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LA QUESTIONE EBRAICA 8. I trucchi

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LA QUESTIONE EBRAICA 8. I trucchi

 

Nel suo libro La questione ebraica nella società postmoderna, Emanuele Calò si sofferma sui modi deformati e mistificanti con cui è solitamente descritto il mondo ebraico.

Tali deformazioni, è da dire, non si applicano certo soltanto agli ebrei, un’informazione corretta ed equilibrata non è certo la norma, basti pensare a come, durante le guerre, vengono rappresentati i nemici, o a come i tifosi di calcio giudicano le squadre avversarie. Difficile sentire dei complimenti o delle manifestazioni di amicizia o rispetto verso gli antagonisti. La cosa particolare degli ebrei, però, è che, a differenza degli eserciti o delle squadre di calcio, loro sono sempre dalla parte sbagliata, e nei confronti di tutti. Sempre, sul piano militare, i nemici dei nostri nemici diventano automaticamente nostri amici, anche se, fino al giorno prima, erano nemicissimi, e anche qualsiasi tifoso di calcio farà un tifo sfegatato per una squadra avversaria che ha sempre odiato, se quella squadra, battendone un’altra, dovesse fare avvicinare la propria a un certo traguardo. Insomma, è difficile, se non altro per mere ragioni di interesse, stare sempre antipatici a tutti, comunque e dovunque.

Con gli ebrei, invece, succede, molto spesso, proprio così.

Come ho già detto, spiegare perché ciò succeda, secondo me, è impossibile, perché ci troviamo su un piano decisamente irrazionale. Si può analizzare, però, il modo in cui tale avversione si esprime, con cui trova gli argomenti utili a giustificare la propria esistenza, perché, se qualcuno mi chiede perché ce l’ho con quello, uno straccio di risposta gliela devo pure dare. Solo la famosa risposta del Natale in casa Cupiello “Nun me piace, ‘o presepe”, non richiede una motivazione, ma si tratta, appunto, di una geniale invenzione teatrale.

I trucchi per trovate gli argomenti sono tanti, tutti molto facili da usare, e rodati da millenni.

Calò ne descrive due, che chiama “decontestualizzazione” e “metodo a valanga”.

Il primo è fin troppo noto, e in questi giorni angoscianti ne abbiamo abbondantissime dimostrazioni. È abbastanza facile trovare la notizia o la foto di un ebreo in uniforme che usa un’arma da fuoco e provoca la morte di qualcuno. Ed è quanto mai facile soffermarsi sull’età della vittima, ricordare che aveva una madre, una famiglia… Ed è un gioco da ragazzi veicolare risentimento, condanna, odio verso colui che, premendo un grilletto, ha provocato questi lutti. Forse, magari, bisognerebbe soffermarsi un attimino a ricostruire perché ciò è accaduto, dove, quando, in che contesto. Ma a che serve? Perché dilungarsi in noiosi e futili particolari? Basta il puro nesso eziologico: c’è chi spara e c’è muore, chi la morte la dà e chi la riceve. Basta così, funziona benissimo. E, soprattutto, nessuno ha detto alcuna bugia. Yehuda Bauer, ricordato da Calò, scrisse che “Le verità parziali sono peggiori delle bugie vere e proprie”, proprio perché non potranno mai essere smentite, non potrà mai venire uno a dire “non è vero”. Quel qualcuno potrà cercare di contestualizzare, è vero, ma, quando avrà cominciato a parlare, gli interlocutori se ne saranno già andati.

C’è poi il “metodo a valanga”, che “consiste nel proporre una tale quantità di accuse da: 1) invertire l’onere della prova e b) rendere pressoché impossibile la risposta, perché ogni replica richiederebbe lunghi studi”. Come può una persona, contemporaneamente, difendersi da una gragnuola di accuse, sospetti, allusioni? Impossibile, e, se provasse a farlo, la stessa lunghezza dell’arringa difensiva (che dovrebbe durare ore e ore, giorni e giorni) dimostrerebbe la colpevolezza dell’imputato. Un innocente mica ci mette tanto a dimostrare la propria innocenza.

Ma, poi, c’è un altro elemento fondamentale da tenere in considerazione, ricordato da Calò, ossia il fatto che l’antisemitismo non ha mai bisogno di argomentazioni, perché il pregiudizio si autoalimenta, è assolutamente autoreferenziale. Per i nazisti, per esempio, “il controllo ebraico dell’Unione Sovietica era dimostrato sia dalla massiccia presenza degli ebrei nella dirigenza, sia dalla loro successiva assenza, vista come un modo per camuffare detto controllo”.

Se, in genere, una determinata opinione si fonda su un determinato ragionamento, che ne rappresenta la base e la solidità, per l’antisemitismo accade l’esatto contrario. L’opinione già c’è, la motivazione viene dopo, ed è completamente inutile.

 

Francesco Lucrezi, storico

 

(continua)