LA QUESTIONE EBRAICA 4 Alta e bassa cultura
Nel suo libro La questione ebraica, Emanuele Calò affronta il problema del rapporto tra quelle che sono state definite “alta” e “bassa cultura”. La prima è stata generalmente considerata quella prodotta e destinata alle cd. élite, ossia le fasce più istruite, colte e influenti della popolazione, mentre la seconda sarebbe quella del popolo minuto, della massa meno istruita e acculturata.
È evidente che la narrazione storica è stata sempre fondata sulla visione dell’alta cultura, in quanto è solo attraverso il racconto di chi sa leggere e scrivere, e ha la possibilità di trasmettere ciò che ha scritto, che possiamo conoscere, in qualche modo, le vicende delle masse incolte e analfabete, che non hanno mai scritto libri di storia. Tutti i narratori (siano stati storici, politologi o romanzieri: da Erodoto a Livio, da Ammiano Marcellino a Victor Hugo, da Manzoni a Marx ai fratelli Singer) hanno sempre, chi più chi meno, parlato anche del popolino, delle classi subalterne, della plebe anonima e derelitta: ma non ne facevano parte, altrimenti non avrebbero avuto la possibilità di scrivere, di narrare, di divulgare. Uno storico dei giorni nostri che intenda ricostruire la “bassa cultura” dell’età paleo- o neobabilonese, dell’antica Grecia, del Medio Evo o del Risorgimento potrà farlo solo attraverso le testimonianze lasciate dall’“alta cultura”, semplicemente perché non ha nient’altro a disposizione.
Ma ben diversa sarà la situazione di uno storico del futuro che intenda ricostruire cosa pensa, ai giorni d’oggi, quello che la grande Tina Pica chiamava – con espressione dal significato assoluto, oracolare -, “la gente”. Quel che dice “la gente” è la vox populi, è qualcosa che emerge dal profondo, che non può essere smentito. È una voce che, anche quando ha torto, ha sempre ragione.
Oggi, da almeno vent’anni, “la gente” fa sentire direttamente la sua voce, senza bisogno di alcuna mediazione, senza chiedere di essere veicolata dal traghetto della “cultura alta”, della quale, diversamente che dal passato, non ha alcun bisogno. Lo storico del domani avrà direttamente la possibilità di attingere a una cultura che non può propriamente essere definita “bassa” (i social media vengono usati anche da persone di media o alta istruzione), ma che proviene direttamente dall’indistinta galassia della “gente”.
“Oggi giorno – osserva Calò -, quando si discute di bassa cultura il riferimento è soprattutto ai social media, anche se andrebbero compresi i riferimenti a talune pagine dei quotidiani che son mandati in rete, dove i commenti dei lettori configurano un secondo articolo. L’alta cultura è, quasi senza scarti, tutto il resto”. Ecco, così, che “il popolo”, “la gente” fa sentire direttamente, per la prima volta nella storia, la sua voce.
Un bene, un male?
Osserviamo solo che questa comunicazione universale, immediata e senza filtri permette all’antisemitismo, vecchio e nuovo, di riemergere, senza nessuna remora e nessun pudore, e di essere sdoganato. Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento non c’era nessuna remora a disprezzare apertamente gli ebrei, semplicemente in quanto tali, e tutto ciò che potesse essere genericamente etichettato come ebraico. Non c’era niente di male, era un modo di vedere comune, del tutto legittimo.
La sconfitta dei regimi antisemiti nazifascisti nella Seconda Guerra Mondiale, però, ha fatto sì che questo bimillenario, diffusissimo sentimento sia improvvisamente “passato di moda”, non venendo più rappresentato dalla “cultura alta”. Le battute sugli ebrei venivano pronunciate per le più nei bar, nelle osterie, per strada, ma non venivano pubblicate. I social media hanno ridato ad esse diritto d’asilo.
Gli storici del futuro potrebbero ricavare l’errata impressione che l’antisemitismo si sia oscurato, almeno in buona parte del mondo, per circa mezzo secolo, per poi tornare verso la fine del secondo millennio. Ma sarebbe un’impressione errata. I social hanno semplicemente dato alla “gente” il megafono, forte e potente, che le mancava, permettendo ad essa non solo di pensare e di dire, ma anche di mettere per iscritto (sia pure sulle pagine sempre mutevoli degli schermi dei pc e dei cellulari) ciò che pensa degli ebrei. Anche se spesso – ma non sempre – chiamati non più col loro nome tradizionale, ma con quello (atto a scansare sgradevoli sospetti) di “israeliani”. Un fenomeno di cui, in questi giorni terribili, abbiamo ampia testimonianza.
(continua)
Francesco Lucrezi, storico.