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IN THE SHADOW OF THE CAESARS 15. La metamorfosi

IN THE SHADOW OF THE CAESARS 15. La metamorfosi

Concludiamo, con questa nota, la nostra discussione intorno al libro di Samuele Rocca In the Shadow of the Caesars. Jewish Life in Roman Italy. Resterebbero, in verità, ancora tante questioni, affrontate dall’autore, che meriterebbero di essere fatte oggetto di disamina e commento, ma non è possibile farlo in questa sede. Dobbiamo terminare, ringraziando l’autore per averci offerto tanti suggestivi spunti di riflessione. Il dialogo tra noi è antico e continuo, e contiamo di intensificarlo in futuro, anche attraverso nuovi strumenti a cui stiamo pensando di dare vita.

Il quinto  e ultimo capitolo del testo (seguono solo le conclusioni) ha per titolo The Jewish Revolt: Jews and Judaism in Roman Imperial Ideology, e in esso vengono trattate, fra l’altro, le conseguenze dei drammatici scontri che videro la nazione ebraica sfidare, nel 66-70 e poi, di nuovo, nel 133-135, l’invincibile potenza dell’impero, andando incontro a un esito assolutamente segnato. Nessun’altra conclusione era possibile e immaginabile. Gli ebrei – tutti, anche quelli della diaspora, che non avevano preso parte al conflitto – diventarono, a seguito di tale sfida, il popolo sconfitto e disperso, mentre Roma confermò non solo la propria schiacciante forza militare, ma anche la sua peculiare concezione di giustizia, che era unica e indiscutibile: parcere subiectis, debellare superbos. Nulla salus extra Romam”.

Ma  l’impero, pur esaltato da quel nuovo, facile trionfo, non avrebbe ripreso il megalomane progetto di Giulio Cesare di conquistare il mondo intero. Il massacro delle legioni romane nella selva di Teutoburgo, nel 9 E.V., aveva insegnato che anche quella strepitosa macchina da guerra aveva dei limiti, e i principi Flavi continuarono nella politica di sostanziale prudenza che, dopo quella dura esperienza, fu perseguita da Augusto e dai suoi successori. Le guerre di conquista sarebbero state intraprese solo quando le circostanze lo avessero permesso, e solo per precise esigenze difensive o strategiche. “Egò tou kòsmou kýrios”, “io sono il signore dell’universo”, avrebbe poi detto Antonino Pio, ma, nel dirlo, era consapevole che fuori del kòsmos di Roma esistevano altri mondi, altri popoli, che, verosimilmente, non sarebbero mai entrati a farne parte.

In quell’immenso spazio politico, amico con gli amici, spietato con i nemici, gli ebrei superstiti avrebbero continuato  a vivere, e anche a prosperare, ma la loro identità sarebbe cambiata per sempre. Il “giudeo” non avrebbe avuto più un legame genetico, vivo e attuale, con quella nazione, la “Giudea”, che era stata cancellata, e l’ebraismo si sarebbe trasformato irreversibilmente, da elemento politico e nazionale, in dimensione interiore, culturale e, soprattutto, religiosa. Ma, come ho più volte avuto modo di argomentare, sarebbe stato il cristianesimo, e solo esso, a fare sorgere il malefico pregiudizio antisemita. Roma diviene antisemita quando e nella misura in cui diventa cristiana, non prima. Anche se, annota Rocca, “the main challenge to Judaism did not stem only in Christianity, but also in the Barbarian invasions that wiped out Roman Italy, where Jews had found for hundreds of years a safe haven”. “And yet – aggiunge l’autore – Judaism in Roman Italy did not meet a violent end as it did in Alexandria. Nor did it fade away as it had in Asia Minor. It just went through an inner transformation and metamorphosis” (p. 284).

Da questo punto di vista, si può dire che la storia della “jewish life in Roman Italy” rappresenti una sorta di eccezione nella generale storia del popolo ebraico, per il solo fatto che la presenza ebraica nella penisola è continuata, ininterrotta, per millenni. Le tante “transformations and metamorphosis” non avrebbero intaccato il dato di fondo di questa radicata permanenza, di questo tenace attaccamento a una terra, che sarebbero diventati tratti peculiari e distintivi non della storia ebraica, ma anche della storia d’Italia. E le “Greek- and Latin-speaking Jewish communities” presenti nell’Italia della tarda antichità e del primo Medio Evo, immagina Rocca,  “would have agreed with the saying in Giuseppe Tomasi di Lampedusa’s Gattopardo: ‘Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”  (p. 284).

 

Francesco Lucrezi, storico