All’inizio dell’anno, UN Watch segnalò che dal 2015, l’Assemblea Generale ONU ha adottato 140 risoluzioni contro Israele, contro 68 riguardanti il resto del mondo. Da ultimo, il 26 luglio scorso, il Comitato Economico e Sociale ha condannato Israele per il trattamento delle donne palestinesi, col voto conforme dell’Italia. Nel nostro paese, l’Osservatorio Enzo Sereni, presieduto da Paolo Pollice, ha dichiarato che “Ancora una volta, l’Italia ha scelto col suo voto di allinearsi con Paesi come l’Afghanistan, il Qatar, lo Zimbabwe e la Libia, notoriamente fra i più retrogradi al mondo in materia di diritti civili e di parità fra i sessi. Ancora una volta abbiamo assistito alla mesta processione dei Paesi dell’Unione Europea di fronte alle mozioni di voto contro Israele: nove hanno votato a favore della condanna, due si sono astenuti, e uno ha votato contro. Contro hanno votato anche Paesi di riconosciuta tradizione democratica come il Regno Unito, il Canada e gli Stati Uniti. Ancora una volta, il voto dell’Italia contro Israele contraddice le dichiarazioni anche molto recenti di “amicizia fra i due Paesi”, e denuncia una scelta politica scopertamente sensibile nei confronti di altri più potenti interessi. Se i rapporti bilaterali fra Italia e Israele devono avanzare verso il raggiungimento di importanti obiettivi comuni, è necessario un cambiamento radicale degli ordini spediti dal Governo italiano alle delegazioni diplomatiche del Paese nei principali centri decisionali internazionali”.
Israele ne emerge a stregua di uno Stato reprobo, la cui efferatezza contrasta con gli esempi luminosi resi dal resto del pianeta. Quanto alla Cisgiordania, se la parte palestinese avesse accettato di portare a compimento gli Accordi di Oslo, accettando una delle numerose proposte di pace israeliane avanzate dai governi laburisti, non staremmo qui a parlarne. Non è azzardato soggiungere che il quadro politico israeliano risente fortemente del protratto rifiuto palestinese, che è riuscito a influire sull’emergere di estremisti, rafforzati dai continui attentati subiti dalla popolazione di Israele. Eppure, fino a pochi mesi fa, nel governo dello Stato ebraico vi era addirittura un partito arabo islamista. Il quale Stato ebraico è l’unico in Medio Oriente nel quale ebrei e arabi convivono pacificamente, mentre nel resto della zona gli ebrei che non sono stati uccisi sono stati espulsi senza tanti complimenti. Da dove si è ritirata (Gaza) Israele è colpita da anni di migliaia di razzi, senza che a nessuno passi per la mente, giustamente, di ricambiare il pensiero. Intanto, Israele rifornisce di tutto punto Gaza, vista come un carcere a cielo aperto, come se non vi fosse un confine con l’Egitto, che Le Monde definisce come “un incubo” (11 agosto 2022). È vero che Franz Kafka era ebreo, ma non esageriamo. Tutto questo va accettato, perché se il rapporto con la realtà non fosse ontologicamente travagliato, schiere di filosofi sarebbero in cassa integrazione, per via della manifesta crisi della loro disciplina, che potrebbe dar luogo a uno dei mestieri che gli italiani non vogliono più fare. Fin qui, saremmo nella normalità, se non fosse che l’Italia ha adottato, seguendo gli auspici dell’Unione Europea, la definizione IHRA di antisemitismo, la quale comprende l’azione consistente nell’ “Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico”. Tale definizione, diffusa in tutto il mondo, è rimasta vittima da noi di una congiura del silenzio, che comprende protagonisti di ogni fede ed estrazione. Al riguardo, se fossimo un paese meno conformista, si sarebbe potuto elaborare qualche studio stimolante, se non addirittura divertente. Meno divertente è constatare che i governi italiani continuano a votare soprattutto contro Israele, mentre la definizione IHRA (International Holocaust Remembrance Aliance) considera antisemita l’adozione di due pesi e due misure. È una regola non scritta che queste discrasie navighino indisturbate, finché non vi è qualche fesso (ad esempio, chi firma) che se ne accorge. Siamo certi che sia serio combattere l’antisemitismo da una parte, mentre dall’altra si fa finta che l’approccio nei riguardi di Israele non sia scivolato perigliosamente verso il pregiudizio aperto? L’ottimo ministro Antonio Tajani non può essere liberale soltanto quando si tratta di banche (e fa benissimo) ma sarebbe bene che lo facesse anche quando si tratta di materia di sua stretta competenza. Sulla definizione IHRA c’è della letteratura e, soprattutto, vi sono ambasciatori e delegazioni dell’Italia. Possibile che il governo non applichi mai la soft law cui ha aderito? Il 26 gennaio 2023 il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha nominato il prefetto Giuseppe Pecoraro Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. In attesa che il Premier di Israele, Benjamin Netanyahu possa incontrare il Presidente palestinese Mahmoud Abbas, possiamo sperare che il Coordinatore Giuseppe Pecoraro (sul cui sito campeggia la definizione IHRA) incontri il titolare della Farnesina Antonio Tajani? Mi offro per mediare.