L’articolo di Massimiliano Trentin su Strada Maggiore 37 (Dominio e legittimità in Medio Oriente) invita a una riflessione alternativa da parte di un testimone diretto della realtà contemporanea in questa parte del mondo. Prima di confrontarmi con l’opinione di Trentin,
che solleva indubbiamente diverse domande inquietanti che non possono essere ignorate, vorrei fare due osservazioni preliminari.
La prima è che il concetto di “Medio Oriente” è evidentemente tarato da una prospettiva analitica geopolitica eurocentrica. L’etichetta rappresenta una diffusa convenzione che – ignorando la sfericità della Terra – designa un luogo principale di riferimento in una
determinata area del globo, e relativizza ogni altro riferimento geografico. Il “Medio Oriente” è in realtà, geograficamente, parte dell’Asia occidentale, così come l’Europa, relativizzata a partire dall’Asia, sarebbe null’altro che il “Medio Occidente”, postulando il
Nord America come “Estremo Occidente”. Nord America che, peraltro, cartograficamente, si trova anche molto a oriente dell’Asia. Queste categorie inventate, ovviamente, non hanno solamente una rilevanza formale, ma sottintendono ben precise ipotesi di giudizio circa la
natura dei processi che si svolgono in ciascuno di questi luoghi differenti. Lo ha ben espresso Edward Said nel suo “Orientalismo”. In particolare, si è soliti ritenere – in “Occidente” – che le transazioni che avvengono in “Medio Oriente” siano governate da pulsioni meno
razionali, da decisioni maggiormente basate sull’istinto incontrollato, da sensibilità più ottuse, da prese di rischi esorbitanti, da maggiore crudeltà e indifferenza per il dolore altrui, e in definitiva da insufficiente considerazione di quello che sarebbe il bene comune di una presunta universalità della società umana presa nel suo complesso. Universalità di cui, ovviamente, è custode l’”Occidente”.
La seconda considerazione preliminare riguarda la diade osservatore-osservato. Chiunque ha il pieno diritto di osservare una certa situazione e di esprimere un giudizio dal proprio punto di vista – sia esso geografico o mentale. Su questi giudizi è poi sempre legittimo aprire un dibattito. Ma allo stesso tempo, chi viene osservato ha anch’egli il diritto di esprimere un giudizio sull’osservatore, sul suo contesto, sui suoi strumenti. Anche questo contro-giudizio simmetrico dovrebbe entrare a far parte del dibattito, affinché questo assuma maggiore corposità e validità.
Trentin, da Bologna, sostiene che: “Tre sono le questioni di base che caratterizzano l’attuale fase del conflitto in Medioriente e che si collegano strettamente tra di loro: (1) la centralità ineludibile della questione palestinese; (2) gli equilibri di forza regionali e la loro legittimità politica; (3) la dimensione internazionale, nella forma specifica dell’alleanza tra Israele e Stati Uniti”.
Io, da Gerusalemme, vorrei proporre una linea di argomentazione – non dico alternativa ma complementare: “Tre sono le questioni di base che caratterizzano l’attuale fase del discorso in Medioccidente e che si collegano strettamente tra di loro: (1) la diffusa amnesia sia dei
valori morali e civili fondanti, sia delle proprie identità culturali; (2) l’allineamento della sinistra intellettuale e politica su posizioni ideologiche totalmente opposte alla sua tradizione e raison d’etre; (3) l’adesione di molte élites intellettuali e politiche a posizioni e interessi incompatibili con il loro ruolo, e il passaggio di queste élites da creatori indipendenti di idee a consumatori dipendenti di slogan”.
Cerchiamo di chiarire alcune intersezioni fra queste diverse proposizioni. Trentin fa una breve storia del conflitto in Palestina e Israele, incentrata sull’impedimento all’esercizio del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, il cui fallimento avrebbe fatto sorgere, di volta in volta, altre forze di resistenza e di combattimento, non-violento o violento. Secondo Trentin, la sanguinosa rivolta araba del 1936 fu “popolare”, dunque un fenomeno sociologicamente spontaneo e dovuto, mentre le contromisure sarebbero state
quelle di “milizie” sioniste (appoggiate ovviamente dal regime coloniale britannico), dunque di apparati artificiosi e burocratizzati. Manca però una spiegazione della non-proclamazione dello Stato Arabo in Palestina nel lasso fra la decisione di spartizione del territorio da parte dell’assemblea dell’ONU nel novembre 1947 e i primi mesi del 1948, prima o in parallelo alla dichiarazione di indipendenza dello Stato Ebraico del maggio 1948. Sarebbe bastato questo per creare una realtà geopolitica completamente diversa, magari – chissà – con un
confronto diretto USA-URSS sull’angusto territorio fra il fiume e il mare (anche se l’URSS nel 1947 votò a favore). Di fatto il territorio del designato Stato Arabo fu occupato dall’Egitto (a Gaza), dalla Transgiordania (in Cisgiordania), con gli arabi palestinesi nel ruolo di
comprimari, e da Israele (in molte zone dove si svolsero le battaglie). Manca del tutto nell’analisi di Trentin il concetto di due stati per due popoli, ossia il riconoscimento della presenza sul territorio di due attori.
