LA QUESTIONE EBRAICA 65 LA VITA DI PRIMA
Nella scorsa puntata della nostra recensione al libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna, abbiamo accennato al problema del presunto antisemitismo di Irène Némirovsky, e del nesso tra questo suo atteggiamento controverso verso le sue radici ebraiche e il difficile rapporto con la famiglia di origine, e in particolare con la madre.
Prima di svolgere un paio di osservazioni al riguardo, occorre innanzitutto chiarire che non deve assolutamente sembrare strano che un ebreo, o discendente da ebrei, possa assumere atteggiamenti che possono essere giudicati, più o meno apertamente, antisemiti. Ciò è accaduto moltissime volte nella storia, soprattutto quando gli ebrei hanno cercato di sfuggire alla situazione di persecuzione o discriminazione, più o meno grave, a cui si trovavano sottoposti, per entrare nelle file della maggioranza dominante. Sono sempre stati in molti a fare una scelta del genere (spesso, ma non sempre, con poca fortuna), o convertendosi (come la scrittrice) al cristianesimo o all’Islam, oppure accettando di diventare comunisti, fascisti o altro ancora. Oggi il tipo di abiura richiesto, com’è noto, è la criminalizzazione del sionismo (non ovviamente, il responsabile esercizio della libertà di critica, che è cosa completamente diversa), ed è sotto gli occhi di tutti quanto vada di moda. Ma tant’è, ognuno fa quello che crede. Non ho mai stilato gli elenchi degli “ebrei contro Israele”, anche se non posso non chiedermi se gli “abiuranti” non siano in nessun modo consapevoli delle ragioni (almeno, alcune) sottostanti al loro successo.
Vale la pena di notare, però, che questo tipo di abiura è qualcosa che riguarda soltanto gli ebrei, e non altri. Le grandi religioni monoteiste, così come le grandi ideologie totalitarie, hanno sempre accolto masse infinite di ex “infedeli”, ai quali non si rimproverava mai assolutamente nulla del loro passato. Tutte le genti del mondo dovevano confluire nel mare magnum del cristianesimo, dell’Islam, del comunismo, e il fatto che provenissero da diverse identità non faceva altro che rafforzare il progetto ecumenico e universalista.
Ma per gli ebrei no, non è mai funzionato così. La conversione e l’abiura, da sole, non bastano, e, come recita il titolo della famosa commedia, “gli esami non finiscono mai”.
Nel caso specifico della Nèmirovsky, Calò formula la seguente annotazione: “La sua produzione letteraria, che potrebbe incasellarla come ebrea antisemita, sembrerebbe dipendere esclusivamente non dal rapporto con l’ebraismo, come generalmente accade, bensì, più verosimilmente, dai rapporti con la madre. Non è forse quella, la famiglia, la cellula primordiale, al cospetto della quale il rapporto con la realtà più vasta dell’ebraismo di rivela soltanto ancillare?”. “Ogni volta che mi si è presentata l’occasione, ho dichiarato di essere ebrea, l’ho perfino proclamato”, scrisse Iréne, per allontanare da sé l’accusa di essersi rivoltata contro il suo popolo. “Se si era rivoltata contro il suo ambiente – nota Calò -, l’ebraismo era l’ultimo dei problemi, perché il primo era la madre”.
Certo, da quel che ci ha dato si sapere, la madre di Irène sembra avere trascurato la figlia, ed essere stata affetta da consistenti fobie. D’altra parte, i contrasti, anche aspri o letali, tra genitori e figli percorrono di sé tutta la storia dell’umanità. In genere, nelle società patriarcali (ossia, fino a epoche recentissime, tutte), la tensione di sviluppa soprattutto tra padre e figlio, ma anche il rapporto madre-figlio non è certo immune da ambiguità e contrasto.
Nel caso un ebreo abbandoni la propria religione, il suo distacco non è soltanto rispetto a una tradizione, una comunità, un popolo, ma, innanzitutto, nei confronti di una famiglia. Innanzitutto, se sono ancora viventi, e non si sono anch’essi convertiti, nei confronti di un padre e una madre. Ed è naturale che siano in primo luogo loro, soprattutto loro, i facili capri espiatori di ogni frustrazione, ogni fallimento, ogni crisi. Molto spesso la conversione, al di là dell’aspetto religioso, o delle ragioni di convenienza, rappresenta un tentativo di palingenesi, di trasformazione identitaria, che può rivelarsi più o meno soddisfacente. E, in caso di insuccesso, niente di più facile che attaccare quella parte di sé che si rifiuta di trasformarsi, e coloro che fisicamente la ricordano, ossia i genitori. Da questo punto di vista, il rapporto conflittuale di Irène con la madre sembra ricordare quello che Umberto Saba (ebreo solo da parte paterna) ebbe col padre, arrivando a dire che tutto ciò che di buono c’era nella sua persona veniva dalla madre, mentre dal padre proveniva solo ciò di cui egli doveva vergognarsi.
Solo in tempi molto recenti, nelle società occidentali, si è andata affermando una concezione nuova del ghiur, meno totalizzante, e non implicante un taglio radicale con tutto il passato. Precedentemente, è sempre stato molto difficile, per un ebreo che avesse scelto di convertirsi, e i cui genitori, ancora viventi, non lo avessero fatto, conservare con loro un rapporto sereno. I genitori hanno dato la vita, ma, in questo caso, “la vita di prima”.
Qual è stato il distacco “primario” di Irène, dall’ebraismo o dalla madre?
Impossibile dirlo, probabilmente neanche lei stessa saprebbe rispondere. E proprio lei ci ha insegnato, comunque, che l’animo umano è complesso.
Francesco Lucrezi, storico