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LA QUESTIONE EBRAICA 3. Religione e rito.

LA QUESTIONE EBRAICA 3. Religione e rito.

 

“Il popolo ebraico è l’unico superstite tra i popoli dell’antichità non malgrado la religione bensì grazie ad essa… Seguiamo un percorso inverso rispetto alla tendenza ad annacquare l’ebraismo nell’universalismo, facendogli smarrire la propria identità, perché così si rischierebbe di farsi dettare l’agenda da chi avversa il popolo ebraico. La Torà ci insegna che una società in cui non si comunica sia destinata alla distruzione; tanto basta per tentare di esaminare le problematiche odierne a partire dalle loro radici, come momento propedeutico alla comunicazione”.

Sono queste le parole che aprono il fondamentale volume di Emanuele Calò su La questione ebraica nella società postmoderna. E credo che valga la pena, prima di prendere in esame i singoli argomenti trattati nel libro, soffermarsi un attimo a considerare il significato di questo incipit.

La prima delle cose dette da Calò (“il popolo ebraico è l’unico superstite tra i popoli dell’antichità”) è una mera presa d’atto. Dove sono gli ittiti, i babilonesi, gli assiri, gli egizi? Nelle terre dove vivevano, millenni fa, quei popoli, vivono oggi genti che parlano altre lingue, professano altre religioni, sono, quasi sempre, giunte da lande lontane. Ci vorrebbe davvero un grande sforzo di immaginazione per vedere nell’impiegato egiziano che ci accoglie nel Museo archeologico del Cairo un diretto erede di coloro che costruirono le piramidi o imbalsamarono Tutankhamon. Quelli che abitano oggi a Roma si chiamano ancora romani, ma hanno forse qualcosa in comune con i sodali di Cicerone e Cesare? C’è un solo posto al mondo, uno solo, dove vivono persone che abitano la stessa terra di tremila anni fa, parlano la stessa lingua, professano (chi voglia farlo) la stessa religione?

Certo, c’è anche chi dice che lo stesso popolo ebraico sarebbe “un’invenzione” moderna (Shlomo Sand, The Inventing of the Jewish People), e potrebbe anche avere ragione: tutto può essere considerato un’invenzione, ma a patto che ‘tutto’ significhi davvero ‘tutto’. Se scegliamo, come suggerì il grande John Lennon, di ‘imagine’ che “there is no country, and no religion too”, possiamo essere d’accordo. Ma deve scomparire tutto, davvero tutto. Altrimenti no, le “eliminazioni selettive” sono un po’ sgradevoli.

Quanto alla seconda asserzione (“non malgrado la religione bensì grazie ad essa”), il discorso diventa più complesso. È sicuro che bisogna ringraziare proprio la religione di questa “lunga durata”? A parte il fatto che non è proprio certo che si tratti di qualcosa per cui si debbano esprimere dei ringraziamenti (i discendenti dei babilonesi e dei fenici non sono stati mandati nelle camere a gas), occorrerebbe intendersi sul significato che si intende dare alla parola ‘religione’. Deve essere ben chiaro che questa parola italiana contemporanea, così come i suoi equivalenti in tutte lingue europee, non ha alcun corrispondente nelle lingue antiche, perché il significato a cui il significante rinvia, semplicemente, non esisteva nell’antichità.

Oggi col termine ‘religione’ si rinvia a qualcosa di interiore e personale, a un atto psicologico di ‘credere’ o ‘non credere’. Nel mondo antico nessuno si poneva il problema se credere o non credere negli dèi, o nel Dio unico. Cicerone lo spiega chiaramente in apertura del suo De natura deorum. Se, nella lingua latina, esiste una parola atta a rendere il senso del moderno lemma ‘religione’, essa non è certo religio, ma, se mai, ritus. La ‘religione’ era un insieme di riti da rispettare, non contava nulla ciò in cui qualcuno “credeva” o “non credeva”, nessuno ha mai fatto a nessuno una domanda del genere.

Per quel che riguarda l’ebraismo, è certo che la sua perpetuazione, per almeno diciotto secoli (dalla distruzione del Secondo Tempio fino alla cd. halskalah), sia stata affidata a una trasmissione di tipo religioso, o rituale. Ma è sicuro che ciò valga ancora al giorno d’oggi?  La grande maggioranza degli ebrei sparsi nel mondo ha un legame con la religione e il rito molto superficiale, se non nullo.

Ma la questione principale sollevata da Calò è quella del rapporto tra universalismo, identità e comunicazione.

Il problema del rapporto tra identità ebraica e universalismo è eterno, e non ammette risposte semplici. Un’identità ebraica chiusa in se stessa tradisce in modo stridente l’essenza dell’ebraismo, ma anche un ebraismo coincidente con un generico e olistico universalismo perde la sua ragion d’essere. Nell’era messianica, o alla fine dei tempi, non ci saranno più ebrei, così come non ci sarà alcuna identità (come profetizzò Paolo di Tarso, nella lettera ai Galati: un testo escatologico che affonda chiaramente le sue radici nella cultura cd. ‘inter-testamentaria’ dell’apostolo), ma ciò potrà avvenire solo allora, non prima.

Difficile individuare un tragitto ‘intermedio’ tra difesa dell’identità e universalismo. Esiste però una strada che parte da entrambi. e a entrambi riconduce, e che, come spiega Calò, è indicata dalla stessa Torà: la comunicazione.

 

(continua)

 

Francesco Lucrezi, storico