La resistenza violenta per eliminare l’esistenza dell’altro è stato fin dall’inizio il principio fondante dell’opposizione a Israele, portato avanti da un attore politico dopo l’altro, e finalmente confermato da Hamas nella carta costituente del 1988, e da tante altre forze integraliste islamiche, sunnite o sciite contemporanee (vedi l’orologio segnatempo della distruzione di Israele in Piazza Palestina a Teheran). Trentin sembra aderire convinto a questi principi, in nome del diritto all’autodeterminazione, laddove dall’”occidentale” che
ne ha viste tante sul suolo dell’Europa, ci si attenderebbe semmai una critica alle due parti per non aver capito in tempo la necessità di un compromesso politico e territoriale, oltre al riconoscimento reciproco delle due differenti identità socioculturali e politiche.
L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 è, invero, definito “brutale”, ma sembrerebbe ampiamente giustificato da ragioni strategiche. Parrebbe anche che ci fosse un “rischio di oblio della questione palestinese anche nel campo della politica araba”. Ma di questo non si
può incolpare Israele, mentre semmai sarebbe utile un tentativo di introspezione sul significato delle identità nazionali nell’ambito delle popolazioni e delle società musulmane.
Israele negli ultimi 77 anni ha generalmente imposto la sua forza di fronte a una congerie cangiante di avversari. A Trentin non interessano minimamente i valori di democrazia, di eguaglianza, di tolleranza e di pluralismo calpestati da chi di volta in volta ha preso il comando delle operazioni contro l’attore Israele: prima Nasser, poi Arafat, poi Hamas e Hezbollah, poi l’Iran, con i rispettivi comprimari.
Forse pensando di rafforzare il suo argomento, Trentin si lascia convincere dai deliranti piani di piccole – sia pure influenti e vocianti – minoranze politiche in Israele, e preferisce gli slogan sulle massime e sfavillanti utopie future a una descrizione più fedele delle ben più mediocri realtà empiriche. Abbiamo ora le prove scritte, per esempio, che il massacro del 7 ottobre 2023 è iniziato in reazione alla “profanazione della Moschea di Al Aksa” da parte degli estremisti ebrei” (che però non è mai avvenuta). La causa, vera o immaginaria,
giustifica il mezzo. Gaza per 20 anni, dal 2005 al 2025, non ha avuto sul suo territorio nessuna presenza di civili israeliani, e in questi 20 anni non ha fatto nulla per sviluppare una società civile e una riforma socioeconomica, mentre ha sprecato miliardi di Euro nel
costruire fortificazioni sotterranee e nell’acquistare e produrre armamenti da usare contro la popolazione civile israeliana. Gaza, chiusa sul lato del confine con Israel e limitata sul lato marittimo, avrebbe potuto sviluppare ottime relazioni di vicinato con l’Egitto, e rifiorire. Se questo non è avvenuto non si può incolpare Israele. Ma Trentin non si pone la domanda. Il dossier nucleare dell’Iran, poi, diventa solo una scusa per delegittimare la Repubblica islamica d‘Iran. Non è chiaro di quale legittimità parli il democratico Trentin: la soppressione di qualsiasi diritto civile, lo schiacciamento della società secolare sotto le tonache di un clero ignorante e fanatico, la prevaricazione contro la donna e la diversità, non sono aspetti obiettivamente legittimi o tollerabili da parte di chi milita per una società più giusta. Ma diventano accettabili, anzi difendibili senza obiezioni, nell’economia di un discorso geo-strategico più vasto nel quale si cerca di delineare una pericolosa cospirazione ai danni del mondo arabo e dell’umanità più in generale. Magari senza dimenticare le numerose e importanti compartecipazioni economiche che legano l’Iran e i paesi dell’area della penisola saudita con interessi industriali, commerciali e mediatici italiani.
È dunque Israele che tira le file del disegno malvagio trascinando nel gorgo l’ignaro gigante statunitense. E tutto questo per un disegno di potere illimitato e sanguinario sull’intero Medio Oriente, trainato dalla destra israeliana, nazionalista e messianica (e pertanto
irrimediabilmente ebraica). Intendiamoci chiaramente: la destra israeliana e la sua influenza deleteria costituiscono l’oggetto di un discorso critico che non può essere differito, ma che va svolto possedendo gli adeguati e necessari strumenti conoscitivi. Invece, è più facile diffondere l’immagine del piccolo e ignobile cospiratore Israele che per difendere i suoi innominabili interessi locali e regionali particolari trascina la grande e forse ingenua democrazia nell’abisso che coinvolgerà noi tutti e causerà la fine della nostra civiltà. Contro questo piano, suggerisce Trentin, nuove “forme di opposizione, contestazione e resistenza dovranno nascere a livello di società o reti transnazionali: pacifiche, non-violente o, anche, violente”.
Nel suo paradigmatico discorso al Reichstag, il 30 gennaio 1939, Adolf Hitler proclamò: Se i finanzieri ebrei internazionali dentro e fuori l'Europa riuscissero a far precipitare nuovamente le nazioni in una guerra mondiale, allora il risultato non sarà la bolscevizzazione della terra, e quindi la vittoria dell’ebraismo, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa!