LA QUESTIONE EBRIACA. 2 Memoria e oblio bis
“Quando esaminiamo un fenomeno – scrive Ruth Dureghello, Presidente della Comunità Ebraica di Roma, nella sua prefazione al libro di Emanuele Calò La questione ebraica nella società postmoderna. Un itinerario tra storia e microstoria -, esso è già divenuto Storia e, per quanto paradossale, l’esame dell’attualità finisce per essere tutt’uno con le discipline storiche. Ignorando la Storia, finiremo per ignorare al contempo gli elementi di novità cui dobbiamo far fronte”.
Queste parole, s può dire, riguardano qualsiasi accadimento, qualsiasi realtà, appartengano essi alle vicende umane o a quelle naturali. Se, a volte, non ci poniamo il problema della dimensione storica di un fenomeno, è solo in quanto essa non ci interessa, in quel dato momento, ma non certo perché non esiste, o non abbia un’importanza. Siamo abituati al fatto che il sole sorge all’alba e cala al tramonto, e ci sembra che sia sempre stato così, ma anche questo accadimento ha la sua storia, è nato, in tempi remoti, e, in un lontano futuro, scomparirà. È un dato di fatto che non ci interessa soltanto perché, nel breve arco della nostra vita, non percepiamo alcun mutamento dovuto alla storia della stella, non certo perché tale storia non abbia rilevanza. Né stiamo sempre a pensare, per esempio, alla nostra personale storia di esseri umani. Se ogni momento ricordassimo cosa siamo stati da ragazzi e da bambini, chi sono stati e cosa hanno fatto i nostri genitori, nonni e antenati, questo “eccesso di storia” ci schiaccerebbe sotto il suo peso, e non faremmo niente. È evidente che noi siamo il diretto frutto di quel passato, senza il quale non esisteremmo, ma per agire, per operare, siamo obbligati, almeno in una qualche misura, a dimenticarlo. L’azione ha bisogno della memoria, ma anche – forse soprattutto – dell’oblio.
Il concetto espresso dalla Dureghello è formulato, con parole quasi identiche, ne Il giardino dei Finzi Contini, nel passo in cui Micol spiega al suo innamorato – non ricambiato – le ragioni della sua distanza: “nello stesso momento in cui viviamo un’esperienza del presente, essa è già storia”. Il loro rapporto (di amore, secondo lui, di semplice amicizia, secondo lei) apparteneva già al passato, e quindi non poteva vivere, crescere. Come recita una famosa canzone, “la nostra storia, appena cominciata, è già finita”.
Ci si dovrebbe chiedere, però, in che misura tale concetto, che vale per qualsiasi fenomeno umano, per ogni persona come per ogni comunità, abbia una sua specifica valenza per il popolo ebraico, e per i singoli individui che lo compongono. Si può forse pensare che gli ebrei abbiano un maggiore bagaglio di storia, e siano quindi tenuti a un “surplus” di memoria, di ricordo? È chiaro che nessun uomo può avere “più storia” dietro di sé, siamo tutti figli di Adamo, dietro ognuno di noi c’è la stessa infinita schiera di toledòt, generazioni (la parola che, in ebraico, significa, appunto, “storia”). Ma che la comprensione dell’ebraismo (o, per usare l’espressione di Calò, della “questione ebraica”) imponga una dimensione decisamente accentuata di memoria è innegabile. Non solo il semplice istinto di sopravvivenza impone agli ebrei – sempre e dovunque – di ricordare cosa, in altri luoghi e altri tempi, è accaduto agli altri ebrei, ma la “lunga durata” (per usare la nota espressione di Braudel) di alcuni specifici atteggiamenti nei loro confronti da parte del “resto del mondo” obbliga a soppesare con attenzione ogni parola, ogni sguardo, benevolo o malevolo, che sia a loro rivolto, per confrontarli con le parole e gli sguardi del passato. Zakarta, “ricorda”. Si tratta di un dovere, di una necessità che possono essere avvertiti tanto come una forza quanto una condanna.
“L’uomo – scrisse Nietszche – dice ‘io ricordo’, e invidia la bestia, che dimentica”. E, sulla base di questa invidia, molto spesso gli uomini, com’è noto, tendono a dimenticare. Ma un ebreo che dimentica cessa, fatalmente, di essere tale. E proprio questo “divieto di oblio” rappresenta un primo, essenziale elemento di distanza tra Israele e le altre nazioni, che non lo capiscono, o guardano ad esso con sospetto, chiedendo agli ebrei di dimenticare, o, peggio ancora, di perdonare. Senza capire che la rimozione della storia rappresenterebbe non solo una mera questione di ignoranza, ma una completa cancellazione di identità, una negazione della propria ragion d’essere.
(continua)
Francesco Lucrezi, storico