Vai al contenuto

SCEGLIERAI LA VITA

SCEGLIERAI LA VITA

Il trentesimo anniversario della tragica morte di Yitzhak Rabin (ucciso, com’è noto, al termine di una manifestazione di piazza a favore della pace, il 4 novembre 1995, dal terrorista israeliano Yigal Amir) ha posto di nuovo Israele e il mondo di fronte a un evento di eccezionale tragicità, che sembra avere spezzato in due il corso della storia. Il trauma fu terribile, e ancora oggi si sollevano, da più parti, domande su cosa sarebbe accaduto se quella mano assassina non avesse premuto il grilletto, o se avesse fallito il bersaglio.

La storia, com’è noto, contiene una lunga lista di protagonisti la cui vita è stata interrotta con la violenza. E, per ognuna di queste morti, si solleva, inevitabilmente, la domanda di cosa sarebbe accaduto se quel sangue non fosse stato versato. Ritengo che le interpretazioni di queste forme di eclatanti “regicidi” si possano fondamentalmente dividere in due categorie: quelle che lasciano pensare che, anche se quel delitto non fosse stato compiuto, la storia non avrebbe subito comunque grandi cambiamenti, perché il suo corso pareva segnato, e non erano immaginabili radicali alternative; e quelle in cui l’idea del mancato accadimento di quella tragica vicenda apre invece mille pagine bianche, su cui ognuno può scrivere cosa avrebbe potuto succedere se “il re” non fosse stato ucciso.

Alla prima categoria di regicidi appartengono, per esempio, le uccisioni di Lincoln, di Gandhi, di Martin Luther King: la guerra era ormai conclusa, e la schiavitù non avrebbe potuto essere ripristinata, con o senza Lincoln, l’India aveva ormai avuto l’indipendenza, e non si sarebbe tornati indietro, con o senza Gandhi, la lotta per i diritti civili sarebbe comunque continuata, con o senza King. Alla seconda appartengono invece gli assassinii di Giulio Cesare o dell’arciduca Francesco Ferdinando: cosa sarebbe accaduto senza la congiura delle Idi di marzo? Sarebbe sorto ugualmente il principato di Augusto? E senza l’attentato di Sarajevo, sarebbe ugualmente scoppiata la grande guerra?

A quale categoria appartiene l’assassinio di Rabin? Alla prima o alla seconda? Senza quel quei colpi di pistola del 4 novembre 1995, il processo di pace in Medio Oriente sarebbe andato avanti, o sarebbe comunque naufragato?

Studiare la figura di Yitzhak Rabin, anche da questo punto di vista, si rivela di estrema importanza per capire non solo ciò che è accaduto, ma anche ciò che sarebbe potuto accadere se il premier non fosse stato ucciso, e avesse potuto proseguire nella sua missione. Prezioso, a questo scopo, si rivela il libro di Adam Smulevich E sceglierai la vita. Guerra e pace lungo le strade di Yitzhak Rabin (Ed. Minerva, 2025, pp. 192, euro n. 18): un saggio storico frutto di un lungo lavoro di indagine e di ricostruzione, basato su un’attenta analisi delle fonti, che ricostruisce la figura del grande statista fin dalla nascita, ripercorrendone l’intero arco della vita, sul piano tanto privato quanto pubblico.

Rabin viene ricordato non solo – come generalmente si vede fare – come l’“uomo della pace”, degli accordi di Oslo, perché il libro aiuta a tenere presente come per lui la ricerca della pace andasse sempre di pari passo con l’intransigente difesa della sicurezza del suo popolo e del suo Paese. Se ne ricordano, infatti, anche le doti di grande Ministro della Difesa, che diede, anche in questa veste, un fondamentale contributo al rafforzamento della capacità di deterrenza, di risposta e di intervento militare di Israele. A una domanda di un giornalista se si sentisse più falco o colomba, rispose di non essere un ornitologo, e che lo spirito suo e di tutto il suo Paese avrebbe dovuto restare sempre ancorato a un doppio “imperativo categorico”: “mai stanchi di difenderci, mai stanchi di cercare la pace”.

Smulevich, ovviamente, si sofferma a esaminare le complesse dinamiche politiche, diplomatiche e anche psicologiche che portarono Rabin e Peres ad accettare la rischiosa scommessa di dare credito alle promesse di Arafat e dell’OLP, che lasciavano intravedere la possibilità di un futuro del Medio Oriente basato sul dialogo e sulla cooperazione, nel rifiuto della violenza. Certamente, si trattò di una scelta tormentata, che spaccò il Paese in modo drammatico. E, com’è noto, una cospicua minoranza degli oppositori al piano di pace dimostrò un violento disprezzo dei valori della democrazia, scegliendo la strada della violenza assassina.

L’esecutore materiale del delitto, mai pentito, sta ancora giustamente in prigione, ma non va dimenticato che sulla sua stessa lunghezza d’onda c’era anche uno ragazzo di 19 anni che arrivò alla sua auto governativa, ne staccò lo stemma di premier e lo esibì trionfante in un video, dicendo: “siamo arrivati alla sua auto, arriveremo a lui”. Un signore che oggi siede tra i banchi del governo di Israele.

Certo, i mesi e gli anni successivi dimostrarono in modo inequivocabile che Arafat e i suoi erano sempre stati in assoluta malafede. Ma, al momento in cui Rabin iniziò la delicata partita, non c’era certezza al riguardo, e si era negli anni della cd. “fine della storia”, nei quali ci si illudeva che, caduta l’Unione Sovietica, fosse caduto anche il Male, e che la vittoria della coalizione degli Stati Uniti nella prima Guerra del Golfo avesse significato la vittoria del Bene. Una tragica illusione, certo. Quindi, forse, il ‘regicidio’ di Rabin appartiene piuttosto a quelli della prima categoria: il processo di pace sarebbe naufragato comunque.

Ma quello che non era scontato che avvenisse, e che non avrebbe dovuto mai accadere, è che la società israeliana non abbia voluto capire la gravità della minaccia che proveniva anche dal suo interno, e non solo dall’esterno. Israele scoprì di avere una terribile serpe in seno, ma non se ne curò. Derubricò quello di Amir al gesto isolato di un folle. Un grave, tragico errore.

 

Francesco Lucrezi