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LA QUESTIONE EBRAICA XXIX. Banalità

LA QUESTIONE EBRAICA XXIX. Banalità

Nel suo grande libro su La questione ebraica nella società postmoderna, ovviamente, Emanuele Calò dedica il dovuto spazio alle Leggi razziali e, più in generale, all’atteggiamento del fascismo nei confronti degli ebrei italiani, che una bella mattina, come ha notato Fausto Coen nel suo volume Come eravamo. Le leggi razziali del ’38, si svegliarono improvvisamente come il famoso Gregor Samsa della Metamorfosi di Kafka: trasformati in dei giganteschi, ripugnanti scarafaggi. Non che fossero mancate delle avvisaglie, ma per lo più erano state, comprensibilmente, sottovalutate: chi mai avrebbe potuto immaginare che sarebbe davvero accaduto? Che un intero Paese – considerato culla del diritto, della civiltà, dell’arte, epicentro della cristianità, abitato dalla famosa “brava gente” – avrebbe di colpo degradato una parte dei suoi cittadini a sotto-uomini? Impossibile, inconcepibile, inimmaginabile.

Eppure, accadde.

Sui retroscena e i preparativi di quella sciagurata svolta Calò si sofferma da par suo, fornendo molti particolari di grande interesse. Il terreno fu saggiato in più modi, e non fu registrata alcuna possibile resistenza. La “brava gente” era ben pronta a pugnalare alla schiena i compagni di lavoro, di scuola, di ufficio, di svago, di partito, e felice di poterne carpire i beni, i posti, le cattedre, le posizioni. Una piccola minoranza di italiani (anzi, di ex-italiani) avrebbe sofferto, ma molti avrebbero tratto beneficio dalla novità, mentre la grande maggioranza, come al solito, sarebbe rimasta tranquilla nel gregge di pecore guidato dal volitivo pastore.

Devo confessare che parlare di queste vicende mi mette un certo disagio, per due distinte ragioni.

La prima è che ricordare oggi la deriva antisemita del fascismo, induce tutti, giustamente e inevitabilmente, a dichiararsi, più o meno sinceramente, antifascisti. E ai giorni d’oggi, in cui il nostro Paese è guidato da una maggioranza imperniata su un governo in qualche modo, innegabilmente, se non neofascista, almeno postfascista, fascistoide, “non fascista ma neanche antifascista” “anti-antifascista”, “afascista”, e altre amenità del genere, l’esercizio di professione di fede riguardo al fascismo è diventato una vera e propria materia di studio di rango accademico, al livello dell’ermeneutica aristotelica o tomistica. Una scienza raffinata e difficile, che richiede altrettanta sottigliezza linguistica e intuito interpretativo di quelli richiesti ai vaticanologi, o, in tempi passati, ai cremlinologi. Ci sono infatti centinaia di declinazioni del fascismo e dell’antifascismo, molte più delle eresie che Sant’Agostino contò nella sua città natale di Tagaste (per l’esattezza, ottantatré, ma probabilmente il santo sbagliò per difetto), e ci sono poi infinite varianti, come per il virus della pandemia, come i “fascisti antifascisti” di cui parlò Ennio Flaiano, i comunisti fascisti, oggi i partigiani fascistissimi ecc. ecc. Ebbene, lo confesso: come non mi ha mai attratto l’ermeneutica aristotelica e tomistica, come ho sempre avuto in grande uggia i cremlinologi e i vaticanologi, così considero noiosissima la materia di studio dell’esegesi fascistologica. Di quello che pensano del fascismo i protagonisti odierni della politica italiana, di destra o di sinistra, non mi importa un fico secco.

Le mie idee al riguardo sono semplici e banali, e meriterebbero di essere prese in giro dagli esperti per la loro disarmante ingenuità. E sono esattamente sei:

  1. Come molte parole, anche quella ‘fascismo’ ha scambiato significato nel tempo, e oggi significa due cose che non hanno niente in comune l’una con l’altra: la prima indica il fenomeno storico del ventennio ’22-’45, la seconda ha acquisito un valore di insulto dal significato talmente generico da non volere dire in pratica nulla: chiunque sia considerato in qualche modo antipatico, anche solo per fare il proprio dovere, è bollato come fascista: è fascista anche il vigile urbano che mette una multa, il Professore che mette un brutto voto a un esame ecc.
  2. La seconda accezione fa parte del degrado del linguaggio, ed è di interesse solo sul piano semiotico. Quanto al primo significato, c’è poco da dire: il fascismo è stata una pagina orrenda, ripugnante, grottesca e tragica della storia d’Italia.
  3. La sua deriva antisemita non è stato affatto un “errore” o un “incidente di percorso”, come taluni pretenderebbero, ma la logica conseguenza della sudditanza al padrone tedesco. Un’ubbidienza che è stata prestata volentieri, senza alcun imbarazzo.
  4. La responsabilità storica del fascismo non è solo del capobranco e dei gerarchi, va condivisa con quasi un intero popolo di pecoroni.
  5. C’è tuttavia una grande differenza tra essere stato fascista negli anni ’20 e soprattutto ’30 e ’40, quando tante cose non si sapevano e non c’era libertà di pensiero, e dirsi tali oggi. A quei tempi tante persone perbene ci hanno creduto in buona fede, oggi chi nutre simpatia per il fascismo, se non è scemo, simpatizza consapevolmente per la volenza e l’antisemitismo.
  6. Una delle grandi tragedie d’Italia è stata l’elevazione dell’antifascismo a sinonimo di libertà e democrazia, a condizione necessaria e sufficiente. Tragico errore, che ha giustificato le peggiori nefandezze. Io amo molto la canzone “bella ciao”, ma non mi unirei mai a un gruppo di persone che la cantano senza controllare, uno per uno, e con grande attenzione, chi sono e come la pensano: non vorrei correre il rischio di cantare insieme a degli squadristi 2.0.

Francesco Lucrezi, storico

(continua)