LA QUESTIONE EBRAICA 61 Cambiare qualcosa
Nella scorsa puntata della nostra riflessione intorno al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna abbiamo trattato del problema (affrontato dall’Autore nel suo volume) della nascita, in occasione della Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967, della cosiddetta “questione palestinese”. Abbiamo ricordato, in particolare, che tale “questione”, che da allora occupa quasi quotidianamente le pagine di tutti i giornali del mondo, come un fondamentale nodo gordiano da scogliere, prima di quell’evento, semplicemente non esisteva, perché nessuno ne parlava. Esisteva soltanto il problema dell’esistenza di Israele, contestata, com’è noto, dalla totalità del mondo arabo.
E abbiamo posto tre domande:
- Che significa questa trasformazione della “questione israeliana” in “questione palestinese”?
- In che modo le due questioni (israeliana e palestinese) sono espressione della ben più antica “questione ebraica”, ricordata nel titolo del libro di Calò? Le “questioni” sono allora tre? O potrebbe essere, invece, una sola?
- E, soprattutto, perché questi sei giorni di 58 anni fa avrebbe rappresentato un momento di svolta, addirittura a livello mondiale? Cosa accadde, in quell’anfratto nascosto nella coscienza del mondo, il sei giugno del 1967 (il giorno dopo lo scoppio della guerra)?
Riguardo alla prima domanda, Calò scrive che la Guerra dei Sei Giorni “segna uno spartiacque, perché s’invertiranno le posizioni, passando a un crescente interesse verso l’ebraismo, speculare a una crescente demonizzazione d’Israele. L’aggressività nei riguardi degli ebrei, avendo trovato lo sbocco ideale nello stato ebraico, non aveva più ragione di rivolgersi contro di loro. Anzi, mentre l’antisemitismo era un fenomeno non soltanto disdicevole, ma si configurava ormai come un reato, l’anti-israelismo non presentava nessuna delle predette controindicazioni”.
L’autore cita le seguenti parole, particolarmente dolorose e illuminanti, di Sergio Della Pergola: “a partire dallo spartiacque della Guerra dei Sei Giorni, la sinistra marxista e terzomondista ha scelto la posizione dell’antisionismo. È questa sinistra che, sotto l’occhio forse disattento della CGL, ha depositato una bara di fronte alla sinagoga di Roma nel 1982, prima del delitto Taché, poi, nel 1985, per bocca di Bettino Craxi, in occasione del rapimento della nave Achille Lauro, ha definito ‘non manifestamente infondato’ il terrorismo palestinese, attraverso le colonne de ‘il Manifesto’ ha quotidianamente stravolto il senso dell’informazione da e su Israele, e con le vignette di Forattini e Apicella ha con ‘sottile ironia’ alluso agli ebrei e agli israeliani come picchiatori, deicidi e genocidi”.
Quel che va anche sottolineato, alla luce di queste tristi constatazioni, è che nel giugno ’67 nasce non solo la “questione palestinese”, ma anche l’antisionismo, nella sua nuova dimensione mondiale. Fino ad allora, infatti, l’ostilità verso Israele, almeno in modo manifesto, era appannaggio quasi esclusivo del mondo arabo ed islamico. Non che l’Europa, l’America, i Paesi del cd. “socialismo reale”, il cd. Terzo Mondo e la Chiesa amassero Israele, ma sembrava prevalere, nel resto del pianeta, un atteggiamento di sospensione di giudizio, di cautela, o di indifferenza. L’URSS e gli altri Paesi comunisti avevano normali relazioni diplomatiche, quantunque alquanto fredde, con lo Stato ebraico, e la Francia e la Gran Bretagna strinsero con lo stesso anche un’interessata alleanza militare in occasione della guerra di Suez, nel 1956. La Chiesa non parlava più di ebrei, né in bene né in male, nelle piazze europee e americane nessuno bruciava la bandiera bianca e azzurra, e nessuno sventolava quella – oggi celebratissima – bianca, rossa, verde e nera. Nessuna sapeva neanche che la Palestina avesse una bandiera.
Theodor Herzl, nel suo Der Judenstaat, espresse la triste consapevolezza che il modo dei gentili non avrebbe mai smesso di odiare gli ebrei: “non credo che ci lasceranno mai in pace”. Solo in una rinata patria ebraica da ricostruire, la parola “ebreo” non sarebbe mai più suonata come un insulto. Ma non poteva prevedere, ovviamente, che quella nazione sarebbe automaticamente diventata “l’ebreo tra le nazioni”, e che il suo nome sarebbe suonato, esso stesso, come un insulto.
Questo è accaduto, però, non tanto nel 1948, quanto nel 1967. Come mai?
Sembra che il mondo, impossibilitato, o quanto meno imbarazzato, dopo la sconfitta del nazifascismo, a proseguire nell’antico sport della demonizzazione degli ebrei, abbia “trattenuto il fiato” per ventidue anni, in cerca di un nuovo modo per riprendere le consuete abitudini. Occorreva, evidentemente, un qualcosa di nuovo: un trucco, un pretesto, un escamotage. Che è stato creato, in qualche stanza del Cremlino, il 5 giugno del 1967. Il mondo ne ha gioito immensamente.
Come scrisse Tomasi di Lampedusa, perché tutto restasse uguale, qualcosa doveva cambiare.
Francesco Lucrezi, storico