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GIORNO DELLA MEMORIA 9 CUSTODIRE IL SILENZIO

GIORNO DELLA MEMORIA 9 CUSTODIRE IL SILENZIO

(da HaKol 25/1/2026)

 

Abbiamo esposto, nelle precedenti puntate, le ragioni a favore e contro le manifestazioni per il Giorno della Memoria.

Ma, arrivati a questo punto, dobbiamo quindi chiudere il discorso, e chiedere, come Lenin, “Che fare?”.

Naturalmente, la domanda riguarda solo il nostro personale atteggiamento, perché è chiaro che la manifestazione non è eliminabile. Ci vorrebbe una legge abrogativa della Repubblica, cosa ovviamente impossibile (oltre che dal pessimo significato). E poi, se anche, per assurdo, una nuova legge abolisse la manifestazione, niente impedirebbe alle varie istituzioni, ai cittadini di continuare a commemorare la Shoah.

Le manifestazioni del 27 gennaio, piaccia o non piaccia, continueranno, chi sa fino a quando.

Si potrebbe forse correggere il testo della legge? In un bellissimo editoriale apparso sul Riformista del 22 gennaio, Paolo Crucianelli scrive che bisognerebbe integrare nel Giorno della Memoria il 7 ottobre, affinché la manifestazione non ricordi più solo “ciò che è accaduto”, ma anche “ciò che è tornato”. E, aggiungo io, “ciò che non è mai passato”. Ma una riforma della legge, ovviamente (oltre a non servire a nulla), non passerebbe mai; è molto più probabile, invece, che qualcuno proponga di trasformare ufficialmente la manifestazione in una commemorazione del “nuovo genocidio”.

La legge resterà quella che è, chi sa fino a quando.

Cosa dobbiamo fare, quindi? Ma, mi si potrebbe chiedere, a chi è rivolta questa domanda? Non agli ebrei, ai sionisti o cose del genere. Io intendo questo “noi” nel senso di chi voglia “davvero” preservare la Memoria, e non distorcerla, banalizzarla e profanarla.

Prima di avanzare la mia proposta, voglio innanzitutto rendere omaggio ai milioni e milioni di persone (educatori, studenti, autorità, uomini di cultura, religiosi, cittadini) che si sono impegnati su questo fronte. Questo impegno è stato ammirevole, e io, fino al 7 ottobre, ne dò una valutazione nel complesso molto positiva. Mi invitavano a parlare nelle scuole già prima della legge del 2000, e ho quasi sempre avuto esperienze molto toccanti. Ho accompagnato dei Testimoni, ho parlato con tantissimi studenti. Certo non sono mancati episodi imbarazzanti. Ricordo bene quando, una trentina d’anni fa, in una scuola, dopo avere parlato in un’aula gremita di ragazzi commossi e partecipi, dovetti ascoltare le conclusioni della Preside che mi aveva invitato: “Ragazzi, il professore è stato bravissimo, ma ricordate che il motivo della Shoah è stato molto semplice: i soldi. Gli ebrei avevano i soldi”. Fui costretto ad alzare la voce, e quei poveri ragazzi tornarono a casa con la testa più confusa che mai: il Professore è uno scostumato? O la Preside è una cretina?

Ma, ripeto, si tratta di rare eccezioni.

La situazione, però, è peggiorata drasticamente dopo il 7 gennaio, e in questi ultimi mesi è diventata terribile. Non sto a spiegare perché, è sotto gli occhi di tutti.

Proporrei quindi che “noi”, per organizzare o partecipare a una qualsiasi manifestazione sul Giorno della Memoria, rispettassimo e pretendessimo che siano rispettai due requisiti minimi.

Il primo parte dal presupposto che la Shoah è stato il coronamento di un processo che è iniziato con la discriminazione, la ghettizzazione e l’odio verso un “altro” indistinto, individuato non per quello che avrebbe fatto, ma solo per una sua data appartenenza. Ebbene, un minimo di coerenza impone che non si partecipi MAI a nessun manifestazione organizzata da qualche istituzione che abbia promosso azioni di discriminazione o boicottaggio verso gli appartenenti a una qualsiasi comunità (etnia, religione, popolo, nazione o altro). MAI. Né a nessun evento a cui sia stato invitato a parlare anche chi abbia fatto qualcosa del genere.

Il secondo requisito parte dalla constatazione che, se la memoria non ha un “custode legale”, esistono tuttavia in Italia 21 Comunità Ebraiche, che rappresentano la continuità del popolo maggiormente colpito dalla Shoah. Chi organizza una manifestazione per il 27 gennaio avrebbe il dovere di invitare a parlare un rappresentante della Comunità Ebraica più vicina, o un suo delegato, esattamente come, nell’organizzare una commemorazione di un defunto, si invitano i suoi parenti. Se un’istituzione non lo fa, a quella manifestazione “noi” non dovremmo andare, così come non dovremmo andare se la Comunità interpellata esprima dei dubbi sulla qualità dell’evento.

Molti hanno replicato, alle mie perplessità, che non bisogna lasciare la Memoria agli “altri”, e che l’oblio sarebbe una tragica resa al Male. Giustissimo. Perciò saremo tutti chiamati a raddoppiare i nostri sforzi per tenere viva la fiaccola della Memoria. Essa deve essere tenuta sempre viva, e posta al riparo tanto dall’oblio quanto dalla profanazione. Ricordando sempre che il ricordo della Shoah è affidato, più che alle parole, al silenzio. Niente, al pari del silenzio, può esprimere ciò che è stato.

 

Francesco Lucrezi