LA QUESTIONE EBRAICA 56 La vita futura
Abbiamo chiuso la scorsa puntata del nostro commento al grande libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna parlando della figura di Luigi Luzzatti, Presidente del Consiglio del Regno d’Italia dal marzo 1910 al marzo 1911, nato e cresciuto nella religione ebraica, il quale, però, pur non rinnegando le proprie origini e la propria appartenenza, sembrò avere nei confronti dell’ebraismo un atteggiamento alquanto altalenate e ambiguo, dichiarando di nutrire aspirazioni tendenti a quello che definì “un largo cristianesimo”.
“L’uomo – osserva Calò – sembrava essere rimasto alquanto colpito dalla scarsa attenzione riservata dall’ebraismo alla vita futura, a paragone delle altre due religioni monoteistiche, anche se non sembrerebbe aver riflettuto che, se tale vita esistesse, non gli dovrebbe essere preclusa per non esserne a conoscenza”.
Calò spiega che Luzzatti era stato influenzato dalle idee di Moise Soave, fautore di una riforma dell’ebraismo che lo mettesse al passo con i tempi nuovi e la modernità. Sarebbe stato proprio un desiderio di ‘adeguamento’ e di ‘normalizzazione’ nei confronti della società dei gentili a spingere molti ebrei italiani (così come francesi, tedeschi, polacchi, americani…) a fare propria una visione blanda e generica della fede mosaica (spesso portata a diluirsi in un “largo cristianesimo”), quando non ad abbandonarla definitivamente, nella speranza di essere finalmente accettati come cittadini “normali”. Theodor Herzl, che aveva fortemente creduto nell’emancipazione, fu dolorosamente costretto a prendere atto, davanti alla furia antisemita scatenatasi in Francia a seguito dell’affare Dreyfuss (25 anni prima della presidenza di Luzzatti), a rendersi conto che tale speranza era solo una tragica illusione. Ma, com’è noto, non certo tutti gli ebrei europei lo seguirono, molti, anzi, lo attaccarono con grande violenza, considerando il sionismo una pericolosa prova dell’idea della dubbia fedeltà degli ebrei, “cittadini di due patrie”.
“Sta di fatto – constata Calò – che, fra Ottocento e Novecento, il cristianesimo possiede un’attrattiva che manca all’ebraismo, per svariate ragioni, alcune delle quali palesi, alle quali vi si aggiunga che l’ebraismo non poteva che apparire, agli occhi degli ebrei, come la causa di millenni d persecuzione, finalmente lasciatisi alle spalle”. “Quell’Italia così protesa verso il futuro, imbevuta del culto della ragione, anticlericale ma profondamente cristiana, doveva giustamente abbagliare chi, fino a ieri a Roma e fino all’altro ieri a Venezia, era chiuso nel serraglio degli ebrei”.
Quanto alla “scarsa attenzione” nei confronti della “vita futura”, c’è da chiedersi in che misura tale fattore abbia influito sulla scelta di molti ebrei di abbandonare una religione che non prometteva, su questo piano, granché, a favore di un’altra che, invece, prometteva molto. A tale domanda è arduo dare una risposta, dal momento che è pressoché impossibile decifrare quale sia il vero atteggiamento psicologico delle masse e delle singole persone, di qualsiasi fede, di fronte a tale questione. Recitare preghiere che parlano di Paradiso e Inferno vuol forse dire credere veramente nella loro esistenza?
Certamente nell’ebraismo, com’è noto, riguardo alla vita futura, ci sono sempre state tante diverse visoni. Le fonti narrano che, ai tempi di Gesù, i Sadducei e i Farisei sarebbero stati nettamente divisi proprio dalla credenza in una vita ultraterrena, rifiutata dai prima e sostenuta dai secondi, e, nei secoli successivi, si sarebbero succedute, in tutto il mondo, le interpretazioni più disparate. I saggi dicono che la Torah comincia con la ‘bet’ di Bereshìt perché tale lettera ha la forma di un quadrato aperto sul lato sinistro, e ciò, dato che l’ebraico si legge da destra a sinistra, varrebbe come invito a non guardare dietro, né in alto, né in basso, ma solo avanti a sé, per seguire la strada indicata dal Signore. Il cristianesimo e l’Islam, invece, hanno sempre offerto sul punto una visione unica e chiara, quella dell’immoralità, associata al premio o al castigo. Hanno sempre inviato a guardare in altro, e in basso.
Difficile, ripeto, dire se tale ‘promessa’ sia stato uno degli elementi del maggiore ‘appeal’ del cristianesimo.
E tuttavia, la prossima puntata, mi azzarderò a dare due risposte. La prima negativa, la seconda positiva.
Francesco Lucrezi, storico