IN THE SHADOW OF THE CAESARS 13. Le mille lingue.
Mi rendo sempre più conto, proseguendo in questo commento del libro di Samuele Rocca In the Shadow of the Caesars, che gli argomenti trattati nel volume sono tanti, e di tale importanza, che imporrebbero uno spazio davvero troppo ampio anche solo per esporre delle piccole osservazioni sulle molteplici annotazioni dell’autore. Ma compito di un recensore non è, non può essere quello di scrivere un “contro-libro”, o una parafrasi del testo. Ci sono è vero, degli illustri precedenti di tale guisa, come, per esempio, i testi dedicati da Teofilo alle Istituzioni di Gaio, o da Scipione Maffei al ‘ristretto’ di diritto civile di Gianvincenzo Gravina, o da Alfredo Mordechai Rabello alla Storia degli ebrei nell’impero romano di Jean Juster. Ma bastano i nomi di tali ‘parafrasti’ per fare capire che, davvero, non è il caso.
L’invito ai lettori di queste noterelle è quindi solo quello di procurarsi il libro, e di leggerlo. Ne vale la pena. Per quanto mi riguarda, in questo piccolo lavoro di lettura, devo autolimitarmi, anche perché, dopo il volume di Rocca, avrei intenzione, a Dio piacendo – come si dice – di dedicarmi a un altro libro, di altrettanto valore, dedicato, stavolta, all’ebraismo nell’età moderna e contemporanea.
Per impormi, in un certo senso, di mantenere fede a tale proposito di autolimitazione, annuncio fin d’ora quali sono (fra i tanti affrontati dall’autore) i tre argomenti, presi in esame nel volume di Rocca, a cui dedicherò qualche breve riflessione: 1: le lingue, 2: l’iconoclastia; 3; la distruzione del Tempio.
Rimandando il secondo e il terzo alle prossime due puntate, faccio ora un paio di piccole considerazioni partendo dalle pagine dedicate dallo studioso al tema linguistico.
Rocca fa un’analisi puntuale e minuziosa, alla luce delle fonti e della migliore dottrina, sul complesso problema di quali fossero, nell’impero romano, le lingue parlate dagli ebrei. Il tema, evidentemente, è di estrema rilevanza, considerato il ruolo essenziale svolto dall’elemento linguistico sul piano identitario. Cosa saremmo, noi italiani, se non ci fosse stato Dante? E si può pensare a una civiltà greca pensata e scritta in una lingua diversa da quella di Omero, Eschilo, Platone e Aristotele? O a Roma senza Cicerone, Virgilio e Livio?
Per quanto riguarda l’ebraismo, è evidente che la lingua ebraica ha sempre avuto un ruolo essenziale sia per l’auto-coscienza del popolo israelita, sia per la considerazione che di esso hanno avuto le altre genti. L’ebraico è la lingua del Libro dei Libri, è quella in cui sono state pronunciate e scritte le Dieci Parole e le 613 mitzvòt, quella della miracolosa rinascita del popolo disperso nella sua terra riconquistata e redenta. Eppure, ci ricorda Rocca, molte comunità ebraiche, nell’impero romano, parlavano, scrivevano e comunicavano in greco, oppure in latino. I motivi di ciò erano molteplici, tra cui, soprattutto, l’esigenza di integrarsi armoniosamente nella grande koyné dell’impero sovranazionale, in quell’unico mondo, unito e di tutti, che non ammetteva popoli e spazi chiusi e separati.
Gli ebrei, se volevano continuare a vivere, dovevano essere anch’essi cittadini di questa grande patria universale, dovevano capire ed essere capiti dagli altri concittadini. D’altronde, già prima della catastrofe del 70 E.V., in Giudea la lingua parlata, almeno da parte di molti, era l’aramaico – che era una lingua terza e internazionale, non etnica, al pari del greco e del latino -, e non l’ebraico (anche se, sul punto, il discorso è complesso: io penso, contrariamente alla communis opinio, che Gesù parlasse ebraico, e non aramaico).
La Bibbia fu tradotta, già nel secondo secolo prima dell’era volgare, in greco, e poi, molte volte, in latino. E queste tradizioni, come ho ricordato in altra sede, furono spesso deplorate, da correnti rabbiniche conservatrici, come delle vere e proprie sciagure.
Subito dopo la distruzione di Gerusalemme, il popolo d’Israele, cacciato dalla sua terra, conobbe quella che ho definito la havdalà delle lingue, la separazione degli idiomi (di cui testimonianza eloquente sono alcune pagine di Paolo di Tarso, degli Atti degli Apostoli e di Flavio Giuseppe), che fu il banco di prova non solo di chi volesse “restare ebreo” e chi no, ma anche di “cosa significasse” restare ebreo, o cessare di esserlo. Un esempio di estrema importanza di questa havdalà è costituita dagli Hexapla (l’edizione sinottica in sei lingue della Torah) di Origene, autore, ricordato da Rocca, di estrema importanza, pur costantemente negletto, tanto dai cristiani (in quanto scomunicato) quanto dagli ebrei (per il suo feroce antisemitismo).
All’inizio del quarto secolo, ricorda Rocca, si registra un ritorno dell’ebraico come lingua parlata, attestato, in particolare, da molte epigrafi funerarie. Ma l’impero non gradisce. Giustiniano, nella Novella 146, ordina che nelle sinagoghe le preghiere siano tradotte in latino e in greco. Bisogna capire cosa dicono gli ebrei, non devono avere oscuri segreti.
A partire dal Medio Evo, com’è noto, la havdalà delle lingue si moltiplica ulteriormente, e gli ebrei parleranno, senza quasi nessuna eccezione, tutte le lingue del mondo: arabo, spagnolo, portoghese, ladino, russo, ucraino, inglese, polacco, francese e tante, tante altre. Al punto che, com’è noto, Theodor Herzl profetizzò che il futuro Judenstaat non avrebbe avuto una lingua nazionale. Ben Yehuda e Bialik riuscirono, com’è noto, nel miracolo di ridare vita all’ebraico come lingua viva e parlata, ma, come ho scritto in altra occasione, non si può dire che la profezia di Herzl sia stata del tutto smentita. Nelle strade e nelle case di Israele risuonano, ancora oggi, mille lingue diverse.
Quel che è certo, è che tale moltiplicazione e confusione delle lingue (una sorta di rinnovata “punizione di Babele”) rappresenta il principale terreno di manifestazione della cd. assimilazione del popolo ebraico. Un ebreo che parli – non solo all’esterno, ma anche all’interno delle mura domestiche – la stessa lingua della nazione che lo ospita – o anche tante lingue diverse: le nazioni sono molte, e possono cambiare più volte, nell’arco della stessa vita di una sola persona -, e, magari, si veste e comporta nello stesso modo dei suoi vicini, sarà meno distinguibile dagli altri abitanti. L’ebraismo si trasformerà soprattutto in una professione religiosa, in un qualcosa di ‘interiore’, dando, in molti casi, alimento, proprio in ragione di tale apparente “invisibilità”, al sospetto antisemita.
Tale fenomeno non nasce solo con l’esilio, dal momento che la diaspora era presente e diffusa già da almeno il secondo secolo prima dell’era volgare. Ma la definitività e irreversibilità della golà darà ad esso nuove forme e dimensioni, facendo nascere, in diverse comunità ebraiche, nuove e inedite risposte (prima fra tutte la creazione, da parte degli askenaziti, della lingua e civiltà yiddish). Ma questa è una storia che non fa parte di quella della “Jewish life in Roman Italy”.
Francesco Lucrezi, storico