LA QUESTIONE EBRAICA 67 LO SQUILLO DI TROMBA
Abbiamo iniziato a trattare, nella scorsa puntata del nostro lungo commento al libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna, della singolare vicenda di Israel Anton Zoller, poi Italo Zolli, e infine Eugenio Zolli.
Abbiamo concluso la narrazione con l’arrivo di Zolli a Roma, dove viene chiamato a rivestire, nel 1939 (e quindi in anni terribili) l’impegnativo ruolo di Rabbino Capo della locale Comunità Ebraica. Una Comunità, abbiamo ricordato, che appariva divisa sui modi in cui affrontare il tragico momento, con alcuni che preferivano continuare a manifestare fedeltà al regime, nonostante la promulgazione delle Leggi Razziali (sperando che le cose avrebbero potuto migliorare, o almeno, confidando che, così facendo, non sarebbero peggiorate), mente altri davano la priorità ai valori ebraici, e vedevano nel sionismo una possibile via di salvezza.
“Il rabbinato di Zolli – narra Calò – sarà caratterizzato da una navigazione problematica… Non teneva in gran conto il culto, giungendo a chiamare ‘trombetta’ lo Shofar, il corno di montone che non soltanto appare sovente nella Bibbia, ma che doveva aver avuto un particolare significato in quel mondo vecchio di migliaia di anni, dove è sorto; un mondo inattuale non perché obsoleto ma perché eterno”.
Ma a suonare sarebbe stato, il 10 settembre 1943, lo squillo di una tromba ben diversa. Quello che annunciava l’ingresso nella capitale dell’esercito della Morte. La tenaglia, intorno all’antica Comunità, abbandonata da tutti, si stava stringendo, e nessuno poteva più far finta di non rendersene conto. “La dirigenza comunitaria – scrive l’Autore – teme che qualsiasi reazione ebraica, compresa quella di spostarsi per cercare riparo, possa mettere gli ebrei in cattiva luce, dimostrando sia di non avere nessuna idea sui nazisti sia di comportarsi con un’ottusità figlia di un pessimo esercizio del potere, che ricorre istintivamente al quieta non movere”. Mi permetto di osservare, al riguardo, che questo atteggiamento di passivo fatalismo va inquadrato in quel preciso contesto storico, e alla luce delle concrete possibilità di scelta che gli ebrei avevano a disposizione. È vero che le vittime designate mostravano di non capire quali fossero le vere intenzioni dei tedeschi, ma allora pochi le conoscevano, dei campi di concentramento non si sapeva nulla, o quasi, e molti, comprensibilmente, rifiutavano di crederci. Come sarebbero state possibili cose così inaudite? E non erano quelli, poi, i soldati dell’esercito che, solo cinque anni prima, aveva attraversato le strade della capitale coperto da grida di giubilo ed esultanza? Come potevano, i grandi amici di ieri, essere improvvisamente diventati dei mostri assassini? E poi, soprattutto, che fare, dove scappare? A cercare riparo altrove avrebbe dovuto essere una fiumana di quasi 20.000 persone, chi mai li avrebbe accolti? E poi, sarebbero stati tutti immediatamente scoperti e riacciuffati, con le debite conseguenze. Il quieta non movere degli ebrei romani fu lo stesso di tanti altri loro correligionari, alla vigilia di tante altre simili tragedie, magari di proporzioni inferiori, precedenti e successive, verificatesi, o che si sarebbero verificate, in Spagna, Russia, Ucraina, Lituania, Siria, Libia… Tutte diverse, tutte uguali.
Comunque, quel che doveva accadere, accadde.
Il 24 settembre del 1943, Herbert Kappler ricevette l’ordine di preparare l’arresto e la deportazione degli ebrei romani. La Comunità ebraica, racconta Calò, si divise sul da farsi. Zolli propose di chiudere il Tempio e gli uffici e di chiedere ai membri di cercare di nascondersi, mentre il Presidente Ugo Foà e Dante Almansi, Presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, suggerirono di attendere, nella speranza di un tempestivo arrivo degli Alleati. Zolli, terrorizzato, sceglie di scappare, cercando un rifugio sicuro.
Com’è noto, i tedeschi, in cambio della falsa promessa di salvare loro la vita, raccolsero dagli ebrei romani 50 kg di oro, dopo di che, il 16 ottobre, vi fu la famosa retata, a seguito della quale furono deportati ad Auschwitz 1030 ebrei. Fecero ritorno solo in 25.
Quando, il 4 giugno 1944, gli alleati liberano Roma, Zolli viene accusato di avere abbandonato la sua comunità nel momento del pericolo. In un clima di aspre polemiche, presenta le dimissioni dall’incarico di Rabbino Capo, con l’intesa che sarebbe diventato Direttore del Collegio Rabbinico. Ma ormai la frattura era insanabile.
Proseguiremo il racconto la prossima puntata.
Francesco Lucrezi, storico