Vai al contenuto

LA QUESTIONE EBRAICA 10. Cambiare

  • Opinioni

LA QUESTIONE EBRAICA 10. Cambiare

 

Davvero di grande interesse e originalità le pagine dedicate da Emanuele Calò, nel suo libro La questione ebraica nella società postmoderna, all’istituzione dei Ghetti. Un argomento, si potrebbe dire, che appartiene al passato, ma che dimostra invece una bruciante attualità. Sarebbe molto utile riflettere su quanto è accaduto, sulle ragioni per cui è accaduto.

Sarebbe indispensabile, ai fini di una comprensione della realtà odierna – che sia vera, effettiva, e non finta o ingannevole – interrogarsi su questo passato, chiedersi con sincerità se sia davvero passato: quando, come, perché, a seguito di quali cambiamenti. Noi sappiamo perché dopo il giorno viene la notte, sappiamo che è un fenomeno naturale, anche se per milioni di anni i nostri progenitori hanno creduto che si trattasse di un prodigio, di un miracolo. E sappiamo anche come si è passati da una credenza a un’altra. Non è mancanza di rispetto chiedere spiegazione di un cambiamento, solo una risposta franca e sincera potrà aiutare l’interlocutore a fidarsi della propria sincerità e buona fede.

Non voglio entrare nell’accusa che è stata rivolta dall’Assemblea dei Rabbini d’Italia contro alcuni recenti gesti del papa, che hanno suscitato dolore, sconcerto e frustrazione.  Si è chiesto, in questo comunicato dell’ARI (ed è rarissimo che l’Assemblea emetta un comunicato ufficiale sui rapporti con le istituzioni di un’altra confessione, le ragioni devono essere state davvero molto gravi), a cosa siano serviti decenni di dialogo ebraico-cristiano, se poi il pontefice assume dei comportamenti che paiono del tutto incompatibili con un rapporto basato su onestà e rispetto reciproco (per non usare la più impegnativa parola “amicizia”). La Santa Sede ha replicato che le accuse erano ingiuste, che la condanna dell’antisemitismo resta ferma e chiara, e che la posizione della Chiesa riguardo all’ebraismo non è cambiata.

Non entro, ripeto, nel merito della questione, la si può pensare come si vuole, si può anche ritenere che i rabbini si siano dimostrati eccessivamente suscettibili, e che abbiano ingiustamente dubitato della buona fede del Pontefice.

Si può chiedere, però, “quale” posizione della Chiesa non è cambiata? Forse che questa posizione è rimasta sempre la stessa? Forse alcuni tra i maggiori Padri della Chiesa (Tertulliano, Ambrogio, Agostino, Giovanni Crisostomo e altri) hanno nutrito verso gli ebrei gli stessi sentimenti di Giovanni XXIII o di Giovanni Paolo II? Forse papa Francesco, nel caso che un bambino ebreo fosse battezzato di nascosto, contro la volontà dei suoi genitori, nella Città del Vaticano, si comporterebbe nello stesso modo in cui si comportò, a fine Ottocento, Pio IX?

Capiamo benissimo che la fede ha a che fare col concetto di eternità, e che i dogmi, una volta dichiarati, debbano figurare come eterni, ci mancherebbe altro. Ma non si può certo negare che, sul piano dell’agire storico, i comportamenti della Chiesa cambino continuamente, in modo anche radicale. Non credo che, riguardo all’Inquisizione, le crociate, lo stato pontificio, l’unità d’Italia, la condanna (o “non condanna”) delle leggi razziali e tante altre cose la Chiesa di oggi la pensi allo stesso modo che negli anni e nei secoli passati.

Prevengo una prevedibile obiezione: non è assolutamente mia intenzione portare avanti un continuo processo contro i comportamenti passati della Chiesa. So bene che sarebbe un’azione sterile e controproducente. E sono anche ben consapevole che la Chiesa, nel cambiare, non può smentire sé stessa. Un papa non può dire che un suo predecessore ha sbagliato.

Ma la questione non è quella di pretendere un mea culpa. Si tratta di chiedere, col massimo rispetto e la massima umiltà, di spiegare come, quando e perché certe posizioni del passato sono state superate – se sono davvero state superate -, anche senza voler condannare chi le ha sostenute a quei tempi. Solo in questo modo si potrà essere ragionevolmente fiduciosi del fatto che le “nuove” posizioni, non ostili all’ebraismo e al popolo ebraico, non siano cambiate. E ci si potrà chiedere se questo o quel comportamento delle istituzioni ecclesiastiche, ai vari livelli, siano con esse coerenti. Altrimenti potrebbe sorgere un legittimo dubbio su cosa significhi l’espressione “le posizioni della Chiesa non sono cambiate”.

Le pagine di Calò sull’istituzione dei Ghetti sono davvero, ripetiamo, di grandissima importanza, proprio perché aiutano a comprendere in profondità un momento cruciale dell’evoluzione del rapporto tra cristianesimo ed ebraismo. E possono aiutarci a capire cosa possa significare, per la Chiesa, “cambiare”, o “non cambiare”.

Torneremo sul punto nella prossima puntata.

 

Francesco Lucrezi, storico

(continua)