LA QUESTIONE EBRAICA 66 IL ROMANZO DI ISRAEL-ITALO-EUGENIO
Nel suo grande libro su La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò tratta il caso, molto noto e discusso, di una conversione dall’ebraismo al cristianesimo che avrebbe fatto, comprensibilmente, scalpore, e che si presta, ancora oggi, a diverse considerazioni, quella di Israel Anton Zoller, poi Italo Zolli, e infine Eugenio Zolli.
Calò ricorda – con un racconto incalzante e avvincente, che assume un tono narrativo da romanzo – la singolare parabola del personaggio (ricavata, in buona parte, da una sua autobiografia, pubblicata a New York nel 1954, intitolata Before the Dawn. Autobiographical Reflections, poi tradotta anche in italiano), che si può così sintetizzare.
Nacque a Brody, oggi in Ucraina, nel 1881, e nel 1904 s’iscrisse all’Università di Vienna. Il pesante antisemitismo locale lo costrinse a trasferirsi a Firenze, dove italianizzanò il suo cognome in Zolli. Si iscrisse alla Facoltà di Filosofia e al Collegio Rabbinico, conseguendo con successo entrambi i titoli di studio. Viene quindi nominato vice Rabbino presso la Comunità Ebraica di Trieste e, dopo la Prima Guerra Mondiale, diventa Rabbino Capo, eletto all’unanimità.
Verso la fine del 1917, Zolli racconta di avere passato dei momenti di sconforto, dovuti a presunte “persecuzioni” di cui avrebbe sofferto da parte di alcuni dirigenti comunitari. Avrebbe così preso a invocare Gesù, che gli sarebbe apparso addirittura in visione. La cosa non gli impedisce di continuare a svolgere il suo incarico di capoculto israelita. Col passare del tempo, però, il suo interesse per il cristianesimo aumenta, tanto da pubblicare, nel 1938, un libro intitolato Il Nazareno, nel quale evidenzia le grandi analogie tra la dottrina ebraica e la predicazione di Gesù, di cui sembra accettare l’investitura messianica.
Proprio a Trieste, com’è noto, il 18 settembre del 1938, Mussolini pronunciò il suo primo violento discorso apertamente antisemita, nel quale, in pratica, annunciò la promulgazione delle imminenti leggi razziali. Sulla Comunità triestina, che era stata testimone diretta della sciagurata svolta del regime (più, osservo io, che nelle altre Comunità italiane, che, per lo più, continuarono ancora, per disperazione, a mostrare di non valutare appieno la gravità dell’incombente minaccia), si sparse il terrore, tanto che si registrò subito un altissimo numero di abiure. Zolli, in quanto di origine straniera, si vide revocare la cittadinanza italiana, e poi anche l’italianizzazione del nome, e tornò a chiamarsi Zoller.
Avvennero poi, ricorda Calò, due eventi decisivi per la vita del nostro.
Il primo fu che la falcidiata Comunità triestina non ebbe più risorse per pagargli lo stipendio, così che il Rabbino si trovò senza lavoro. Il secondo fu che il Rabbino Capo di Roma, David Prato, accusato di antifascismo e di sionismo dai fascisti ma (dato significativo) anche dalla maggioranza degli stessi ebrei romani, fu costretto a emigrare in Palestina, così che, alla fine del 1939, Zolli fu chiamato a svolgere la funzione di Rabbino Capo in quella antichissima, nobile Comunità. “Non è senza interesse – nota Calò – rilevare che, nella bufera delle leggi razziali, quale dimostrazione di patriottismo, si cacciasse il Rabbino Capo di Roma per allontanare ogni sospetto di sionismo. Più tardi, qualche importante membro del Consiglio diede qualche passo in più, passando rapidamente dalla condizione di ebreo a quella di cattolico. Questo era il clima di sconvolgimento in cui Zolli fa il suo ingresso a Roma”.
La Comunità in cui il nuovo Rabbino si trovò a operare appariva nettamente spaccata tra sionisti e fascisti antisionisti. A cavallo del ‘39/40 sembrarono essere i sionisti a prevalere: “tuttavia – osserva l’autore -, sarebbe sbagliato sostenere che la divisione fosse realmente fra ebrei fascisti ed ebrei sionisti, perché quello era soltanto il versante, diciamo, consapevole”. In realtà, “gli ebrei ‘fascisti’ avevano come principale preoccupazione quella di evitare che l’esistenza di nutriti gruppi di ebrei antifascisti portasse il regime a generalizzare, colpendo indiscriminatamente tutti gli ebrei a prescindere. A loro volta, gli ebrei ‘sionisti’, se lo fossero stati veramente, sarebbero emigrati in Israele. La loro era una battaglia identitaria, perché temevamo che la corsa degli ebrei a dimostrare il loro patriottismo si sarebbe svolta a spese del loro ebraismo”.
Questo era il clima lacerato in cui si trovò a lavorare il singolare Rabbino che invocava Gesù. Ma la già tragica situazione, com’ noto, era destinata, di lì a poco, a precipitare nel baratro.
Continueremo il riassunto del “romanzo” nella prossima puntata.