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LA QUESTIONE EBRAICA XL. La rimozione

LA QUESTIONE EBRAICA XL. La rimozione

Abbiamo accennato, nella scorsa puntata del nostro commento al libro di Emanuele Calò su La questione ebraica, al grande e spinoso problema del rapporto tra la sinistra e gli ebrei. E abbiamo sollevato una domanda di fondo: la sinistra aveva, o ha, di per sé, nel suo stesso DNA, una naturale consonanza con i valori ebraici? Doveva, deve, dovrebbe, naturalmente, difendere l’ebraismo, come ogni altra minoranza culturale, nazionale o religiosa? Dopo la quale, abbiamo ricordato un elemento essenziale da tenere presente, ossia che non c’è un’unica “sinistra”, ce ne sono tante, e soprattutto due. Una, da sempre minoritaria, è naturaliter filo-ebraica, l’altra, da sempre maggioritaria, è naturaliter ostile.

Prima di formulare alcune brevi considerazioni sulle “due sinistre”, ritengo utile menzionare un’annotazione dell’autore, ripresa dall’importante lavoro di Alessandra Tarquini su La sinistra italiana e gli ebrei, nella quale si ricorda come, nel maggio del 1945, l’Unità pubblicò un ampio resoconto di Natalia Ginzburg, ripreso dalla Pravda, in cui erano dettagliatamente riportate le atrocità messe in atto dai nazisti nei campi di sterminio, nella misura in cui esse erano ricostruibili a seguito della liberazione di Auschwitz, abbandonato dai tedeschi in fuga davanti al nemico. Nell’articolo venivano menzionate le torture inflitte, le camere a gas, i forni crematori, erano forniti alcuni dei numeri spaventosi (in misura comunque largamente incompleta e difettosa) delle vittime e la loro nazionalità: cittadini russi, lituani, caucasici, estoni, polacchi, moldavi, francesi, lettoni, belgi, danesi, olandesi, cechi, slovacchi, romeni, ungheresi, italiani… L’articolo ebbe una certa risonanza negli ambienti della sinistra (da sottolineare che niente di simile fu mai pubblicato, per esempio, su l’Osservatore romano o sulla stampa cattolica), e contribuì a radicare il forte sentimento antifascista e antinazista di quella parte di opinione pubblica, un sentimento che, com’è noto, dura ancora oggi. In quell’articolo, però – ugualmente a tutti gli altri che sarebbero stati pubblicati in seguito, sui giornali comunisti italiani, così come, senza eccezione, su tutta la stampa dei Paesi di quello che sarebbe diventato il “blocco dell’est” -, c’era una piccola lacuna.

Non si faceva minimamente cenno al fatto che la stragrande maggioranza di quelle persone, di così tante nazionalità diverse, avevano in comune il fatto di essere ebrei, né si faceva minimamente cenno alla parola “antisemitismo”, che, a sinistra (come anche a destra, certo), ha sempre dato fastidio. L’ignaro lettore era indotto certamente a provare ripugnanza verso gli assassini tedeschi e i loro collaboratori, ma, soprattutto, veniva indotto a entrare in uno stato di nebulosa incomprensione, ignoranza e insensatezza. I nazisti erano cattivi, certo, lo si era capito, ma perché mai avevano impiegato tutte quelle energie per ammassare là delle persone del tutto innocue e inoffensive, per riservare loro una morte atroce, dopo inenarrabili sofferenze? Perché non avevano ritenuto più utile e razionale (come anche un bambino avrebbe capito) destinare quei soldati e quegli uomini a combattere la guerra sui due fronti orientale e occidentale, soprattutto dal momento che stavano perdendo? Come mai quei civili russi, lituani ecc. stavano loro tanto antipatici? C’era forse qualcosa, qualche elemento nascosto che aveva indotto gli aguzzini a selezionare in qualche modio i destinati al massacro, prelevandoli dalle loro case, chiudendoli nei vagoni piombati, sottoponendoli alle selezioni, facendoli bruciare o avvelenare dal gas? No, nulla, assolutamente nulla. Dire che erano ebrei aveva la stessa irrilevanza che dire che avevano gli occhi chiari o scuri, che erano alti o bassi. Non significava nulla, così non significavano nulla i quasi due millenni di predicazione ecclesiastica antigiudaica, le migliaia di pogrom cosacchi, le innumerevoli atrocità commesse contro gli ebrei a Kiev, a Vilnius, a Odessa, a Minsk, quando Hitler non era ancora nato e la parola “nazista” non esisteva.

Una rimozione assoluta, totale. L’ebraismo non esisteva, e quindi, ovviamente, neanche l’antisemitismo. E anche il nazismo, di conseguenza, era stato qualcosa di completamente doveroso da quello che era effettivamente stato. Una rimozione che sarebbe stata utilissima, per tutti i decenni a seguire, per permettere ai comunisti (o ex) di potere tranquillamente continuare a essere antisemiti, come i loro ex nemici, senza nessunissimo imbarazzo.

Dell’”altra” sinistra, minoritaria e filo-ebraica, parleremo nella prossima puntata.

Francesco Lucrezi

(continua)