IN THE SHADOW OF THE CAESARS 12. Verba Moysis.
Concludiamo il nostro commento alla disamina della Lex De effettuata da Samuele Rocca nel suo libro In the Shadow of the Caesars con alcune osservazioni intorno ad alcuni spunti dell’autore che mi sembrano particolarmente degni interesse.
Scrive lo studioso che lo scopo primario dell’opera sarebbe stato quello di dimostrare l’antichità e la legittimità della legge mosaica, nonché la sua piena compatibilità col diritto dell’impero romano, al cui interno gli ebrei si trovavano a vivere. Nel perseguire tale intento apologetico, l’ignoto autore del testo si sarebbe ispirato a precedenti lavori, quali La vita di Mosè di Filone Alessandrino e il Contro Apione di Flavio Giuseppe. Così come Filone e Giuseppe, anche il collazionatore, infatti, “first establishes the internal coherence and unity of Mosaic law. Accordingly, all the laws and ordinances found in the Pentateuch are binding, and therefore there are no contradictions between the Decalogue and the laws and the ordinances found in the Pentateuch” (p. 176). Partendo da tale premessa, l’autore della Collatio intenderebbe dimostrare non solo la legittimità della legge mosaica, ma anche il dato di fatto che la legge biblica prevede le stesse misure sanzionatorie successivamente sviluppate nella tradizione giuridica romana.
Tale posizione, osserva Rocca, sarebbe anche in linea col pensiero filosofico dell’imperatore Giuliano l’Apostata, che, nel suo pamphlet Contro i Galilei, critica i cristiani suoi contemporanei “for their ambivalent treatment of Mosaic law”. Perciò, nel quadro della tempestosa temperie ideologica del quarto secolo, “the author of the Collatio may also have had a secondary apologetic purpose: to demostrate the legitimacy of Jewish law at time when Christian theologians were arguing for the supremacy of faith over Mosaic law” (pp. 176s.).
Le argomentazioni dello studioso, così come le sue ipotesi sugli scopi apologetici della Collatio, appaiono solide e verosimili, anche se, ovviamente, se ne potrebbero avanzare altre. Non c’è nessuna prova, né indizio, però, che il collazionatore abbia consultato Filone, Giuseppe e Giuliano, né che abbia tenuto conto dei loro scritti nel redigere la sua silloge. Può darsi che ciò sia avvenuto, ma ricordiamo che il redattore dell’operetta non si premura minimamente di farci conoscere il suo pensiero: il suo lavoro è un mero “collage” di brani scritti da altri, e la sua voce (al di là di alcune piccole, insignificanti eccezioni) non si sente mai. Nel caso, però, l’opera fosse stata destinata alla pubblicazione, e il suo impianto avesse dovuto restare, più o meno, quello che conosciamo, è naturale che essa dovesse avere un obiettivo, uno scopo.
Quelli ipotizzati da Rocca sono senz’altro verosimili, anche se vanno ovviamente collegati con la domanda preliminare dell’appartenenza religiosa dell’autore (ebreo? cristiano? convertito? apostata? ri-convertito?). Ma, chiunque egli fosse, e qualunque fosse il suo obiettivo, quel che appare certo è che la Collatio appare un tributo, un omaggio (per quanto rozzo e manipolatorio) ai verba Moysis, a “ciò che ha detto Mosè”. Ed appare molto verosimile che essa, in quanto tale, volesse porsi in contrapposizione a chi, invece, queste antiche parole volesse sminuire e mettere in ombra, probabilmente alla luce delle “nuove parole” del Vangelo.
Se è vero che, come sostiene Rocca, l’opera fu scritta in un tempo in cui “Christians theologians were arguing for the supremacy of faith over Mosaic law”, contro tali visioni “suprematiste”, la domanda essenziale da porsi è questa: ma le parole di Mosè fanno o non fanno parte della fede cristiana? Le “nuove parole” le hanno completate e integrate, oppure cancellate e ‘degradate’? Ma è una domanda, com’è noto, a cui duemila anni di cristianesimo non hanno ancora dato una risposta chiara e definitiva.
Credo, perciò, che il fascino della nostra piccola, modesta Collatio nasca soprattutto dal fatto che essa pone, in modo tanto più suggestivo in quanto implicito, silenzioso ed enigmatico, l’antica, sempre attuale domanda: qual è, nella fede cristiana, il posto della legge di Mosè (il “Mosè legista e ubbidiente” di Dante)? Le sue parole sono ‘prima’, ‘dentro’ o ‘furori’ del cristianesimo?
Francesco Lucrezi, storico