LA QUESTIONE EBRAICA 53 Il biglietto di ingresso
Abbiamo iniziato a parlare, nella scorsa puntata del nostro commento al grande libro di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società post-moderna, dell’importante e controverso problema delle conversioni religiose, e abbiamo osservato come si possa sostenere, per diverse ragioni, che tale fenomeno, per la sua stessa natura, sia geneticamente connesso proprio con l’affermazione storica dell’ebraismo, in quanto in precedenza esso, almeno per come lo intendiamo al giorno d’oggi, non risulta essere esistito.
Va innanzitutto chiarito che con tale espressione si intende sempre o un “passaggio” da una religione a un’altra, o un “ingresso” in una nuova appartenenza, e giammai la semplice “uscita” da un’osservanza religiosa. Un ebreo può scegliere, liberamente o meno, di diventare cristiano o musulmano, abbandonando la fede precedentemente professata, così come un ateo o un agnostico può diventare cattolico, buddista o quello che desidera, passando, per così dire, dal “niente” (anche se il libero pensiero, l’interrogazione, il dubbio, la domanda, lo spirito critico, l’assenza di certezze non sono affatto un “niente”: è in questo grande spazio che io mi ritrovo, e non lo considero affatto un “niente”) a un “qualcosa”. Ma il semplice abbandono di una religione, senza aderire a nessun’altra, non è mai considerato una “conversione”. Quando, verso i tredici anni, smisi di dire le preghiere e di andare a Messa, non mi sono affatto “convertito” ad alcunché, e così capita, nella società contemporanea, a centinaia di milioni di persone.
Le motivazioni sottostanti alla scelta di aderire a una religione, cambiarla o abbandonarla, ovviamente, possono essere le più diverse. Il problema che si pone nel giudicare il fenomeno, naturalmente, è quello della spontaneità e libertà della scelta, e anche della sua convenienza.
Calò segnala che, nella sola città di Roma, dal 1900 al 1980 sono segnalati 1545 battesimi di ebrei (bambini o adulti), di cui ben 923 (cioè la grande maggioranza) nel periodo delle leggi razziali e delle persecuzioni. Ora, è del tutto evidente che l’aumento del numero in quel periodo drammatico è direttamente collegato al grave rischio per la vita propria e dei propri figli che gli ebrei romani avvertivano, cosicché molti scelsero (spesso invano) di scampare al pericolo diventando cattolici, illudendosi così di non essere più considerati appartenenti alla “razza inferiore” (anche se le leggi razziali, com’è noto, se ne infischiavano dell’appartenenza religiosa: e questo fu l’unico motivo – l’unico! – per cui il Vaticano sollevò, sottovoce e in segreto, delle timidissime proteste, tranquillamente ignorate dal regime, che non poteva certo contraddire il suo padrone d’oltralpe).
Ma anche prima del 1938 le conversioni dall’ebraismo al cristianesimo, nel XIX e XX secolo, furono numerose, ed erano evidentemente – almeno in gran parte – frutto di un calcolo di convenienza, in quanto considerate, come disse Heine “più un atto secolare di acquisto del biglietto di entrata in società che un passo connotato da trascendenza religiosa”.
Comprensibilmente, quanto più alto appariva il livello di vita e di benessere della società dei gentili, tanto maggiore diventava, per gli ebrei che in essa vivevano, la tentazione di acquistare, con un facile e gratuito “biglietto di ingresso”, la possibilità di entrare a farne parte: non a caso “Vienna aveva avuto il tasso più alto di conversioni di qualsiasi centro urbano europeo, e il luteranesimo era la religione scelta dagli ebrei convertiti della classe alta”. La tentazione inversa, ovviamente, ossia convertirsi all’ebraismo dal cristianesimo, era quasi del tutto inesistente: sarebbe stato un atto di puro masochismo.
D’altra parte, il fenomeno non è una novità dell’età moderna. Nella società ellenistica e nell’impero romano precristiano le conversioni dal paganesimo al giudaismo erano piuttosto diffuse, e molto frequenti, per esempio, in città come Alessandria, Efeso, Corinto, Atene, Roma. Le cose cambiarono radicalmente a partire dal IV secolo, quando Costantino e i suoi successori cominciarono a emanare una copiosa serie di leggi De Iudaeis che rendevano quanto mai conveniente, da ogni punto di vista – sociale, economico, patrimoniale, ereditario – abbandonare la nefaria secta Iudaica per abbracciare la “vera fede”, e quanto mai sconsigliabile il contrario. Nasce in quegli anni – come ho avuto modo di scrivere – l’idea del ghetto, sia pure non in senso fisico: l’ebraismo diventa un recinto chiuso, la cui porta di uscita è spalancata, mentre quella di ingresso è praticamente sigillata.
Non sapremo mai, naturalmente, quanti siano stati gli ebrei di quei tempi gli ebrei che approfittarono di questa possibilità, per cercare una vita migliore. Certamente molti, e, ovviamente, non possiamo giudicarli. Ma quel che è più interessante sottolineare è che è proprio l’esistenza di questo “recinto”, e di questo “biglietto di ingresso”, a forgiare l’identità ebraica della diaspora, quale sarebbe rimasta fino all’età moderna.
Proseguiremo il discorso nella prossima puntata.
Francesco Lucrezi, storico