Qual è la differenza fra diaspora e Israele, al di là della geografia? Si riteneva che se in Israele un ebreo rischia di più rispetto alla diaspora, per converso, difficilmente in Israele un attacco antisemita potrebbe rimanere impunito. In Francia e (udite udite) in Uruguay, abbiamo avuto i casi di Sarah Halimi e di David Fremd, nei quali l’assassino antisemita è stato assolto perché ritenuto pazzo. Sarah Halimi era stata uccisa a Parigi buttandola dalla finestra mentre a Marsiglia un uomo, certamente non normalissimo, che aveva buttato un cane dalla finestra, era stato condannato alla galera (cfr. Gli ebrei come vittime globali dei crimini d’odio. I casi di Sarah Halimi e di David Fremd (Iura & Legal Systems ‐ ISSN 2385‐2445 VIII.2021/4, B (3): 45‐49 Università degli Studi di Salerno, Emanuele Calò – Giuseppe Alesci).
Il caso di Gaza dimostra che si trattava di un’illusione perché, a fronte di quantità infinite di razzi, Israele per lo più si è limitata a cercare di pararli con l’Iron Dome oppure facendo nascondere i suoi cittadini in qualche stanza sicura. Questa è una replica della lunghissima vita degli ebrei nei Paesi arabi dove, come spiegava Bernard Lewis, anche un ragazzino poteva impunemente gettare i sassi agli ebrei, i quali potevano soltanto cercare di scansarsi. Cosa è cambiato? Intanto, la mancanza di rispetto per gli ebrei, è la stessa. In quel mondo, Karl Marx, sul New York Tribune del 15 aprile 1854, scriveva che “la popolazione di Gerusalemme conta 15.500 anime, di cui 4000 musulmani e 8000 ebrei. I musulmani, un quarto del totale, (turchi, arabi, e mori) sono, chiaramente, i padroni in tutto e per tutto, in quanto non sono coinvolti dalla debolezza del loro governo in Costantinopoli. Nulla può eguagliare la miseria e le sofferenze degli ebrei di Gerusalemme, che vivono nel quartiere più lurido della città, detto hareth-el-yahoud, nell’area di sporcizia fra Zion e Moriah, dove si trovano le sinagoghe – oggetto costante dell’oppressione e dell’intolleranza musulmana, insultati dai greci, perseguitati dai latini, vivendo soltanto del poco che mandano i loro fratelli europei. Gli ebrei, tuttavia, non sono nativi, ma di Paesi diversi e lontani, e sono stati attratti da Gerusalemme soltanto dal desiderio di abitare la valle di Giosafat per morire nello stesso posto dove si attende la redenzione. Per rendere questi ebrei più miserabili, l’Inghilterra e la Prussia hanno nominato, nel 1840, un vescovo anglicano di Gerusalemme il cui scopo è la loro conversione”.
Albert Einstein, a sua volta, aveva scritto che “folle arabe organizzate e rese fanatiche da intrighi politici che hanno lavorato sulla furia religiosa degli ignoranti, hanno attaccato degli insediamenti ebraici isolati, uccidendo e saccheggiando in ogni luogo in cui non abbiano trovato resistenza. In Hebron, gli studiosi di un collegio rabbinico, giovani innocenti che non hanno mai impugnato un’arma, sono stati scannati a sangue freddo; a Safed la stessa sorte è toccata ad anziani rabbini, alla loro moglie e figli. Di recente, alcuni arabi hanno fatto un raid in un orfanotrofio ebraico, dove i patetici superstiti dei grandi pogrom russi avevano trovato rifugio. Non è quindi sorprendente che un’orgia di tale brutalità primitiva sia stata usata da parte della stampa Britannica diretta non contro gli autori e istigatori di tali brutalità bensì contro le loro vittime?” (12 ottobre 1929).
Prima dell’inizio, nel 2001, dei lanci dei Kassam da Gaza, era vero che all’uccisione degli ebrei, che vengono fatti fuori da sempre in Israele un giorno sì e l’altro pure (e la cui uccisione non è compiuta da svedesi o paraguaiani) faceva riscontro un’energica reazione israeliana (reazione, non vendetta, come sostiene un illustre giornalista nostrano, nell’intento lodevole di creare due dei, uno cattivo nel Vecchio Testamento e uno buono nel Nuovo).
Dal 2001, come dicevamo, è finita, perché Israele ha a che fare in pianta stabile con un gruppo terroristico inserito in mezzo alla popolazione, che non può essere toccato senza colpire la popolazione. Al riguardo, vi sono norme di diritto internazionale che consentirebbero di agire, ma vi è qualcosa di più potente a non consentirlo: l’opinione pubblica. Fin qui, non vi sarebbe nulla di male, se non fosse che nel caso di Gaza, le notizie vere, che dovrebbero orientare l’opinione pubblica, svaniscono, inghiottite dal realismo magico oppure, più spesso, dalla bassa stregoneria. Così, dagli occhi del pubblico spariscono, nell’ordine, il rifiuto delle proposte di pace israeliane, i milioni (non li ho contati bene, perfino Don Milani mi avrebbe bocciato) di razzi/missili/proiettili e finanche la frontiera con l’Egitto, la cui emersione metterebbe nel ridicolo la definizione di “prigione a cielo aperto”.
In questo modo, abbiamo trovato il cattivo della storia, il c.d. villano: la disinformazione oppure l’informazione avvelenata. Poiché tutti esagerano oppure, più umilmente, mentono, proverei non dico a mentire, ma ad esagerare anch’io: se volete davvero la pace, informate bene. Se, invece, volete la guerra dicendo di perseguire (ma, in realtà, perseguitare) la pace, continuate pure a dire quel che vi pare e, così, vediamo che un vecchio tribuno della plebe, poco lucido già dai tempi dell’asilo e che impazzerà in tivvù anche dopo morto, spiega che sia Hamas che Netanyahu commettono crimini di guerra. Ora, far credere alla gente che aggressore e aggredito siano la stessa cosa, costituisce un’operazione inquietante, più vicina a Lombroso che a Von Clausewitz. Se ci fosse ancora, per dire, Pier Paolo Pasolini, forse qualcosa avremmo capito. Ora, però, abbiamo soltanto un branco di esagitati che sembrano usciti dalle pagine di Robert Hughes, laddove la ragione viene sostituita dalla rivelazione, la conoscenza da visioni soggettive, la giustizia dalla pietà. Certo, da gente uscita da una scuola di precari sanati e stabilizzati, come se fossero un muretto abusivo, cosa potevamo aspettarci? Questo è quel che ci meritiamo, ma non è detto che anche Israele lo meriti.