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LA QUESTIONE EBRAICA 62. UNA E TRINA

LA QUESTIONE EBRAICA 62. UNA E TRINA

 

Nelle scorse puntate del nostro commento al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna abbiamo avviato una riflessione sulla questione della nascita, in occasione della Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967, della cosiddetta “questione palestinese”. Dopo avere ricordato che tale questione – oggi, com’è noto, considerata della massima rilevanza, a livello mondiale -, prima di quell’evento, semplicemente non esisteva, dal momento che si parlava esclusivamente di una “questione israeliana”, abbiamo posto tre domande:

1) Che significa la trasformazione della “questione israeliana” in “questione palestinese”?

2) In che modo le due questioni (israeliana e palestinese) sono espressione della ben più antica “questione ebraica”, ricordata nel titolo del libro di Calò? Le “questioni” sono allora tre? O potrebbe essere, invece, una sola?

3) Perché la Guerra dei Sei Giorni avrebbe rappresentato un epocale e irreversibile momento di svolta, un radicale “spartiacque”?

Dopo avere cercato di dare risposta, nella scorsa puntata, alla prima domanda, passiamo ora alla seconda.

Devo confessare che appare doloroso rispondere a questa domanda oggi, in tempi nei quali effettivamente la popolazione palestinese di Gaza è sottoposta a gravissime sofferenze, che nessuna persona minimamente sensibile può ignorare o minimizzare. Dovunque, nel mondo, c’è qualcuno che soffre, c’è una “questione” da risolvere, e ciò vale sempre e dovunque.

Bisogna nettamente distinguere, però, tra l’empatia, l’umana compassione e solidarietà, e la ricerca delle cause e delle possibili soluzioni della sofferenza.

Perché la popolazione palestinese di Gaza soffre? E cosa si potrebbe e dovrebbe fare per alleviare e risolvere definitivamente queste sofferenze?

È su questo punto essenziale, com’è noto, che le posizioni si dividono, dal momento che il mondo pare affetto da un assoluto strabismo. È molto facile dire che la sofferenza deriva dalle bombe israeliane, dai palazzi crollati, dai civili innocenti colpiti. È molto facile, perché si dice una verità difficilmente confutabile. Certo, si potrà discutere sui numeri delle vittime (esponenzialmente gonfiati dalla propaganda di Hamas) e sull’intenzionalità delle morti dei civili (data per scontata dai più: perfino un deputato israeliano ha affermato che i soldati di Tsahal uccidono i bambini “per hobby”, mandando ovviamente in sollucchero, con queste incredibili parole, alcuni politici nostrani), ma non c’è dubbio che le morti ci sono, e moltissime, e il dolore anche, e tantissimo. Quel che colpisce, però, è l’assordante silenzio del mondo riguardo a cosa dovrebbe fare Israele per riavere indietro gli ultimo ostaggi ancora in vita, e i corpi dei deceduti. E cosa dovrebbe fare per evitare che domani (un domani molto prossimo) torni a ripetersi un altro Sette Ottobre, magari con mezzi potenziati.

La mancata risposta è in realtà una risposta chiarissima: nulla, non dovrebbe fare nulla. Bisognerebbe comunicare a quei padri, quelle madri, quei figli, quelle mogli, quei mariti, quei fratelli, che non riavranno mai i loro cari, né i loro corpi. Forse, una volta ogni dieci anni, uno o due corpi saranno restituiti, in cambio di qualche centinaio di ergastolani. E così, magari, per i prossimi cinquant’anni. Di molti, certamente, non si saprà mai più niente. E bisognerebbe prepararsi, tranquilli, per la prossima visita di cortesia.

Ma non è mia intenzione entrare in questo tipo di ragionamenti. Confesso che ho scelto di intraprendere questa lunga ricognizione del libro di Calò non solo per il particolare valore del volume, ma anche perché commentare delle vicende storiche non legate all’attualità (il libro è stato scritto prima del Sette Ottobre, e tratta in larga parte di fatti dei secoli passati) mi avrebbe permesso di stare un po’ lontano da un presente tanto angosciante. Ci tengo solo ad aggiungere che, nel conservare piena fiducia nella moralità dell’esercito d’Israele (ferma restando, ovviamente, la possibilità degli errori umani), la mia considerazione dell’attuale governo d’Israele è sottozero. Gongolare delle reboanti minacce di quel pallone gonfiato americano che prometteva di “fare arrivare l’inferno a Gaza” significa essere assolutamente cinici e profondamente stupidi, e bloccare gli aiuti umanitari, anche per un solo minuto, è stata una cosa inqualificabile.

Ciò detto, per tornare alla domanda iniziale, rispondiamo che, sì, certamente esiste una questione palestinese, dal momento che esiste un dolore palestinese. Quanto alla sua soluzione, essa non potrà mai esserci fintanto che la Palestina non sarà liberata dalla banda di assassini che la opprime. Ma sembra proprio che il mondo non lo desideri affatto. Perché la Palestina è amata solo come “anti-Israele”, e per nessun altro motivo. E, quindi, deve continuare, per sempre, a essere “anti”. E quindi, la questione palestinese è intrinsecamente legata alla assoluta necessità della sua insolvibilità. Non dovrà, non potrà essere risolta. Mai. Esattamamte come la questione ebraica.

Mi rendo conto che nella storia la parola “mai”, per le cose future, non dovrebbe essere usata. E mi rendo conto che queste parole sono disperate e disperanti. Prego pertanto di non tenerne conto. Sono solo il grido di dolore di un uomo anziano che ha perso la speranza. Non valgono niente.

Allora la questione palestinese e la questione israeliana sono la stessa cosa? E sono entrambe emanazioni della più generale e antica “questione ebraica”, evocata nel libro di Calò?

Una persona giovane, ottimista, saggia, energica e volenterosa risponderebbe di no, direbbe che è un problema politico che deve trovare una soluzione politica.

Un uomo anziano, pessimista, stolto, stanco e sfiduciato risponderebbe di sì, e direbbe che la politica non c’entra niente. Sì, una sola questione. Una e trina.

Francesco Lucrezi, storico