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E tutti a disdire gli Accordi universitari con Israele

Quattro anni fa, sorse una moda che, per le sue caratteristiche, avrebbe dovuto suscitare la curiosità di tutti e, in particolare, degli studiosi in generale, universitari compresi. Eppure, non mi pare di aver ravvisato l’esistenza di alcuno scritto al riguardo. Perdere la curiosità, lasciando sussistere
quella parte che attiene al solo pettegolezzo, costituisce un vero peccato. L’intelligenza consiste, in buona parte, nel saper risalire da un fatto noto ad uno ignoto, sulla base della sua devianza da ciò che consideriamo l’ordine acquisito. Parliamone: per iniziare, è come se chi considerasse di essere
un discendente dei cartaginesi, si scusasse con gli italiani per i danni arrecati alle vigne dagli elefanti di Annibale. Per dire, i sedicenti connazionali di Annibale potrebbero abbracciare il Presidente della Coldiretti, alla presenza del Ministro per l’Agricoltura e le Foreste. Alla fine, ne sarebbe potuta scaturire un’intesa con la Tunisia, che avrebbe potuto erogare un indennizzo simbolico per le meravigliose vigne distrutte dagli elefanti. Nel frattempo, qualche nostro politico
contemporaneo avrebbe potuto avanzare delle pretese per i danni subìti da Pompei per l’eruzione del Vesuvio, allungando la prescrizione di qualche millennio.
Quattro anni fa, come dicevamo, molti atenei si prodigarono con iniziative simili, inconsapevoli della loro inutilità, perché essendo sia i responsabili che le vittime morti da tempo, era incongruo chiedere scusa senza aver commesso alcunché, così come era altrettanto ozioso accettare le scuse dopo che per decenni a nessuno era passato per la mente di dimostrare il pentimento nei riguardi dei professori ebrei espulsi. Trattavasi, però, di una manovra indolore, e questo ne garantiva il successo. Nessuno doveva dare alcunché e nessuno doveva ricevere alcunché, si faceva ammuina con la collocazione di una targa dove l’ateneo di turno chiedeva scusa. Chissà quanto saranno stati felici i morti.
Scrivo tutto questo perché vedo che, negli atenei, le loro autorità riescono a compiere i soliti salti mortali per dimostrare che i loro interventi per sospendere/interrompere gli accordi con lo Stato d’Israele sono più che giustificati. Bisogna dire che hanno un vasto know how cui attingere. Al tempo delle leggi razziali, il regime spiegava che “discriminare non significa per seguitare”, mentre Benito Mussolini, nell’annunciare le leggi razziali da Trieste, ritenne di dover spiegare che il mondo si sarebbe meravigliato della sua generosità. A Roma, il Rettore Pietro De Francisci, si produsse in un discorso col quale voleva che gli ebrei, se erano davvero onesti, lo ringraziassero per averli cacciati.
Tutto questo, però, in Germania non succede. E se non succede è perché da loro non c’è stato un 25 luglio (c’è stato soltanto un tentativo di putsch militare) dove i capibastone e massime autorità del fascismo, facenti parte del Gran Consiglio, vedendo che il regime stava crollando perché gli Alleati erano in Sicilia, decisero di far fuori il Duce per salvare la loro pelle da una possibile Norimberga.
Anche ora, per non inimicarsi gli studenti. visto che la popolarità di Israele è ai minimi storici, offrono di tagliare i rapporti con Israele, attingendo a quelle risorse immaginifiche che non ci fanno mai difetto. Lo fanno, dopo aver chiesto scusa nel 2020 per i torti commessi nei riguardi degli ebrei, e non vanno a guardare le carte (ossia, la definizione IHRA di antisemitismo adottata dall’Italia) perché da noi la legge conta molto poco e perché la legge si attua contro il nemico e si interpreta nei riguardi dell’amico. Figurarsi, poi, se è solo soft law, e chi se ne importa se è stata l‘Unione Europea ad imporla.
In tutto questo, la frase “boicottaggio a Israele” nel 2024, somiglia maledettamente al “boicottaggio agli ebrei” del 1938: vuoi vedere che fra gli israeliani c’è qualche ebreo? Vuoi vedere che siamo antisemiti? Però, ad essere obiettivi, anche Martin Heidegger era un antisemita, ma era fior di filosofo e aveva l’amante ebrea, una tale Hanna Arendt. Insomma, vogliamo proprio buttare dal cassero l’arte d’arrangiarci? Assistiamo negli atenei al doppio lavoro: un po’ studiosi, un po’ equilibristi.
Se erano trascorsi circa ottant’anni quando gli atenei italiani chiesero scusa, vorrà dire che nel 2104 si apporrà un’altra targa chiedendo scusa per aver interrotto i rapporti con Israele. Per quanto i rettori siano ottimisti, sanno che campare un secolo e mezzo è altamente improbabile.