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IN THE SHADOW OF THE CAESARS 11. Il pubblico che non c’è.

IN THE SHADOW OF THE CAESARS 11. Il pubblico che non c’è.

 

Abbiamo detto, a proposito della parte del libro di Samuele Rocca In the Shadow of the Caesars dedicata al controverso documento storico chiamato, generalmente, Collatio legum Mosaicarum et Romanarum, che avremmo dedicato qualche parola di commento a due osservazioni dello studioso che ci sembrano degne di attenzione.

La prima riguarda il problema, molto dibattuto in dottrina, del pubblico a cui l’opera può essere stata destinata. Tale interrogativo è stato sollevato molte volte, e le molteplici risposte sono state anche utilizzate come base per le ipotesi relative all’identità dell’ignoto autore dell’operetta. Chi ha ritenuto, infatti, che essa fosse destinata a un pubblico di lettori cristiani ha da ciò desunto che anche l’autore fosse cristiano, mentre chi ha pensato a una audience ebraica ha immaginato un autore ebreo. Ma tale sillogismo è discutibile, in quanto spesso dei libelli polemici o apologetici sono stati scritti, nei primi secoli dell’era volgare (pensiamo a Filone, Paolo di Tarso, Flavio Giuseppe, Simmaco, Ambrogio, all’ignoto autore dell’epistola a Diogneto e a tanti altri), venendo indirizzati, per molteplici motivi, a comunità diverse da quella di appartenenza dell’autore. Non è detto che un cristiano si rivolga solo ai cristiani (a parte il fatto che ci sono state tante diverse declinazioni di cristianesimo), un ebreo solo agli ebrei, un pagano solo ai pagani.

“It is likey, however – scrive, al proposito, Rocca (p. 177) -, that the audienece evolved over time, just as the text changed via interpolations. It is possible that early in the treatise’s history, some non-Jewish members of the late Roman bureaucracy, possibly polytheists, attended public readings and that, in later periods, an increasingly large part of the audience was composed of Christians”.

Io, per motivi esposti in altra sede, e che non è il caso di riportare, non sono d’accordo con l’idea che il testo della Collatio sia stato alterato e manipolato attraverso il tempo, ma riterrei invece un dato di fatto che il pubblico che l’ha letta sia cambiato attraverso il tempo. Ora, fino alla fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo, non sappiamo pressoché nulla riguardo a chi possa avere consultato l’opera. Forse nessuno, o quasi. Così come quasi niente sappiamo relativamente ai secoli successivi, fino al 1573, quando essa è stata scoperta e pubblicata da Pietro Pithou, allievo di Cuiacio. Ė quello che ho chiamato “il lungo silenzio”.

Dopo tale pubblicazione, il silenzio finisce, e sappiamo che il testo è stato divulgato esclusivamente in ambito ecclesiastico – generalmente come testimonianza della precedenza e superiorità della legge divina rispetto a quella umana -, mentre risulta essere stato completamente ignorato negli ambienti ebraici. Nel XX secolo, è iniziata una consistente tendenza allo studio, in ambito accademico, del nostro testo, che ha visto coinvolti molti studiosi, di diverso orientamento, tra i quali spiccano, in ambiente ebraico, i nomi dei grandi Edoardo Volterra e Alfredo Mordechai Rabello. Ma è importante sottolineare che tutti questi studiosi – ebrei, cristiani, non credenti o liberi pensatori – si sono interessati all’opera esclusivamente sul piano scientifico, senza – almeno apparentemente – mostrare di dare ad essa alcun rilievo, personalmente, sul piano religioso. La Lex Dei – che, nella scorsa puntata di questa serie di riflessioni sul libro di Rocca, abbiamo paragonato a una preghiera – è sempre stata completamente bandita dalle chiese, dai seminari vescovili, dalle sinagoghe e dalle accademie rabbiniche. Non è mai stata recitata come una preghiera.

Ma quel che preme sottolineare, a proposito della osservazione di Rocca, è che bisogna sempre distinguere tra quella che si ritiene essere stata l’eventuale audience di un testo, immaginata dall’autore, e quello che poi è stato il reale pubblico dello stesso, nei vari contesti spaziali e temporali. Omero, Virgilio, Dante avrebbero mai immaginato di essere letti – spesso, purtroppo, per pura costrizione – da schiere di ragazzi distratti, privi di alcun senso del sacro, le cui uniche divinità sono i social, le chat e i cellulari?

Ma, per quanto riguarda, segnatamente, la Lex Dei, nessun discorso può essere fatto sulle possibili differenze tra l’ipotetico pubblico pensato dal collazionatore e quelli che poi si sono effettivamente materializzati, per il semplice motivo che non siamo assolutamente in grado di sapere se l’autore abbia mai pensato di completare e poi di pubblicare il suo testo, e a beneficio di chi. Questo primo pubblico immaginario, semplicemente, non esiste.

 

Francesco Lucrezi, storico