LA QUESTIONE EBRAICA XXXVII. Divertirsi
Dopo Karl Marx, nel suo grande libro su La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò tratta della complessa figura di Jean Paul Sartre. Un filosofo, scrittore e drammaturgo certamente geniale, di grande autonomia e originalità di pensiero (fu molto criticato per la sua visone critica ed eterodossa del marxismo), con una naturale tendenza verso l’anticonformismo e l’eresia. Resta suo merito indiscutibile avere portato avanti con coraggio, quasi da solo, una sferzante critica alla politica coloniale francese, ma penso che vada anche riconosciuto che le sue idee radicali abbiano contribuito, più o meno consapevolmente, ad alimentare le derive violente ed estremistiche che hanno funestato e insanguinato l’Europa degli anni ’70. Ricordo bene il titolo di una sua intervista rilasciata a un quotidiano tedesco, poco prima della sua scomparsa, avvenuta nel 1980: “Ich habe nie den Terror gepredigt”, “non ho mai predicato il terrore”. Eppure, l’intervistatore – ricordo anche questo bene – non gli aveva affatto domandato se lo avesse fatto, gli aveva solo chiesto un giudizio sugli anni di piombo. E, come si dice, “exscusatio non petita, accusatio manifesta”.
Idolo della “contestazione giovanile”, porto impresse nella memoria le foto che lo ritraevano, in un’aula dell’Università di Roma occupata, a discutere con barbuti compagni studenti, tutti avvolti in spesse nuvole di fumo. Quei giovani erano affascinati dalla parola “esistenzialismo” (anche se, probabilmente, non sapevano cosa significasse), ed erano certo orgogliosi di avere tra le loro fila un “pezzo da novanta” come lui. Non credo che capissero bene quello che diceva (tra l’altro, in francese), ma il messaggio di fondo appariva chiaro: il mondo dei “vecchi” andava buttato tutto a mare, non c’era nessun dubbio, non lo dicevano solo i giovani, ma anche il più intelligente dei vecchi, l’unico che aveva capito come vanno davvero le cose.
Quanto all’ebraismo, Sartre non dimostrò un particolare interesse verso l’identità ebraica, mentre celebri, e di grande attualità, restano le sue note riflessioni sull’antisemitismo, pubblicate in un libello apparso nel 1946, quindi subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Réflexions sur la question juive. Lo scrittore, nota Calò, “privilegia la visione dell’ebreo come l’esito dell’odio antisemita, per cui l’ebreo sarebbe uno che l’antisemita considera ebreo, l’ebreo sarebbe condizionato dall’antisemita e si sarebbe ebrei perché considerati tali”. Una visione dell’ebraismo sostanzialmente “di riflesso”, “di rimbalzo”, caudataria e ancillare rispetto all’antisemitismo, che non poteva non sollevare giuste critiche. Ma, nonostante la loro carenza sul piano di una considerazione dell’ebraismo “di per sé”, “per quello che effettivamente è” (ma è forse facile? cosa è veramente l’ebraismo?), le osservazioni dello scrittore si rivelano ancora dense di significato e di verità, come giustamente mette in luce Calò. “Gli antisemiti – spiega Sartre – sanno che i loro discorsi sono vacui, contestabili, ma ci si divertono, è il loro avversario che ha il dovere di usare seriamente le parole: essi hanno il diritto di giocare. E la loro convinzione è forte, perché hanno il diritto di essere impermeabili”.
“Quest’ultima osservazione – nota Calò – è molto più profonda di quanto possa apparire, in quanto la valanga di accuse che si scatenano contro gli ebrei, in parte non possono trovare risposta, perché quando Josè Saramago… sostiene che gli ebrei si grattano le loro ferite per farle sanguinare, non sono ipotizzabili delle risposte. Inoltre, al pari delle fake news, si inverte l’onere della prova, addossando agli ebrei il compito di rispondere ad infinite e bizzarre accuse. Infine… gli accusatori sono impermeabili alle risposte. Il delirio accusatorio è un fiume in piena, e non si fa in tempo a rispondere a un’accusa che ne rispunta un’altra”.
Sul pensiero di Sartre riguardo all’antisemitismo torneremo nella prossima puntata, ma possiamo già indicare quelli che sono i suoi due punti essenziali, valevoli per ogni luogo e ogni tempo, che la gente volutamente ignora:
- gli antisemiti sono i primi a essere consapevoli dell’idiozia di quello che dicono. Ma questa idiozia è un elemento di forza, non di debolezza;
- l’antisemitismo non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con gli ebrei e l’ebraismo.
Francesco Lucrezi, storico
(continua)