LA QUESTIONE EBRAICA 57 Forte come la morte
Nella scorsa puntata del nostro commento al grande libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna abbiamo accennato al problema, certo di non poco rilevo, del diverso atteggiamento di ebraismo e cristianesimo di fronte alla vita ultraterrena, e alla questione se, tra i motivi che hanno indotto non pochi ebrei (nel secolo passato, ma anche in altre epoche) ad abbandonare la fede dei padri, per abbracciare la religione di gran lunga maggioritaria, ci sia stato anche il fatto che quest’ultima, con la sua promessa di una vita ultraterrena, si mostrasse, agli occhi di qualcuno, più “conveniente”.
Rispondere a una siffatta domanda, come ho già detto, appare difficile, dal momento che si tratterebbe di entrare nella testa di tante persone. È arduo anche per noi stessi, poi, capire cosa crediamo veramente su certi argomenti, e perché, se cambiamo idea, lo facciamo. Personalmente, ho sempre provato grande antipatia per la cosiddetta “scommessa” di Pascal, il quale, com’è noto, scrisse che, se non possiamo essere certi dell’esistenza di Dio, conviene comunque scommettere sulla sua esistenza, perché, se non esiste, non ne riceveremmo comunque alcun danno, mentre, se esiste, guadagneremmo molto ad avere fatto la scommessa giusta. Un ragionamento che mi sembra piuttosto vile e opportunistico. E ho sempre molto ammirato, invece, la grande prova di dignità di Primo Levi, che, di fronte a una delle selezioni di Auschwitz, provò l’impulso di formulare una preghiera, per chiedere al Signore di salvargli la vita. Ma non lo fece: “Che diritto avevo di rivolgermi a un dio in cui non credevo? Non si cambiano le regole del gioco a partita in corso, e quando stai perdendo. Capii che, se avessi pregato, e fossi sopravvissuto, avrei dovuto vergognarmi di quella debolezza”.
In realtà, io credo che nessun uomo, di qualsiasi idea o fede, abbia alcuna possibilità di immaginare veramente cosa ci sia dopo la morte. Tanto una vita ultraterrena quanto il nulla sono concetti impensabili, perché la nostra mente funziona nel tempo, e solo in modo figurato o allegorico può pensare a qualcosa che sia fuori dal tempo. Come scrisse Jankelevitch, nel suo libro Pensare la morte, la morte è qualcosa di impensabile. In genere ci figuriamo l’eternità come un tempo smisuratamente lungo, ma questa finzione non corrisponde minimamente all’idea di qualcosa che sia “fuori dal tempo”, o “senza tempo”. Se, come disse Sant’Agostino, tutti riteniamo di sapere cosa sia il tempo, a meno che non ci chiedano di spiegarlo, nessuno sa invece pensare un “non tempo”. E il “nulla” non esiste, è solo una parola.
La morte, tanto per i credenti quanto per i non credenti, introduce nel “non tempo”, e non può essere pensata. Nel suo meraviglioso testamento spirituale, Norberto Bobbio scrisse che ogni immaginazione di una vita ultraterrena cerca in sostanza di edulcorare l’idea della morte, per trasformarla in qualcos’altro, e renderla, appunto, pensabile. Ma, osserva il grande filosofo, “la morte è la morte. Bisogna prendere sul serio la morte”.
Io penso che, nel chiassoso e superficiale mondo occidentale contemporaneo, l’idea delle morte, e la sua paura, siano molto scemate, e questo giustifica anche, in parte, il diminuito interesse per il cristianesimo. La speranza nei premi celesti, così come il timore dei castighi, fanno molto meno presa di un tempo. La Chiesa parla quasi sempre di tematiche sociali terrene, molto poco di fatti spirituali o di realtà trascendenti.
Nell’ebraismo questo cambiamento non si avverte, perché è una religione che, tradizionalmente, è sempre stata piuttosto prudente nelle promesse o minacce per il “dopo”. Credo che il mirabile, celeberrimo verso dello Shir haShirìm, “forte come la morte è l’amore”, sintetizzi in modo emblematico la posizione ebraica nei confronti della morte. Essa è invincibile, e neanche l’amore la sovrasta (non è scritto, infatti, che è “più forte della morte”). Ma anche l’amore è invincibile, e neanche la morte lo sovrasta. Un verso che rappresenta un meraviglioso tributo alla maestà dell’amore, e alla maestà della morte.
Perciò, alla domanda se, tra i motivi delle conversioni al cristianesimo, ci sia stato anche il desiderio di qualcuno di “fuggire” dalla morte, risponderei di no. Chi è cresciuto nella cultura ebraica ha più dimestichezza con la consapevolezza della caducità della vita, e della sua fine, dalla quale è stato abituato a non cercare di “fuggire”. Come recita il Qohelet, “c’è un tempo per tutte le cose”, e quindi le cose sono solo nel tempo.
Non esiste nulla fuori del tempo, e quale il sia il significato del tempo lo sapremo, forse, solo alla fine dei tempi.
Francesco Lucrezi, storico