LA QUESTIONE EBRAICA 52 Conversioni
Nel suo fondamentale libro su La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò affronta il problema, particolarmente delicato e controverso, delle conversioni.
“Sarebbe arduo stabilire – osserva l’autore – quanto siano state spontanee le conversioni in generale, sia ante 1870, perché convertirsi comportava dignità sociale, libertà e benessere (e non certo una scelta neutra e dettata da invariabili ragioni spirituali) sia quelle successive. Nondimeno, il ruolo della volontà è sfumato e varia nei diversi contesti”.
Prima di affrontare lo specifico problema delle conversioni all’ebraismo o dall’ebraismo (quindi dell’ingresso e della fuoriuscita dalla fede mosaica), però, è opportuno intendersi su cosa, con la parola ‘conversione’, si voglia intendere.
Il fenomeno del passaggio da una religione a un’altra – o anche della creazione di varie forme di ibridazione, sovrapposizione, elaborazione di nuove credenze, generate dalle precedenti -, com’è noto, è antico quanto la stessa umanità, e si può ritenere che esista da quando gli appartenenti alla specie di Homo Sapiens hanno iniziato a elaborare concezioni della vita e della natura di tipo culturale, condivise all’interno di raggruppamenti umani più o meno estesi. Quindi, certamente, da almeno cento o duecentomila anni. Naturalmente, delle forme di religiosità praticate dai nostri remoti progenitori non sappiamo pressoché nulla, se non il fatto che, senza ombra di dubbio, sono esistite.
La parola “religione”, secondo il moderno significato, d’altronde, ha un’estensione estremamente larga, e viene adoperata per indicare fenomeni completamente diversi gli uni dagli altri, che spesso non hanno in comune pressoché nulla, se non il fatto di appartenere alla sfera della cultura, di un’elaborazione mentale non legata ai meri istinti di sopravvivenza e riproduzione e non limitata a un singolo individuo.
Le forme di religiosità sono state e sono infinite – di tipo teistico, ateistico, animistico e altro -, e anche tra coloro che si ritengano partecipare a una medesima forma di culto, di fede, di rito, di sacralità (parole che non sono affatto sinonimi), è praticamente impossibile trovare anche solo due individui che vivano tale partecipazione nello stesso modo.
Ci sarebbero diverse ragioni per ritenere che l’idea di ‘conversione’ possa essere nata con l’affermazione e la diffusione del monoteismo. Da quanto ci è dato sapere, non esisteva niente di simile nelle antiche religioni animistiche o politeistiche, che erano per natura aperte, mutevoli, assorbenti. Gli dèi romani, egizi, elamiti, indiani, cartaginesi, babilonesi, persiani seguivano le sorti dei popoli che li veneravano, ma non era detto che quelli dei vincitori prevalessero su quelli degli sconfitti. Spesso, semplicemente, gli elastici confini del pantheon si allargavano, per far posto a nuovi venuti, che, pur portando delle novità, sovrapponevano alla loro identità, al loro nome e alle loro funzioni quelli delle divinità preesistenti, che, a loro volta, mutavano forma, volto, linguaggio.
Roma sconfisse e conquistò Cartagine, Grecia ed Egitto, ma furono le divinità cartaginesi, greche ed egizie a ‘conquistare’ gli animi dei romani, molto più di quanto non sia avvenuto il contrario. Per le religioni africane subsahariane poi – sulle quali le ricerche, di alto interesse, sono ancora in una fase abbastanza pionieristica -, semplicisticamente raggruppate sotto l’etichetta, decisamente vaga, di ‘animismo’, non ci è dato di ricostruire traccia di qualcosa che possa somigliare a ciò che chiamiamo ‘conversione’. Sostituire, in un rapporto di tipo sacrale, un fiume, una pianta, un animale, un astro, doveva essere considerato un meccanismo del tutto normale, soprattutto nelle società nomadi, che vedevano gli uomini cambiare continuamente habitat naturale.
Certamente anche nelle antiche società di tipo ateistico, politeistico o animistico sono esistite forme di mutazione, di cambio di appartenenza, collegate a valenze di tipo religioso. Ma le fonti (né gli studi specialistici su tali materie) non ci trasmettono notizie di trasformazioni (individuali o collettive) simili a quelle che, a partire dal secondo secolo a.C, vengono generalmente chiamate “conversioni”. D’altronde, anche il fatto di collegarne la nascita al fenomeno del cd. “monoteismo” può essere discutibile, dal momento che lunghi periodi di cd. “enoteismo” (ossia di netta prevalenza di un dio su tutti gli altri, a volte difficilmente distinguibile dal monoteismo) sono indubbiamente attestati nella religione egizia, che però non sembra avere conosciuto il fenomeno delle conversioni.
Né sembrano averlo conosciuto le tante religioni antiche (iranica, egizia, greca, romana e molte altre) basate sul cd. “schema ternario”, ossia di tre divinità dominanti (su cui si sarebbe innervata la Trinità cristiana).
In partica, è solo da quando si afferma, storicamente, l’ebraismo, che si comincia a parlare di “conversioni”, tanto da potere affermare, forse, che i due fenomeni nascono insieme, legati da un vero e proprio legame genetico.
Continueremo il discorso nella prossima puntata.
Francesco Lucrezi.