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Il nome della cosa

Descrivere la situazione di Gaza non è un’operazione così complessa come potrebbe sembrare, a patto che la si sappia inquadrare nel contesto che le è proprio. Certo, se la si continuerà ad astrarre dall’universo mondo per ridurla non in una sede (diciamo) olistica bensì nella orribile ed empia riduzione a sceneggiata, cui l’animus nazionale sembra irresistibilmente attratto, non se ne caverà un ragno da un buco. L’autostrada verso il malinteso è stranamente sempre in discesa, grazie alla possibilità straordinaria che offre Israele a ciascheduno di dispiegare il proprio antisemitismo convogliandolo come antisionismo. Quando Sartre scrisse le sue “Riflessioni sulla questione ebraica”, Israele non esisteva, ma se riprendiamo il suo testo, sostituendo “ebreo” con “Israele”, potremmo essere sorpresi da tutte le identità che spuntano, comprese quelle che riguardano gli ebrei (che egli chiama) inautentici. Dunque, la descrizione è questa:

I) il buon Corradino Mineo si è prodotto oggi in un’intemerata nei riguardi di Israele, senza menzionare la pioggia di razzi che dal 2001 incombe su Israele, proveniente da Gaza. Quindi, ne parliamo noi: può darsi che agli israeliani non sia gradita la pioggia di proiettili che a migliaia sono sparati su di loro;

II) come sappiamo, il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha nominato il prefetto Giuseppe Pecoraro Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, il quale succede nella carica a Milena Santerini. Purtroppo, anche da istanze istituzionali ebraiche, si tende (anche esplicitamente) a identificare la sede dell’antisemitismo col web e con gli stadi, forse perché se ora menzionassimo la teoria critica, la mente di tanti e di troppi andrebbe verso un museo virtuale delle idee. Questo, che sembrerebbe un vezzo intellettuale, costituisce al contempo sia il cuore del problema che la scaturigine di un danno gravissimo.

III) dicevamo che la crisi di Gaza è facilmente identificabile, e così è: mentre Hamas fa ciò che vuole, bersagliando Israele di missili da oltre due decenni, a Israele la comunità internazionale impone un galateo sul modo di difendersi. Così si arriva a situazioni kafkiane: gli ebrei debbono usare l’Iron Dome per respingere il bombardamento, forse applicando non le regole della guerra bensì quelle del ping pong.  Nessuno dice ad Hamas come aggredire, tutti dicono a Israele come difendersi.  Se, per sciagurata ipotesi, Roma subisse da Velletri una pioggia di missili, nessuno andrebbe al ministero della difesa a imporre ai vertici le modalità di risposta.  Siamo arrivati al paradosso per cui Israele rifornisce Gaza di tutto punto, malgrado sia attaccata. Quanto sia efficace la ricetta che la comunità internazionale prescrive a Israele, lo si può desumere dalla cronaca di questi giorni. Nei paesi arabi, se un ragazzino scagliava un sasso contro gli ebrei (Bernard Lewis docet) essi dovevano limitarsi a scansarsi. Ricorda qualcosa?

IV)  Hamas figura nella lista nera delle organizzazioni terroristiche tenuta dall’Unione Europea;

V) Lo slogan “Palestina libera” significa “libera dagli ebrei”;  voler “liberarsi dagli ebrei” e ricordare la Shoà è un atteggiamento schizofrenico e genocida;

VI) molti dicono, soprattutto in TV, che Israele si deve comportare con grande ritegno e che dovrebbe rispettare non tanto il diritto internazionale, quanto una sorta di galateo non meglio precisato; ne conseguirebbe che Hamas può bombardare Israele senza problemi, ucciderne i civili, rapirne donne e bambini oppure sopprimerli direttamente, mentre Israele dovrebbe limitarsi a parare i colpi, provvedendo a rifornire ancora Gaza di tutto punto;

VII) si dimentica, però: a) che il colpo inflitto a Israele ha raggiunto le dimensioni di una strage, b) che lo scopo istituzionale del sionismo non era tanto quello di costruire uno Stato, quanto far sì che quello Stato fosse lo strumento per evitare che il popolo ebraico continuasse ad essere massacrato senza nemmeno accennare a contrattaccare.

VIII) come già detto, la sinistra, se fosse realmente tale, dovrebbe reagire dinanzi alla strage compiuta da Hamas in un kibbutz, poiché i kibbutzim sono l’unico caso al mondo di istituzione comunista funzionante (e democratica);

IX) si auspicano “due Stati per due popoli” dimenticando colpevolmente che in Israele convivono bene due popoli, gli ebrei e gli arabi palestinesi, mentre negli Stati islamici non vi sono più ebrei perché sono stati espulsi;

X) l’irricevibile opinione che raffigura Gaza come prigione a cielo aperto non considera: a) che Gaza ha un confine con l’Egitto, b) che non si è mai vista una prigione dove i reclusi facciano cadere tutti i giorni e da 22 anni, una pioggia di missili sui carcerieri;

XI)”Israele ha accantonato la questione palestinese” è il mantra televisivo: quasi che Israele potesse dire “martedì alle 17.00 risolviamo la questione palestinese“. Gli anglosassoni dicono “it takes two to dance tango”;

XII) La storia non registra dei casi di guerre fra democrazie. L’ishuv palestinese era sostenuto da strutture statali in fieri e dal metodo democratico: cosa vieta agli arabi palestinesi di fare altrettanto? Chi lo nega ha una qualifica di cui fregiarsi: razzista;

XIII) il coordinatore nazionale per la lotta all’antisemitismo è chiamato ad attuare la definizione IHRA di antisemitismo, adottata dall’Italia, la quale fa rientrare nell’odio anti ebraico “Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico”. Questo significa che quando qualche anima pura sostiene in pubblico che gli ebrei debbano continuare a farsi ammazzare, limitandosi a replicare con gli strumenti che possiamo ricavare dalle varie sceneggiate di cui è ricco il nostro patrimonio culturale,  rammenti il Coordinatore (che stimiamo tutti, et pour cause) che questi miti consigli hanno un nome: antisemitismo. E non vi spaventate: la definizione IHRA è soft law, così come dev’essere soft la difesa ebraica.