LA QUESTIONE EBRAICA XXIV. Togliere tutto.
Abbiamo richiamato, nella scorsa puntata del nostro commento al grande libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna, la mirabile fioritura, a partire dal XIX secolo, nella temperie culturale mitteleuropea, e segnatamente viennese, a seguito della cd. emancipazione, del pensiero ebraico. Le energie intellettuali del “popolo del libro”, per secoli compresse principalmente nell’ambito dello studio e dell’interpretazione dei testi sacri, e i cui prodotti erano stati quasi sempre destinati a un pubblico pressoché esclusivamente israelita, si sarebbero ora riversate all’esterno, non solo rivolgendosi a tutti, ma anche fecondando, con straordinaria forza, pressoché tutti i campi della scienza e dell’arte. Non stiamo a fare il lungo elenco di tutti i “grandi ebrei” mitteleuropei tra la fine dell’Ottocento e gli anni ’30 del secolo scorso (quando, com’è noto, qualcosa avrebbe bruscamente interrotto questa storia), sia perché non ce n’è bisogno e sia per non dare alimento alle malevoli dicerie secondo cui alcuni pretenderebbero che gli ebrei siano più talentosi dei comuni mortali, e che perciò siano naturalmente portati (se non legittimati) a considerarsi superiori agli altri, e a usare tale superiorità a proprio vantaggio e ad altrui nocumento.
Quel che ci interessa evidenziare è come, in questo fervido e febbrile clima culturale, nascano non solo delle scienze nuove, ma anche delle nuove visioni dell’ebraismo, che prima non esistevano. Il fatto che queste scienze e queste visioni siano state create da ebrei le ha fatte spesso qualificare come ‘ebraiche’, ma ciò è decisamente errato: se l’autore di un romanzo o di un quadro è ebreo, ciò non fa ‘ebraico’ il romanzo o il quadro, così come il sesso del loro autore non li fa ‘maschio’ o ‘femmina’.
Tra le nuove scienze (non ebraiche, appunto, ma create, indubbiamente, da ebrei) di primaria importanza c’è, ovviamente, la psicanalisi, che avrebbe trasformato in modo irreversibile, com’è noto, la cultura occidentale, sul piano clinico, filosofico, artistico (in tutti i campi dell’arte, nessuno escluso).
Sull’ebraicità del fondatore della psicanalisi, Sigmund Freud, com’è noto, si è detto e scritto a non finire. È appena il caso di ricordare che il pensiero di quelli che sono probabilmente stati i tre intellettuali ebrei più famosi dell’età moderna (Marx, Freud e Einstein) è stato ed è ancora sistematicamente utilizzato in chiave antisemita, sia attribuendo a tutti gli ebrei del mondo la presunta pericolosità delle loro teorie (secondo il rodato meccanismo della colpevolizzazione eterna e collettiva), sia deformando le loro idee (criticabilissime, ovviamente) in chiave oscura e malvagia: Marx avrebbe voluto distruggere ogni legge e morale, Freud avrebbe inquinato e pervertito i sani istinti naturali, Einstein avrebbe demolito la razionalità, facendo credere che ogni verità sia relativa e opinabile.
Calò si sofferma sul famoso saggio di Freud del 1939, Mosè e il monoteismo, nel quale lo scienziato sostenne che Mosè sarebbe stato egiziano, e che il monoteismo da lui predicato sarebbe stato quello del Faraone Amenofi IV. Le difficoltà di linguaggio del profeta non deriverebbero dalla balbuzie, ma dal fatto che egli era di madrelingua egizia, e proprio per la sua nazionalità sarebbe stato ucciso dagli ebrei, che avrebbero visto in lui un nemico. Negando l’ebraicità di Mosè (un egiziano ucciso dagli ebrei, profeta di un dio egiziano), nota Calò, Freud rivendicava un “ebraismo non ebraico”, e ciò proprio nel momento in cui “le forze barbariche del nazismo lo sradicano dalla sua superba Vienna”. E Stefen Zweig, citato da Calò, osserva amaramente che il padre della psicanalisi avrebbe cercato di “togliere Mosè agli ebri nel preciso momento in cui il nazismo toglieva loro tutto, ad iniziare dalla vita stessa”.
Queste teorie dello scienziato, ovviamente, non hanno alcun fondamento, né egli si premurò di appoggiarle su qualche prova o argomentazione. Come in tanti altri casi, anche queste sue tesi venivano proposte in modo del tutto apodittico. I geni, spesso, non sentono il bisogno di dimostrare quello che dicono. Nonostante l’indubbia genialità del loro ideatore, queste fantasie possono quindi tranquillamente essere archiviate nell’immenso calderone dei miliardi di sciocchezze che sono state dette, nei secoli, sugli ebrei, da schiere di persone tanto intelligenti o intelligentissime (come in questo caso) quanto stupide o stupidissime.
Notiamo solo che, alla loro base, c’è un meccanismo ricorrente nella visione freudiana della realtà, ossia l’idea che, alla base di ogni problema della psiche umana, ci debba essere una ‘colpa’ oscura, un ‘trauma’ arcano e rimosso. In questo caso, la perenne instabilità e inquietudine del popolo ebraico deriverebbe dalla rimozione della consapevolezza che l’identità ebraica non sarebbe che il frutto di un errore, uno “scambio di persona”, un beffardo scherzo della storia.
Francesco Lucrezi, storico
(continua)