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LA QUESTIONE EBRAICA 69 RESPONSABILITÀ

  • Opinioni

LA QUESTIONE EBRAICA 69 RESPONSABILITÀ

 

Abbiamo trattato, nelle scorse puntate del nostro commento al libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna, del controverso caso di Anton Israel Zoller, poi Italo Zolli, che si trovò a ricoprire l’importante carica di Rabbino capo della Comunità Ebraica di Roma negli anni terribili della presenza nella capitale dell’esercito nazista, per poi aderire alla religione cattolica (verso la quale nutriva già da tempo una evidente, sia pure nascosta, attrazione).

Abbiamo concluso la nostra ultima nota sul tema affermando che un giudizio su tale vicenda può essere dato sulla base di tre distinti elementi da tenere in considerazione, che sono i seguenti:

  1. il rapporto tra ebraismo e cristianesimo;
  2. la differenza tra la dimensione privata e pubblica della fede;
  3. il rapporto tra libertà e responsabilità.

Quanto al primo, va ricordata la peculiare natura del rapporto intercorrente tra le due religioni, che è stato giustamente definito “asimmetrico”. Le Sacre Scritture cristiane, com’è noto, sono composte da un cd. Vecchio Testamento (ossia il Ta-Na-K ebraico) e di un Nuovo Testamento. Anche se il secondo, ovviamente, ha per i cristiani un’importanza maggiore, il primo è comunque un fondamento imprescindibile della fede. Un cristiano non può certo ignorare i libri della Genesi, dell’Esodo ecc. Un ebreo, invece, non ha alcun bisogno di fondare la propria fede sui Vangeli, anzi, farlo rappresenterebbe un evidente segno di confusione. Ovviamente, nessun ebreo può prescindere dall’enorme importanza storica del cristianesimo, ed è evidente che deve tenere conto di questa realtà, così come non può ignorare la storia, la geografia e la matematica. Ma non deve e non può inserire i Vangeli tra i suoi punti di riferimento religiosi (anche se può naturalmente leggerli e studiarli come testi storici).

Quanto al secondo punto, quando la fede religiosa è vissuta e praticata in privato, se ci si trova in una società liberale, il fedele è assolutamente libero di comportarsi come meglio crede, aderendo a qualsiasi religione, come anche a nessuna, ed è anche libero di creare una propria religione personale. Ciò (ossia il fenomeno delle religioni ad personam) non avveniva frequentemente in passato, ma oggi – dove sono tanti gli individui che dicono di credere “a modo mio” – accade spessissimo, e, ovviamente, non solleva nessun problema. Se, però, la fede è praticata in pubblico, e, soprattutto, se a farlo è un ministro di culto, esiste un dovere di chiarezza e trasparenza nei confronti degli altri fedeli. Io posso anche creare una nuova religione, effettuare intrecci ed esperimenti, e cercare proseliti, ma devo dichiarare onestamente i miei intenti. La gente non puo’ essere tratta in inganno.

E ciò porta all’ultimo punto. L’assoluta libertà di religione trova un limite nella responsabilità che un soggetto ha (se ce l’ha) nei confronti delle persone che fanno a lui riferimento. Non mi permetto di giudicare la conversione di Zolli al cattolicesimo, né il modo in cui essa è avvenuta, dietro la spinta di visioni celesti. Come ogni essere umano, anch’egli è stato libero di cambiare fede, come sarebbe anche stato libero di creare una nuova forma di ebraismo “cristianizzante” (cosa, fra l’altro, che è già stata fatta). Ma il problema è che, mentre egli viveva la sua metamorfosi interiore, era un ministro di culto, e migliaia di fedeli guardavano a lui come un punto di riferimento. Ma guardavano una persona che era diversa da quella che loro credevano che fosse.

Anche un Rabbino può vedere in sogno Gesù, e può essere toccato dalla sua parola. Ma, se è una persona seria, avrebbe il dovere, per la responsabilità dell’ufficio che ricopre, di presentare immediatamente le proprie dimissioni, o almeno di sospendersi dall’incarico, in attesa di chiarire le proprie idee e la propria vocazione.

Questo Zolli non l’ha fatto, e per questo – e solo per questo – non può essere scusato.

Francesco Lucrezi, storico