LA QUESTIONE EBRAICA XXXIX. La sinistra e gli ebrei.
Nel suo grande libro La questione ebraica nella società postmoderna, dopo avere trattato di alcune figure epocali, nel bene e nel male, dell’ultimo secolo e mezzo della storia moderna, quali Marx, Mussolini e Sartre, affronta il problema, decisamente controverso e spinoso, de “La sinistra e gli ebrei”.
Prima di sintetizzare e commentare le argomentazioni in merito dell’autore, vorrei premettere che qualsiasi parere formulato in materia appare, di per sé, suscettibile di equivoci e incomprensioni, dovute all’intrinseca mutevolezza e opinabilità del concetto di “sinistra”.
Che vuol dire essere “di sinistra”? E, specularmente, “di destra”?
Per molto tempo, questa semplicistica dicotomia è stata strettamente legata a quella di una – vera o presunta – divisione della società in “classi”, che vedeva da una parte i cd. “lavoratori” (con ciò intendendo, per lo più, esclusivamente quelli manuali, ossia gli operai e i contadini, in quanto quelli vagamente “intellettuali” – insegnanti, quadri, Professori, liberi professionisti -, anche se, anch’essi lavoratori, sembravano automaticamente assegnati all’altra parte), e dall’altra i cd. capitalisti e “borghesi”. Questi ultimi, nella grande maggioranza dei casi, lavoravano anche loro, ma non erano, chi sa perché, “lavoratori”. Quanto, poi, a pensare che anche un imprenditore lavorasse, era una cosa che non si poteva dire, qualcosa di intrinsecamente provocatorio. E le casalinghe, i bambini, i preti, le suore, i disoccupati, i fannulloni, i detenuti, i barboni, i malati, i pensionati ecc., che cos’erano? Boh, diciamo che non esistevano. Così è stato, più o meno, dall’inizio del ‘900 fono agli anni ’70. Poi, dopo il ’68, le cose sono un po’ cambiate, dal momento che nel bagaglio valoriale della cd. “sinistra” sono entrati, in qualche misura, e tra molte resistenze, dei valori nuovi e diversi, quali i diritti civili, la difesa delle minoranze, la libertà di pensiero.
Sarebbe un grave errore storico pensare che questi nuovi valori abbiano sempre fatto parte del bagaglio storico della cd. “sinistra”. Di quale fosse la posizione di Marx (nipote di due rabbini) sull’ebraismo, abbiano già parlato, e ricordiamo le parole di scherno e disprezzo espresse da Palmiro Togliatti, “il Migliore”, nei confronti di André Gide, messo alla berlina per i suoi costumi sessuali. E le battaglie per il divorzio e l’aborto non hanno certo avuto nel PCI il loro promotore, sono state condivise tardivamente, e controvoglia. In un suo famoso articolo del 1972 – ovviamente criticatissimo – Pierpaolo Pasolini indicò non solo nella DC, ma anche nel PCI il grande sconfitto del referendum abrogativo della Legge Baslini-Fortuna (un liberale e un socialista, nessun comunista), che, col suo esito, avrebbe segnato il tramonto della società povera, operaia e rurale, alla quale il PCI sarebbe stato geneticamente legato, a vantaggio di quella benestante, borghese ed edonistica, avversata in pari misura dalle due Chiese, quella del Vaticano e quella di Mosca-Botteghe Oscure.
C’è poi una questione che ci interessa particolarmente da vicino, ossia dell’impegno della cd. “sinistra” a difesa delle minoranze etniche, nazionali e religiose, tra cui, in primis, quella ebraica. Il PCI, com’è noto, ha dato un fondamentale contributo alla Resistenza, e il sacrificio dei tanti Partigiani comunisti per la riconquista della libertà e per il riscatto dell’onore del nostro Paese non potrà mai essere dimenticato. Il nazi-fascismo ha visto nell’antisemitismo uno dei suoi principali tratti caratterizzanti, ed è quindi naturale che la guerra di Liberazione sia stata anche una guerra contro l’antisemitismo. Tanti Partigiani della Brigata Ebraica, per esempio – sì, proprio quelli che oggi vengono insultati e aggrediti nelle sfilate del 25 aprile, dai nuovi nazisti, solo per il loro essere ebrei – vi hanno partecipato, spesso sacrificando la loro stessa vita.
Ma una domanda di fondo si pone: la sinistra aveva, o ha, di per sé, nel suo stesso DNA, una naturale consonanza con i valori ebraici? Doveva, deve, dovrebbe, naturalmente, difendere l’ebraismo, come ogni altra minoranza culturale, nazionale o religiosa?
La risposta a tale domanda non può essere sbrigativa. E non può non partire da un presupposto essenziale. Non c’è un’unica “sinistra”, ce ne sono tante, e soprattutto due. Una, da sempre minoritaria, è naturaliter filo-ebraica, l’altra, da sempre maggioritaria, è naturaliter ostile.
Ne parleremo nella prossima puntata.
Francesco Lucrezi, storico
(continia)