LA QUESTIONE EBRAICA 78 IL PROFETA
Abbiamo trattato, nel nostro ampio commento al libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società contemporanea, del protosionismo, ossia di quei fermenti intellettuali che, a partire dalla metà dell’Ottocento, nella cornice dei fermenti ideologici e politici risorgimentali, indicarono la soluzione della millenaria emarginazione, discriminazione e ghettizzazione ebraica nella conquista (anzi, riconquista), anche da parte del popolo mosaico – considerato condannato, per una sorta di maledizione divina, a un’eterna condizione di erranza e dispersione – di una sua propria patria, dove potesse vivere libero e sovrano, ritrovando la propria perduta dignità nella famiglia delle nazioni.
Dopo avere preso in esame le interessanti e importanti figure di Warder Cresson,. Leon Pinsker e Moses Hess, Calò affronta colui che, nella storia, ha giustamente conquistato il posto di “nuovo Mosè”, ossia il grande Theodor Herzl.
Non c’è dubbio alcuno che Herzl appartenga a tutti gli effetti all’albo d’oro dei giganti della storia, e non solo quella del popolo ebraico, avendo svolto un ruolo di primissimo piano nella concretizzazione di quello che sembrava un sogno assurdo e impossibile, ossia la rinascita dello Stato di Israele. Le sue celeberrime parole, “se ci crederete veramente, non resterà una haggadah: se non domani, entro cinquant’anni il sogno diventerà una realtà”, resteranno per sempre una indelebile testimonianza della possibilità dell’uomo di prendere in mano il proprio destino, di sconfiggere le forze dell’oscurantismo e delle tenebre, di trasformare l’utopia in realtà.
Com’è noto, la profezia si sarebbe realizzata con una precisione temporale impressionante, con un margine di errore di solo una settimana. Proprio cinquant’anni e una settimana dopo la pronuncia di quella profetica previsione, infatti, il 29 novembre del 1947, l’Assemblea Generale della Nazioni Unite avrebbe approvato il piano di spartizione della Palestina, con la nascita, milleottocentosettantasette anni dopo la caduta del Tempio e la distruzione di Gerusalemme ad opera dell’esercito di Tito, di uno stato ebraico. Anzi, per usare proprio il titolo del famoso libretto del profeta, di uno “Judenstaat”, uno “stato degli ebrei”.
Per celebrare la glori a di Roma, com’è noto, fu costruito, nel centro della città considerata la padrona del mondo, il monumentale Arco di Tito, i cui altorilievi riproducono gli schiavi ebrei, sconfitti e umiliati, costretti a portare a spalle nella città eterna il tesoro trafugato dal Tempio, tra cui spicca la grande Menorah a sette braccia (il cui originale, difficilmente andato distrutto, non è comunque mai stato ritrovato).
In segno di lutto, mai nessun ebreo sarebbe passato sotto quell’arco. Ma proprio la sera del 29 novembre 1947 una grande fiumana di cittadini, ebrei e non, tra cui molti esponenti dei partiti democratici e della Resistenza, guidati dal rabbino capo di Roma, avrebbero sfilato sotto l’alta volta di quel monumento di superbia. L’impero romano d’Occidente era caduto da quasi 15 secoli, quello d’Oriente da quasi cinque, e, certamente, non sarebbero mai più risorti. Lo stato di Israele, invece, rinasceva. La ferita veniva sanata, anche se ciò non avrebbe certo ripagato dell’immenso dolore subito da tante generazioni di ebrei (in particolare, quelli vissuti e trucidati in quegli stessi infernali anni ’40 del XX secolo).
Herzl, dopo avere preso rinnovata coscienza della terribile realtà dell’antisemitismo che funestava tutte le nazioni europee (riesploso in modo impressionante, in Francia, in occasione del processo Dreyfus, del 1896), acquisì la irreversibile consapevolezza che solo in un loro stato nazionale gli ebrei avrebbero potuto trovare riparo dall’implacabile flagello. E dedicò tutti i pochi anni che gli sarebbero rimasti da vivere, in precarie condizioni di salute (sarebbe morto solo otto anni dopo, a soli 44 anni), per realizzare tale obiettivo. E la strada da lui scelta fu sempre solo quella del dialogo, della diplomazia, della persuasione, forte della convinzione che la soluzione della “questione ebraica” sarebbe stata nell’interesse di tutti.
Ma è importante sottolineare, come abbiamo già fatto in precedenza, che Herzl non è “l’inventore” del sionismo, che ha un’origine antichissima, e che rappresenta una parte assolutamente centrale e insopprimibile della stessa idea di ebraismo (nonostante perfino diversi presunti “esperti” mostrino di ignorarlo).
Ciò è ricordato con grande chiarezza da Calò: “Herzl premette che non inventa nulla, perché l’idea che propone, quella dello stato ebraico, è vecchissima”.
Ma come mai, allora, questa idea vecchissima è stata per tanto tempo in letargo? E cosa ha fatto di tanto speciale, il giornalista ungherese, per ridare ad essa vita e attualità?
Ne parleremo la prossima putata, ma anticipo già che è difficile dare una risposta.
Francesco Lucrezi, storico