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Il bastone e la carota

  • Opinioni

Hamas ha annunciato ieri che sospenderà la consegna degli ostaggi, sia a causa di violazioni della tregua da parte d’Israele, sia a causa del programma di ricostruzione della Striscia proposto da Trump.

Tra i tanti titoli “in edicola” oggi si ricava che Hamas sta puntando ad aggravare la situazione interna di Israele che vede le famiglie degli ostaggi contro il governo di centro destra, che vuole riprendere la guerra.

Vorrei sgombrare il campo da qualsiasi emotività per esaminare freddamente la situazione, perché è quello che dovrebbe fare qualunque governo di qualsiasi paese.

Abbiamo già parlato di guerra asimmetrica tra uno Stato che deve osservare una serie di regole ed un gruppo di terroristi che controlla un territorio e i suoi abitanti e, non essendo uno Stato in termini canonici, non rispetta nessuna regola.

Quali che siano le dichiarazioni dei detenuti rilasciati da Israele, le loro condizioni fisiche parlano da sé, soprattutto se confrontate con la squallida sceneggiata di Sabato scorso.

I detenuti in Israele ricevono visite da tutti gli organismi umanitari mondiali, mentre agli ostaggi israeliani vengono amputati perfino gli arti per la cancrena innescata da ferite non curate, che non sarebbero sfuggite nemmeno a un infermiere di primo pelo e che evidentemente la C.R.I. non ha visto, perché non li ha mai visitati.

Ai detenuti stessi viene consentito di studiare, tanto che sia Barghouty che Sinwar hanno imparato perfettamente l’ebraico, avendo così avuto modo di entrare nella mente e nel cuore degli israeliani.

Questo ha consentito loro di placare l’odio e di agire a mente fredda, facendo leva sul ricatto morale: gli ostaggi sono un’arma potentissima nelle loro mani.

Dopo l’annuncio di ieri, dunque, tutto sembrava precipitare, ma Donald Trump ha alzato la voce, quel tanto che è bastato a far dire ad Hamas che l’annuncio citato è stato anticipato di cinque giorni per avere modo di riaprire la porta.

Israele ora deve fare tesoro di questa reazione, cioè deve usare il bastone e la carota, dicendo, per esempio, che se continua questo tira e molla che, comunque, viste le condizioni degli ostaggi non durerebbe più di un mese, nessun ergastolano lascerà le prigioni di Israele.

È una delle cose che si potrebbero cominciare a dire, ma soprattutto a fare; la voce grossa di Trump, in ogni caso, si sta dimostrando vincente: ha ottenuto la collaborazione del Messico, sta facendo ragionare Zelensky, ha ottenuto che l’ANP di Abu Mazen collabori pure nelle operazioni dello Stato Ebraico a Jenine (ha sospeso le prebende alle famiglie dei detenuti per terrorismo).

Questa cosa è importante perché dimostra la validità di una teoria che vado sostenendo da tempo e cioè che Gaza e Cisgiordania non hanno niente in comune: sono due popoli completamente diversi e, anche se la storia millenaria di Gaza lo conferma, finalmente qualcuno comincia ad accorgersene.

In Cisgiordania senza il continuo soffiare sul fuoco dei vari interessati (Iran in primis) si sarebbe trovata una soluzione, mentre trattare con i filistei di Gaza non è mai stato semplice per nessuno.

Secondo me è più rispondente alla realtà che Gaza fosse la “vera” Palestina, da falashtìn, i predoni,  (che nella Toràh indica appunto i filistei) e per la Cisgiordania e i suoi abitanti si trovasse un altro nome.

Finora il gioco della carota e del bastone (che si usa con gli asini) l’ha condotto Hamas e ricordiamoci che la tregua, stando così le cose, sarà un periodo di stasi in aattesa della prossima guerra.

Le minacce di Trump sui finanziamenti da revocare a Giordania ed Egitto daranno i loro frutti; l’Iran, più debole che mai ora, formula minacce che non può attuare e a nord Hetzbollàh, approfittando della tregua si sta riorganizzando e vedremo presto un altro film quando ci sarà il funerale di Nasrallah.

Bisogna prendere atto che in questi 500 giorni i nostri ostaggi sono dimezzati in numero e, singolarmente, dimezzati in peso corporeo, oltre ad aver subito torture e peggio; non possiamo abbassare la coda per riavere cadaveri o larve, dando in cambio l’insicurezza di Israele per i prossimi anni.

Dobbiamo alzare il tiro e la voce, ricordando l’episodio della Repubblica veneta di S. Marco, il cui vessillo (ora nella bandiera di Venezia) reca un leone con la coda in giù; prima che la Repubblica fosse sconfitta da Napoleone la coda del leone era in su.

Questo dimostra l’assunto che il bastone va tenuto sempre alzato e che la carota si può dare anche a pezzi; cerchiamo di capirlo, una volta per tutte.

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Ing. Marco Del Monte

Roma lì, 11 febbraio 2025