Vai al contenuto

LA QUESTIONE EBRAICA XXXI. L’autobiografia.

LA QUESTIONE EBRAICA XXXI. L’autobiografia

 

Nel suo libro su La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò offre un quadro molto dettagliato del modo in cui il Gran Consiglio del Fascismo pervenne, il 6 ottobre 1938, alla Dichiarazione sulla Razza, il manifesto programmatico che sarebbe stato usato come base teorica per i successivi Regi Decreti volti a mettere in atto le discriminazioni antiebraiche.

Il Duce, ricorda Calò, si vantò di avere “inoculato l’antisemitismo nel sangue degli italiani”, un virus che avrebbe continuato a circolare e svilupparsi. Senza sminuire l’importanza della scelta che fu compiuta (che appariva, considerata la sudditanza a Hitler, inevitabile: avrebbero mai potuto i soldati tedeschi, per esempio, combattere accanto a dei militari italiani ebrei?), e delle sue tragiche conseguenze, è da dire che il dittatore non dovette fare un grande sforzo: quelle vene erano già ben pronte ad accogliere l’inoculazione, non c’erano anticorpi di sorta. La “serva Italia, di dolore ostello”, era pronta e disponibile.

Non è il caso di passare in rassegna i contenuti delle leggi razziali, analiticamente e lucidamente esposti da Calò. Esse appaiono un coacervo non solo di violenza e infamia, ma anche di bizzarra illogicità e contraddittorietà. A volte l’ispirazione appare tedesca, ma non mancano anche degli spunti autoctoni, derivati dalla legislazione sugli ebrei emanata dagli imperatori romani cristiani, come nel caso della norma che vietava agli ebrei di avere al proprio servizio dei domestici “ariani”, così come nel quarto secolo era stato loro proibito di avere dei servi “cristiani”. In partica, la stessa norma, riesumata sedici secoli dopo con qualche piccola modifica, solo apparente.

Obiettivo del Duce, ricorda Calò, era quello di creare “l’uomo nuovo”. Le leggi razziali rientravano pienamente in questo disegno. Ogni trasformazione e innovazione richiede l’eliminazione di qualche scoria, di qualcosa di vecchio, di qualche elemento di resistenza. E l’ebraismo, da questo punto di vista, appariva perfettamente utilizzabile.

Calò ricorda le parole di Pietro Gobetti, che, già nel 1922, disse che il fascismo non era una rivoluzione, ma la rivelazione delle secolari lacune del popolo italiano e dei radicati difetti delle classi dirigenti del Paese: esso, pertanto, sarebbe stato “l’autobiografia di una nazione”. Alla base di tale “rivelazione”, Calò indica giustamente un’“etica della deresponsabilizzazione attraverso il mito”, la cui responsabilità “non appartiene solo al Duce, ma fa parte di una più larga mentalità”. Una mentalità così larga, diffusa e persistente che, come abbiamo già avuto modo di annotare nelle scorse puntate, ha permesso al popolo delle “pseudo-rivoluzioni rivelatrici” di rifarsi una verginità democratica “in quattro e quattr’otto”, con una semplice scrollata di spalle, continuando a scrivere allegramente la propria autobiografia, della quale fa ora parte anche l’ampio capitolo del “fascismo antifascista” denunciato da Ennio Flaiano.

Disse Leo Valiani che, nell’immensa folla che, a piazzale Loreto, scherniva i cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci, non riconobbe gli avversari del fascismo, ma coloro che, fino al giorno prima, vi si erano inchinati. Credo che queste parole vadano tenute bene a mente da tutti coloro che si preparano a celebrare la prossima ricorrenza del 25 aprile. È da ritenere che, nei cortei che sfileranno nelle strade d’Italia, non sarebbero bene accolti dei manifestanti in camicia nera, col braccio teso e innalzanti ritratti del Duce. Eppure, quasi nessuno si scandalizza nel vedere sistematicamente colpiti con sputi e insulti, in quei cortei, i rappresentanti di quelle formazioni di partigiani che diedero un alto contributo di sangue per il riscatto dell’Italia, composte proprio dalle stesse persone colpite dalle leggi razziali.

Se il 25 aprile vuole essere uno spartiacque, pare che il popolo italiano – almeno larga parte di esso – non gradisca questa cesura. Niente strappi. L’autobiografia dell’Italia deve continuare a essere scritta, sempre con lo stesso inchiostro nero.

 

Francesco Lucrezi, storico

(continua)