) portano impresso in sé il marchio dell’insediamento o dell’aspirazione a quel piccolo lembo di terra (‘Erez Israel, la Giudea, la meta del viaggio di Abramo, il primo ebreo). Anche quando non veniva chiamato sionismo, il legame tra popolo e terra d’Israele (espresso mirabilmente, in particolare, ne La stella della redenzione di Rosenzweig) è sempre stato consustanziale all’ebraismo.
Ma, se questo legame è così antico, ed è sempre stato così vivo e forte, come mai, dopo le distruzioni di Gerusalemme da parte dei romani, nel 70 e poi nel 135 d.C., si sarebbe dovuto attendere tanto tempo perché esso potesse tornare ad avere una possibilità di realizzazione politica?
Naturalmente, prima della Rivoluzione Francese e dei moti risorgimentali, l’idea di uno stato ebraico sarebbe stata del tutto assurda. Il mondo era diviso in grandi imperi, che traevano la propria legittimazione solo dalla religione e dalla forza militare, e l’idea degli stati nazionali, in pratica, non esisteva. Ma anche nell’Ottocento, l’idea che gli ebrei, sparsi per il mondo, quasi sempre in condizioni di subordinazione e discriminazione, potessero riunirsi in un loro stato sovrano, sembrava, ai più, assurda. Intollerabile per la Chiesa, e osteggiata anche dalla maggioranza degli ebrei che ne avessero mai sentito parlare: dai laici, che, battendosi per l’emancipazione nelle loro varie patrie, non volevano che si dubitasse della loro fedeltà alle stesse, e dai religiosi, secondo cui l’idea di uno stato “laico” ebraico sarebbe stato un ossimoro. Molti, poi, anche tra gli stessi ebrei, non consideravano affatto l’ebraismo un popolo, ma solo una religione, o un modo di vivere. L’idea di uno Judenstaat era proprio fuori dal mondo.
Hess, però, nel 1862, e Pinsker, nel 1882, proposero proprio questa idea ‘impossibile’, quella di uno stato per gli ebrei, per la cui realizzazione essi avrebbero dovuto impegnarsi così come si erano e si sarebbero impegnati gli italiani, i tedeschi e poi tanti altri popoli.
I due pensatori, però, non ricevettero ascolto. Herzl, invece, sì.
Ci siamo chiesti, la scorsa puntata per quale motivo la parola del giornalista ungherese sarebbe riuscita ad avere tanta risonanza, a sollevare – nonostante forti e plurime resistenze – tante coscienze, in tante diverse parti del mondo (dalla Francia all’Ungheria, dalla Russia alla Polonia, dall’impero turco a quello austroungarico). Come mai quello che è accaduto con Herzl non è accaduto prima, o dopo?
In una sua illuminante postfazione a una nuova edizione del celeberrimo “libro-manifesto” del 1896, Paolo Macry scrive: “Visto…con il senno di poi, il progetto di Herzl appare fortemente utopico, il suo accanito volontarismo della ragione è fortemente in anticipo sui tempi”.
Ma fu proprio la consapevolezza, invece, che i tempi fossero maturi ad animare Herzl nel suo progetto rivoluzionario: “ora si tratta di dimostrare – scrisse Herzl – che il sogno può diventare un’idea chiara come la luce del giorno”. Ed effettivamente, commenta Macry, “chiara come la luce del giorno è la sua idea”.
Un’idea in anticipo sui tempi, quindi. Certamente vero. Ma si potrebbe anche dire, forse, in ritardo?
Come si fa a dire qual è il tempo giusto perché una cosa accada? Perché quello che accade succede proprio in quel momento, in quel luogo, e non in un altro tempo, in un altro luogo?
Il discorso diventa complesso, e, pur senza addentraci nello sdrucciolevole terreno della filosofia della storia, sono indispensabili alcune riflessioni preliminari.
Le svolgeremo la prossima puntata.
Francesco Lucrezi, storico