LA QUESTIOEN EBRAICA 70 LA RELIGIONE
Nel suo libro La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò nota che, negli ultimi decenni, accanto all’ebraismo (un fenomeno che, com’è noto, non è circoscrivibile alla sola dimensione religiosa, nazionale, culturale, rappresentando una sorta di mixtum compositum) si sono andate sviluppando due peculiari “sottoculture”.
La prima è quella che l’autore definisce “religione della Shoah”, una realtà che si è largamente affermata quando la Memoria dell’Olocausto è diventata oggetto custodia, analisi, meditazione non solo negli ambienti ebraici, ma anche nel complesso della società occidentale (perché in altre aree – quali il mondo islamico, asiatico, africano – tale fenomeno è del tutto inesistente). Come naturali “eredi” e “rappresentanti” delle vittime dell’ecatombe, le Comunità Ebraiche, scrive Calò, “sono entrate di fatto e forse anche di diritto nell’ambito delle icone, mentre nell’ambito dei demoni è entrato lo Stato d’Israele”.
“Una siffatta ‘religione’ – continua l’autore – sostituisce il pluralismo religioso e politico, all’interno dell’ebraismo, perché nessuno potrebbe dirsi estraneo al peggior crimine della storia. Così facendo, però, si taglia fuori il futuro, perché quale prospettiva potrebbe avere un consesso che non offrisse altro valore che la propria disgrazia, e, a sua volta, come si può onorare in modo coerente la memoria se non ci si adopera per sviare altre sciagure?”.
La Shoah, in tal modo, è stata in qualche modo associata, anche inconsciamente, a una sorta di “fine della storia” (secondo la nota espressione di Francis Fukuyama, coniata in riferimento alla fine del comunismo). Ma alla base di questa ‘religione’, osserva l’autore, potrebbe anche celarsi “un inconscio bisogno di autodifesa, come se si fosse condizionati inconsciamente da questo pensiero: essendo incontrovertibile la nostra natura di perseguitati e, da ultimo, di sterminati, ed essendo quindi acclarata la nostra calamità, non oserete infierire”.
“Il dramma che scaturisce da tale insistenza – continua l’autore – consiste nell’anormalizzazione dell’ebraismo, qualificato e identificato soltanto come emblema di sofferenza anziché per il suo contributo al progresso del Paese e alla sua totale identificazione con la sua identità. Nel versante psicoanalitico, vi è anche il rischio che gli ebrei smarriscano sé stessi, recitando inconsapevolmente il ruolo che le istituzioni vorrebbero che recitassero, diventando uno strumento bon à tout faire per i diversi partiti politici, a seconda dei casi e delle circostanze”.
I rischi collegati alla costruzione di tale peculiare “religione” sono reali, ed evidenti. Senza con ciò, ovviamente, negativizzare del tutto il costante sforzo che è stato fatto, in tanti contesti, per valorizzare la memoria della Shoah, soprattutto come monito e lezione per le giovane generazioni. Un impegno che ha visto coinvolti moltissimi educatori, docenti, uomini di cultura, nella larga maggioranza animati da intenzioni nobili e sincere. Ma le criticità, certamente, ci sono.
Aggiungerei, a quelle formulate di Calò, un’ulteriore considerazione.
Commemorare la Shoah come un unicum, un qualcosa di eccezionale e inedito nella storia, indubbiamente, è giusto e doveroso, perché tale è, almeno fino ad oggi (al di là della dilagante distorsione del termine ‘genicidio’). Se il suo orrore non è insuperabile sul piano “qualitativo” (il Sette Ottobre, purtroppo, lo ha dimostrato), lo è, comunque, certamente (ripetiamo: fino ad oggi), sul piano quantitativo. È giusto, perciò, ripetiamo, sottolineare questa unicità. Ma sarebbe un grande errore intendere tale unicità come una sorta di “impazzimento” della storia, come l’improvvisa nascita e l’altrettanto improvvisa fine di un fenomeno extra ordinem, senza precedenti né conseguenze. Come si fa a capire l’antisemitismo nazista sganciandolo dai duemila anni di odio che lo hanno preceduto e preparato? E come si fa a non vedere la virulenta rinascita, dopo la guerra, in mutate vesti, del morbo antisemita? Dare al nazifascismo, come spesso si fa (per lo più volutamente) il monopolio dell’antisemitismo è un colossale falso storico, che fa tanto, tanto comodo, per sdoganare i mille nuovi antisemitismi fintamente antifascisti (e quindi esibenti un falso “bollino blu” di “anti-antisemiti”).
Continueremo il discorso la prossima puntata.
Francesco Lucrezi, storico